La Commissione europea aggiorna le regole per calcolare il contenuto riciclato nelle bottiglie per bevande, includendo anche la plastica ottenuta da riciclo chimico. La metodologia si basa sul bilancio di massa e sul criterio fuel-use exempt, contestato dai riciclatori meccanici per i possibili effetti distorsivi. Fino al 21 novembre 2027, ai fini dei target SUP, potranno essere conteggiati solo riciclati provenienti da Paesi Ue o SEE
La Commissione europea sblocca il riciclo chimico per il raggiungimento delle quote obbligatorie di plastica riciclata nelle bottiglie per bevande e blocca, almeno temporaneamente, l’utilizzo di riciclati importati da paesi extra Ue. Sono queste le due direttrici principali lungo le quali si muove l’atteso atto d’esecuzione con il quale Bruxelles ha aggiornato le metodologie da utilizzare per misurare e dichiarare il rispetto delle previsioni della direttiva SUP (Single Use Plastics) in materia di contenuto minimo riciclato per le bottiglie per bevande in plastica.
Secondo la direttiva, dal 2025 le bottiglie per bevande in PET devono contenere almeno il 25% di plastica riciclata, calcolato come media delle bottiglie immesse sul mercato nazionale. Dal 2030 l’obiettivo salirà al 30% e riguarderà tutte le bottiglie per bevande in plastica. In un primo momento, tuttavia, la Commissione aveva limitato l’utilizzo dei polimeri secondari solo a quelli prodotti da riciclo meccanico. Una scelta da sempre contestata dagli operatori del riciclo chimico, secondo cui l’esclusione avrebbe condizionato in negativo gli investimenti e la pianificazione strategica delle imprese, ostacolando lo scale up industriale dei nascenti impianti di pirolisi.
Ora il cambio di rotta invocato dall’industria del chemical recycling è arrivato. Anche se il riciclo meccanico resta “in generale preferibile dal punto di vista ambientale, laddove garantisca una qualità e prestazioni tecniche sufficienti dei materiali riciclati in uscita”, scrive infatti la Commissione, il riciclo chimico può e deve integrarlo “per trattare rifiuti plastici difficili o impossibili da riciclare meccanicamente”. Da qui la scelta di Bruxelles di aggiornare il quadro regolatorio di riferimento, includendo nel calcolo del contenuto riciclato anche le plastiche ottenute attraverso processi di riciclo chimico.
L’apertura della Commissione, tuttavia, arriva non senza portare con sé dubbi e polemiche. Le principali tecnologie di riciclo chimico delle plastiche, a partire dalla pirolisi, sono infatti quasi sempre integrate in filiere industriali complesse, nelle quali le molecole derivate dal trattamento dei rifiuti si mescolano con feedstock vergini e non possono essere mantenute fisicamente separate lungo tutto il processo. Gli stessi impianti, inoltre, generano a valle una pluralità di output chimici, destinati a filiere diverse, rendendo complicato ricostruire con assoluta certezza quanta e quale plastica, da rifiuto, è stata effettivamente trasformata in nuova plastica.
Non a caso, nella prima versione delle regole tecniche per il calcolo del contenuto riciclato, era stata la stessa Commissione a sottolineare che la plastica da riciclo chimico “non è distinguibile dal materiale vergine” e che per questo non sarebbe stata presa in considerazione per i target della SUP. Nel nuovo atto di esecuzione, invece, il nodo della tracciabilità viene sciolto con un meccanismo contabile: il bilancio di massa, che consente di attribuire ai prodotti in uscita una quota di contenuto riciclato sulla base della quantità di materia prima da rifiuto immessa nel processo, anche quando le molecole riciclate non sono fisicamente distinguibili da quelle di origine vergine.
La decisione di Bruxelles rappresenta, di fatto, il primo riconoscimento giuridico ufficiale per il bilancio di massa applicato al riciclo delle plastiche. La metodologia scelta della Commissione, nello specifico, prevede che l’attribuzione delle quote di riciclato ai prodotti in uscita da processi industriali che integrano il riciclo chimico debba avvenire senza includere nel computo i flussi di output destinati alla produzione di combustibili o al recupero energetico. In sostanza, questi ultimi vengono esclusi dal calcolo e le quote di materia derivante dai rifiuti dissolti nei processi di pirolisi vengono distribuite esclusivamente sugli altri output del processo produttivo.
Una scelta che concede elevata flessibilità agli operatori della chimica e petrolchimica che integrano la pirolisi dei rifiuti nei propri processi, ma che per questo è stata duramente criticata dagli operatori del riciclo tradizionale, quello meccanico. Secondo le associazioni Recycling Europe e Fead il metodo ‘fuel-use exempt’ potrebbe infatti generare effetti “distorsivi” e “consentire alle aziende di rivendicare crediti (e quote di contenuto) relativi alla plastica riciclata, anche qualora una parte significativa dell’input riciclato del processo produttivo confluisca in altre sostanze e materiali non trasformati in plastica”. Il rischio, hanno scritto le associazioni in una nota, è quello di alimentare “accuse di greenwashing, che scatenerebbero una reazione negativa dell’opinione pubblica contro l’intero settore del riciclo”.
Se la scelta del bilancio di massa promette già di alimentare polemiche e spaccature, sembra invece destinata a incassare il plauso trasversale delle imprese la decisione della Commissione di porre un limite territoriale alla plastica riciclata utilizzabile per il calcolo degli obiettivi SUP. Almeno fino al 21 novembre 2027, infatti, potrà essere conteggiata solo plastica da riciclo proveniente da Paesi Ue o SEE. Solo a partire da quella data potrà essere utilizzata anche plastica riciclata proveniente dai paesi OCSE, visto che la loro capacità di riciclare in maniera ambientalmente e socialmente sostenibile sarà stata nel frattempo valutata dalla Commissione nell’ambito del nuovo regolamento sulle spedizioni di rifiuti.
Sempre dal 21 novembre 2027, invece, la plastica riciclata proveniente dai paesi non-OCSE potrà essere conteggiata solo a valle di specifiche intese con l’Ue. Una stretta che, anche se limitatamente alle sole bottiglie per bevande, darà un po’ di fiato all’industria europea del riciclo della plastica, schiacciata dalla concorrenza insostenibile dei polimeri riciclati di importazione extra Ue, spesso non accompagnati da certificazioni attendibili sull’effettivo contenuto di riciclato.





