Nucleare: tra Italia e Francia è in corso un’altra crisi diplomatica

Non solo migranti: tra Italia e Francia è gelo diplomatico sul trasporto delle 13 tonnellate di combustibile nucleare stoccate nel deposito Avogadro di Saluggia. Dal 2013 Parigi ha interrotto i trasferimenti in attesa di garanzie sulla realizzazione del deposito nazionale delle scorie radioattive ma l’Italia, al momento, non è ancora in grado di fornirne

C’è una frattura, nelle relazioni diplomatiche tra Italia e Francia, che da anni corre parallela a quella sulla gestione dei migranti, ma per ricomporla potrebbe non bastare la mediazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. È la crepa creatasi attorno alla gestione delle 13 tonnellate di combustibile nucleare irraggiato stoccate nella piscina del deposito Avogadro a Saluggia, in provincia di Vercelli, che da dieci anni attendono di essere caricate nei giganteschi ‘cask’, i contenitori metallici corazzati e schermanti utilizzati per il trasporto delle scorie ad alta intensità, e trasferite via treno in Francia nell’impianto di La Hague gestito dalla società di stato ORANO. Qui dovrebbero essere riprocessate, ovvero lavorate per separare le materie fissili come uranio e plutonio, che resteranno di là delle Alpi per essere utilizzate nel ciclo nucleare, dai prodotti di fissione, le scorie vere e proprie, che dovrebbero rientrare in Italia per essere stoccate in sicurezza nel futuro deposito nazionale. A stabilirlo è un accordo intergovernativo siglato nel 2006 a Lucca che prevedeva il trasferimento di 235 tonnellate di combustibile irraggiato entro il 27 dicembre del 2015, ma dal 2013 i trasporti sono sospesi. Restano da trasferire ancora 63 elementi per un peso complessivo di 13 tonnellate, ovvero appena tre viaggi su rotaia, ma al momento non è dato sapere quando questi potranno ripartire. A spiegare perché è l’ISIN, Istituto per la sicurezza nucleare, nell’ultima relazione annuale: “Non si hanno elementi né indicazioni in merito ad una ripresa delle spedizioni a completamento dall’accordo intergovernativo con la Francia per tale trasferimento – si legge – a causa dei tempi ancora incerti di realizzazione del deposito nazionale“.

L’accordo siglato con Parigi, infatti, prevedeva il rientro delle scorie di riprocessamento entro e non oltre il 2025 ma, scrive Isin, “l’Italia non è in grado di assicurare l’adempimento dell’obbligo di ripresa”, visto che appare sempre più improbabile che entro quella data il futuro deposito nazionale possa essere entrato in esercizio. Il dossier è uno dei più scottanti tra quelli sulla scrivania del neo ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin, chiamato a condurre le fasi conclusive del lungo e complesso iter per l’individuazione del sito che dovrà accogliere la struttura. Lo scorso 15 marzo Sogin, società di Stato che dovrà progettare e gestire il deposito, aveva consegnato nelle mani dell’ex ministro Roberto Cingolani la proposta di CNAI, carta delle aree considerate idonee tra le 67 inizialmente censite, ma da allora tutto tace. Ogni giorno di ritardo fa slittare l’avvio delle negoziazioni con le località interessate (nessuna delle quali sembra intenzionata a farsi avanti per ospitare il deposito), al termine delle quali, in caso di insuccesso, dovrà essere il governo a calare dall’alto la propria scelta. A quel punto, secondo stime di Sogin, occorrerebbero non meno di quattro anni per portare a termine l’iter autorizzativo e le procedure di gara. Contando anche i tempi per la costruzione e il collaudo, secondo Emanuele Fontani, ex amministratore delegato di Sogin (che nel frattempo è stata commissariata) la messa in esercizio del deposito potrebbe non arrivare prima del 2030. Quando saranno passati già cinque anni dal termine ultimo per la ripresa dei materiali riprocessati concordato con il governo francese.

Da qui lo stop ai trasferimenti verso La Hague, che non è di natura tecnica ma politica, essendo “imposto dal governo francese”, come chiarisce la Corte dei Conti nell’ultima relazione sulla gestione finanziaria di Sogin. Uno stop che oltre a rappresentare motivo d’imbarazzo diplomatico e potenziale causa di penali – che andrebbero sommate al conto già salato pagato dall’Italia per lo stoccaggio nel Regno Unito dei residui di un’altra partita di combustibile riprocessato (circa un milione di euro l’anno) – rischia di avere conseguenze pesantissime anche sotto il profilo ambientale. Il combustibile irraggiato, scrive infatti Isin, deve “essere allontanato appena possibile” dalle piscine del deposito Avogadro, costruite negli anni ’60 per ospitare il primo reattore nucleare italiano. “Già l’ANPA nel 1995 e l’APAT nel 2006 hanno rilevato che la struttura e i sistemi di deposito dell’impianto sono ormai vetusti” scrive nella relazione annuale l’Ispettorato per la sicurezza nucleare, che nel corso di un’ispezione effettuata nel 2021 “ha verificato che il rivestimento interno della piscina dove è stoccato il combustibile irraggiato presenta un principio di deterioramento“. Cosa che, alla luce dell’interruzione dei trasferimenti verso la Francia, costituisce “motivo di preoccupazione”, scrive Isin, che per questo ha chiesto a Sogin “di avviare tutte le iniziative necessarie” per la rimozione del combustibile dalle piscine e “lo stoccaggio a secco in ‘cask'”. Sempre nella speranza di riuscire a mantenere davvero ‘a secco’ il deposito alla confluenza tra il Po e la Dora Baltea, che nel 2000 rischiò di finire sott’acqua insieme a mezzo Piemonte per effetto di una delle più disastrose piene dell’Italia moderna. Un’alluvione devastante. Il biellese ministro Pichetto, che quell’anno sedeva nella giunta regionale con delega all’industria e al commercio, la ricorderà di sicuro benissimo.

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