Amianto, in Italia rallentano le bonifiche

di Luigi Palumbo 08/09/2023

Secondo ISPRA nel 2021 in Italia la produzione di rifiuti contenenti amianto è diminuita del 12,2%. A pesare è soprattutto l’assenza di un’adeguata rete di impianti di smaltimento. Valeria Frittelloni: “Con il Programma Nazionale di Gestione dei Rifiuti le Regioni dovranno commisurare la capacità di trattamento alle esigenze di bonifica sul territorio”


Nel 2021 la produzione di rifiuti contenenti amianto in Italia è calata del 12,2%. Ed è tutt’altro che una buona notizia. Anche se la gerarchia europea pone la riduzione al primo posto tra le attività di gestione dei rifiuti, alcune categorie di scarti fanno infatti decisamente eccezione. Di rifiuti contaminati da amianto, ad esempio, più se ne producono e meglio è, visto che “la loro produzione è riconducibile in massima parte alla messa in sicurezza degli edifici che contengono questo minerale”, spiega Valeria Frittelloni, direttore del dipartimento controlli, valutazioni e sostenibilità ambientale di ISPRA. Il tasso di produzione insomma è direttamente connesso all’avanzamento delle bonifiche. Ma a più di trent’anni dalla messa al bando della fibra killer le operazioni di rimozione e smaltimento di tettoie, canne fumarie e cisterne -per citare solo le più diffuse tipologie di manufatti contaminati – continuano a mantenere un ritmo decisamente inadeguato rispetto alle proporzioni di quella che resta un’autentica emergenza nazionale. Secondo l’ultimo rapporto ISPRA sui rifiuti speciali, nel 2021 le bonifiche hanno generato 339mila tonnellate di materiali contenenti amianto, costituiti quasi esclusivamente da rifiuti da costruzione e demolizione, con una diminuzione, rispetto al 2020, di 47mila tonnellate, pari al 12,2%.

“L’Italia è un paese nel quale si fa storicamente fatica a mettere in campo politiche di abbattimento di edifici e infrastrutture”, dice Frittelloni, ma questo spiega solo in parte il rallentamento delle bonifiche. Condizionate negli ultimi anni anche dal progressivo esaurimento degli spazi disponibili nelle discariche autorizzate allo smaltimento. “La capacità sul territorio è limitata e il problema va avanti da diversi anni – spiega Frittelloni – oggi le discariche autorizzate sono 17, 7 al nord, 7 al sud e 3 al centro”. E nel 2021, secondo ISPRA, hanno accolto circa 328mila tonnellate di rifiuti da costruzione e demolizione contaminati da asbesto, con una riduzione di 59mila tonnellate pari al 15,3%. Al 31 dicembre del 2021, riporta l’istituto, la capacità residua complessivamente autorizzata era di appena un milione di tonnellate. Vale a dire un quarantesimo circa del fabbisogno di smaltimento stimato dallo Sportello Amianto Nazionale, secondo cui a fronte degli otto milioni rimossi a partire dal bando del 1992, resterebbero infatti da rimuovere oltre 40 milioni di tonnellate di manufatti contenenti fibra killer. Le sole coperture in eternit ondulato ancora installate coprirebbero tuttora un’estensione di 1,2 miliardi di metri cubi.

“È un po’ un cane che si morde la coda” dice Valeria Frittelloni. Perché nell’equazione dei rifiuti più diminuiscono i volumi disponibili per il recupero o lo smaltimento, più aumentano gli oneri della gestione, soprattutto quelli legati al trasporto. Stando ai numeri di ISPRA, nel 2021 i quantitativi di rifiuti contenenti amianto esportati in altre regioni sono raddoppiati rispetto al 2020 fino a toccare quota 8mila tonnellate, così come quelli spediti all’estero, 17mila tonnellate, in un aumento di oltre 8mila tonnellate. Destinazione prevalente la Germania, che nel 2021 ha accolto nelle proprie discariche più di 11mila tonnellate di materiali contaminati. “Parliamo di quantità limitate – precisa Frittelloni – e in più si tratta di rifiuti speciali a libero mercato, rispetto ai quali quindi la sfera pubblica ha un potere relativo. Chiaramente si tratta di segnali che vanno colti”, visto che l’aggravio del carico burocratico, logistico ed economico per i soggetti coinvolti nelle bonifiche, siano essi pubblici o privati, non aiuta di certo a superare la riluttanza ‘culturale’ nei confronti delle demolizioni. E in più spiana la strada a rimozioni ‘fai da te’ e smaltimenti illeciti.

La variabile chiave dell’equazione resta insomma quella degli impianti. “Il paese ha bisogno di un sistema adeguato – sottolinea Frittelloni – che possa far fronte al fabbisogno di smaltimento calcolato sulla base delle esigenze di abbattimento e demolizione“. Per questo, per essendo ‘a libero mercato’, i rifiuti contenenti amianto sono stati inseriti tra i flussi sensibili per i quali, ai sensi del Programma Nazionale di Gestione dei Rifiuti, le regioni dovranno prevedere nei propri piani di gestione impianti sufficienti a garantirne la gestione in sicurezza sul proprio territorio. “L’indicazione del governo – dice Frittelloni – è soprattutto quella di valutare il fabbisogno impiantistico sulla base del patrimonio edilizio e delle necessità di bonifica esistenti“. Cosa che obbligherà le regioni a completare la mappatura dell’amianto presente sul proprio territorio e l’invio delle informazioni alla banca dati gestita dal Ministero dell’Ambiente, che oggi conta 118mila siti ma che, come si legge nel Programma Nazionale, “risulta tuttavia ancora non omogeneamente popolata”. Un lavoro da portare a termine anche per ridurre i rischi legati alla presenza di amianto nelle macerie generate da eventi estremi. Come accaduto solo pochi mesi fa in Emilia-Romagna, quando trombe d’aria e alluvioni hanno mandato in frantumi, disperdendole, centinaia di coperture in eternit. “È una delle problematiche principali che ci troviamo a fronteggiare, soprattutto nella primissima fase emergenziale, quella in cui le macerie si trovano sul suolo pubblico. Anche per questo – spiega – sono in fase di studio linee guida applicative in coordinamento con la Protezione Civile”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *