Materie prime critiche, ICESP: “Serve una strategia nazionale”

di Redazione Ricicla.tv 05/12/2023

Per mettere in sicurezza l’approvvigionamento di materie prime critiche l’Italia punta sul riciclo dei rifiuti tecnologici, ma senza impianti, semplificazioni e rilancio della raccolta i nuovi obiettivi europei resteranno irraggiungibili. L’appello dell’ICESP: “Serve una strategia nazionale”


Senza impianti avanzati, semplificazioni burocratiche e una maggiore capacità di intercettazione dei rifiuti tecnologici, l’Italia non riuscirà ad aumentare l’autonomia strategica nell’approvvigionamento di materie prime critiche, né a scongiurare il rischio che le sorti delle transizioni gemelle – digitale ed ecologica – finiscano col dipendere esclusivamente dal pugno di paesi, Cina in testa, che attualmente ne detiene il monopolio. È l’appello lanciato dalla sesta conferenza annuale dell’Italian Circular Economy Stakeholder Platform, a una settimana dal voto che dovrebbe ratificare l’intesa tra Stati membri e Parlamento Ue sul Critical Raw Materials Act (CRMA), il pacchetto di misure presentato dalla Commissione europea per aumentare la resilienza delle forniture di risorse come litio, cobalto e ‘terre rare’ verso l’industria tecnologica del Vecchio Continente. “Se l’Europa dipende da materie prime critiche importate dall’estero per il 75%, noi dipendiamo per oltre il 99% – ha chiarito Roberto Morabito, presidente dell’ICESP – non abbiamo materie prime vergini e le nostre miniere sono chiuse da trent’anni, ma abbiamo una grande tradizione di riciclo. È su quello che dovremo imperniare la politica industriale del nostro paese – ha detto – insieme all’ecodesign e all’ecoprogettazione”.

“Come accaduto con il gas – ha chiarito Giampaolo Cutillo, vice direttore generale per la mondializzazione del Ministero degli Affari esteri – dobbiamo scongiurare il rischio di farci trovare impreparati qualora il contesto geopolitico mondiale si deteriorasse in maniera inattesa. Dobbiamo evitare la dipendenza forte da soggetti che concentrano capacità produttiva e manifatturiera”. Diversificando le forniture, cosa che l’Ue punta a fare promuovendo accordi con un ampio ventaglio di paesi terzi, ma anche aumentando la produzione interna. L’Italia, che di materie prime naturali è notoriamente povera, è tra i paesi che in fase di negoziato sul CRMA hanno spinto di più per aumentare il livello di ambizione della proposta di Bruxelles sul riciclo, portando al 25% la quota di materie prime strategiche consumate dall’Ue che entro il 2030 dovrà provenire dal recupero di rifiuti, target più ambizioso del 15% proposto inizialmente dalla Commissione europea.

“Il governo – ha detto Morabito – ha fatto bene ad andare ben oltre gli obiettivi proposti dall’Europa”, chiedendo che oltre a dare nuovo vigore alle attività estrattive – che per Bruxelles dovranno soddisfare il 10% della domanda europea di materie prime strategiche – gli Stati membri sfruttino di più e meglio le proprie miniere ‘urbane’, ovvero i flussi di rifiuti ricchi di materie prime critiche e strategiche. Dagli elettrodomestici e device di consumo a fine vita, i raee, alle batterie passando per i grandi impianti di energia rinnovabile. “In ogni pala eolica – ha ricordato il presidente di ICESP – la percentuale di magneti permanenti è pari allo 0,5%. Ciò significa che in ogni turbina ce n’è una tonnellata e mezza, e il 30% è rappresentato da ‘terre rare’. Quelle di cui la Cina ha il pieno monopolio”. Le sole turbine installate in Italia al 2022, oltre 7mila 300, contengono 2mila 800 tonnellate di ‘terre rare’, composte per poco meno di 2mila da neodimio. “L’auspicio – ha detto Morabito – è che all’approvazione definitiva del CRMA faccia seguito l’adozione di una strategia nazionale“.

Il rischio che il CRMA resti un libro dei sogni, del resto, è reale. “Rispetto agli obiettivi di riciclo oggi siamo a zero“, ha chiarito Giorgio Arienti, direttore generale di Erion WEEE. Anche se negli ultimi anni il Ministero dell’Ambiente ha finanziato almeno 13 progetti innovativi per il recupero di materie prime critiche da apparecchiature tecnologiche a fine vita, di impianti su scala industriale, al momento, praticamente non ce ne sono. “Bisogna procedere alla mappatura nazionale delle fonti secondarie, ma abbiamo anche necessità di incrementare l’impiantistica e di semplificare la burocrazia“, ha spiegato Morabito. “Sarebbe auspicabile avere ‘fast track’ per autorizzare questo tipo di impianti”, ha aggiunto Sebastien Bumbolo, responsabile internazionalizzazione di IREN, che in Toscana ha da poco concluso (non senza fatica, ha chiarito Bumbolo) l’iter autorizzativo per il primo impianto idrometallurgico in Italia per il recupero di metalli preziosi, come palladio, oro, argento e rame, dai raee.

Il problema principale, però, è che di rifiuti ricchi di materie critiche e strategiche ne raccogliamo ancora troppo pochi e questo non agevola, anzi disincentiva, gli investimenti in soluzioni avanzate di recupero. E i fondi PNRR per il settore, avverte ICESP, non faranno la differenza. “L’Ue ci dice che dovremmo gestire il 65% dei raee immessi a consumo – ha detto Arienti – ma siamo fermi al 34%. Se raggiungessimo il target che l’Europa ci chiede potremmo recuperare circa 17mila tonnellate di materie prime critiche, pari al 25% di quelle che importiamo dalla Cina. Serve semplificare la burocrazia, ma anche facilitare i comportamenti virtuosi e, ultimo ma non ultimo, intensificare i controlli per contrastare i flussi illegali. Se un paese pensa di fare la transizione ecologica puntando sulla buona volontà degli attori in campo non va da nessuna parte – ha spiegato – speriamo che qualche controllo in più venga messo in campo altrimenti faremo davvero troppa fatica”.

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