MUD 2026, novità puntuali ma nodi irrisolti: il precompilato resta lontano

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Luigi Palumbo
09/03/2026

Il nuovo Mud 2026 introduce modifiche limitate e soprattutto di allineamento al sistema di tracciabilità Rentri, senza cambiare l’impianto del modello. Restano però aperti diversi nodi operativi, soprattutto per i gestori degli impianti, mentre il traguardo di un Mud davvero precompilato appare ancora lontano


Nuovo Mud, vecchi problemi. Tra l’ennesimo sforamento delle tempistiche di adozione del format e una serie di nodi interpretativi che continuano a complicare la compilazione delle dichiarazioni, anche l’aggiornamento della modulistica 2026 – il sesto consecutivo – rischia di tradursi, di fatto, in un’occasione mancata. A sostenerlo è Tiziana Cefis, consulente ambientale di Tea Consulting, che a Ricicla.tv sottolinea come la revisione annuale del modello non sia riuscita a sciogliere alcune criticità segnalate da tempo dagli operatori.

Paradossalmente, il minore dei problemi è rappresentato dall’adozione tardiva del nuovo modello, approvato anche quest’anno – come diverse volte nel recente passato – oltre il termine previsto dalla legge istitutiva del Mud. “Sappiamo benissimo che la legge istitutiva sul Mud, la legge 70 del 1994, prevede che il nuovo modello debba essere emanato entro il 1 marzo”, ricorda Cefis, mentre il Dpcm di adozione del nuovo format è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 5 marzo. “Anche stavolta questo termine l’abbiamo superato, ma ormai ci siamo abituati a considerarlo come ordinatorio e non perentorio e quindi tutto sommato va bene così”. Anche perché, in ogni caso, dalla data di adozione del nuovo format scatta la proroga di 120 giorni del termine ultimo di presentazione, che quest’anno cadrà quindi il 3 luglio.

Al di là del ritardo formale, il nuovo modello conferma però una tendenza che negli ultimi anni si è ripetuta più volte: aggiornamenti limitati e mirati soprattutto ad allineare il Mud alle evoluzioni normative, senza affrontare alcune criticità strutturali segnalate da tempo dagli operatori. “Non ci sono tantissimi aggiornamenti”, osserva Cefis. La vera novità è l’aggiornamento della Scheda RU (Raccolta rifiuti urbani) con l’inserimento dell’informazione specifica relativa alla raccolta selettiva effettuata dai Comuni tramite eco-compattatori, con qualche grattacapo per i Comuni “che dovranno rivolgersi ai gestori e capire dove sono installati gli eco-compattatori e chi li gestisce, altrimenti diventa un dato difficilmente reperibile”. Per il resto modifiche limitatissime. “Da anni ormai ogni anno viene emanato un nuovo modello con scarse, direi anche irrilevanti novità che servono ad adeguarsi alle normative di recente emanazione, ma si perde l’occasione, a mio avviso, di risolvere tutta una serie di dubbi che ci portiamo dietro da anni”.

Secondo la consulente, le principali difficoltà riguardano soprattutto la fase di compilazione del modello da parte dei gestori degli impianti di trattamento. Uno dei punti critici riguarda ad esempio la scheda autorizzazioni, che deve essere compilata dai gestori degli impianti per indicare i titoli autorizzativi in base ai quali operano. Anche dopo l’aggiornamento del modello restano “moltissimi dubbi sulla modalità di compilazione di questa scheda che a mio avviso non sono stati ancora risolti”, osserva Cefis.

Il problema è reso ancora più delicato dal fatto che le informazioni inserite nel Mud devono essere coerenti con quelle comunicate nell’ambito del Registro elettronico nazionale per la tracciabilità dei rifiuti. Oltre al rischio di disallineamento, che nel caso del Rentri comporta anche il rischio di sanzioni penali per falso ideologico, il paradosso operativo è evidente. “Dati già in possesso delle autorità competenti non dovrebbero essere richiesti agli utenti”, sottolinea la consulente.

Un altro elemento spinoso della dichiarazione per i gestori degli impianti resta la famigerata ‘scheda riciclaggio’, introdotta nel 2022 per aumentare la granularità delle informazioni necessarie a confrontare le performance nazionali con i target vincolanti dell’Ue. Un passaggio che da diversi anni “ci mette davvero in difficoltà – dice Cefis – perché richiede dati che allo stato attuale è impossibile raccogliere in modalità puntuale e che, tra l’altro, non vengono richiesti dalla normativa sulla tracciabilità dei rifiuti”. Il risultato, spiega la consulente, è che i dati riportati “non hanno una base solida”, con tutto quello che ne consegue sul piano del confronto con i target europei.

Le criticità, tuttavia, non riguardano soltanto le singole schede, ma più in generale l’impianto del Mud e il suo rapporto con gli strumenti della tracciabilità dei rifiuti. Il modello annuale, infatti, si basa sui dati riportati nel corso dell’anno nei registri di carico e scarico. Tuttavia, osserva Cefis, “né il vecchio modello di registro di carico e scarico, né l’attuale modello digitale per i soggetti iscritti al Rentri riusciranno a dar luogo a un Mud completo relativo agli impianti, perché manca comunque tutta una serie di dati che poi ci vengono chiesti nelle dichiarazioni”. Il caso della ‘scheda riciclaggio’ è emblematico, ma non è l’unico.

Una criticità che potrebbe pesare anche sul futuro sviluppo del sistema di tracciabilità digitale. Con l’entrata a regime del Rentri, infatti, l’obiettivo dichiarato è arrivare negli anni a un Mud precompilato basato sui dati raccolti digitalmente durante l’anno. Ma proprio su questo punto Cefis invita alla cautela. “Per produttori, trasportatori e intermediari i problemi potrebbero essere più limitati. Ma per come è l’articolazione del Mud oggi e per come è il registro cronologico di carico e scarico tenuto dagli impianti di trattamento, non riesco a immaginare che il Mud che uscirà automaticamente dal sistema garantisca tutte le informazioni che oggi ci vengono richieste. Il Mud precompilato – dice – sarà in ogni caso da integrare ed eventualmente correggere, e questo ‘integrare’ mi preoccupa un pochino”, osserva.

Il rischio, secondo la consulente, è che la digitalizzazione della tracciabilità non faccia rima con semplificazione. “Il passaggio alla digitalizzazione dovrebbe portare delle semplificazioni degli adempimenti ambientali, ma sono semplificazioni che a mio avviso le imprese fanno ancora fatica a vedere”. Per questo, conclude Cefis, il nodo non riguarda soltanto l’evoluzione degli strumenti informatici, ma anche la struttura stessa del modello dichiarativo. “A meno che in futuro non si cambi il modello e non lo si semplifichi e non lo si renda coerente con quelli che sono i dati richiesti dal registro cronologico di carico e scarico”.

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