Export di rifiuti, l’Ue spinge sul mercato interno: farà bene al riciclo?

Secondo l’EEA occorre agevolare lo scambio di rifiuti tra Paesi dell’Ue per aumentare il riciclo e abbassare i prezzi delle materie prime seconde. Ma basterà questo a sostenere le imprese di settore? No, secondo i riciclatori, soprattutto se si chiudono i canali dell’export extra-Ue

Nel 2019 il valore dei rifiuti riciclabili scambiati tra Stati membri sul mercato dell’Ue ha raggiunto i 12,2 miliardi di euro. Una cifra che vale l’intero prodotto interno lordo annuo di Malta e sulla quale pesano per due terzi gli scambi di rifiuti di metalli ferrosi (oltre 8 miliardi di euro), seguiti dai non ferrosi e dai rifiuti in carta e cartone (entrambi intorno agli 1,2 miliardi di euro). Ma a valicare i confini tra Paesi Ue sono anche scarti tessili, rifiuti in plastica e cascami di vetro, diretti agli impianti di trasformazione e, di lì, alle industrie e manifatture che li utilizzano in sostituzione delle materie prime naturali. Un flusso passato dai 42 milioni del 2008 ai poco meno di 50 milioni di tonnellate del 2018, pari al 6% della produzione complessiva di rifiuti. Un mercato in crescita, che secondo l’European Environmental Agency potrebbe essere “il veicolo ideale per aumentare sia la quantità che la qualità del riciclo nell’Ue”, come si legge in un dossier che accompagna la proposta di revisione della direttiva europea sulle spedizioni internazionali di rifiuti presentata nelle scorse settimane dalla Commissione europea.

Secondo l’EEA, il 90% dei rifiuti generati nell’Unione europea (oltre 800 milioni di tonnellate nel 2018) viene trattato all’interno del Paese di produzione nel pieno rispetto del principio di autosufficienza e prossimità, ma c’è un 6% che sfugge al vincolo e finisce in un altro Stato Ue. E non è un male, scrive l’agenzia, soprattutto se quei rifiuti sono composti da frazioni riciclabili. “I Paesi o le singole parti interessate nel settore dei rifiuti – scrive l’EEA – se assicurano investimenti adeguati, potrebbero beneficiare di economie di scala attraverso l’accesso a rifiuti di buona qualità raccolti in modo differenziato, non solo dal proprio Paese ma anche da altri Stati membri dell’Ue. Ciò creerebbe opportunità per lo sviluppo di impianti di riciclaggio tecnologicamente avanzati e di buona qualità e modelli di business economicamente competitivi”. Insomma, nel caso dei rifiuti riciclabili il principio di prossimità dovrebbe essere interpretato con maggiore elasticità, agevolando le spedizioni tra Stati membri e lo sviluppo di un mercato del riciclo competitivo e su scala europea. Ciò significa, spiega l’agenzia, rimuovere “oneri e restrizioni amministrativi” che oggi aumentano “i tempi di attesa e i costi di spedizione, il che alla fine riduce i margini di profitto e/o rallenta il movimento delle risorse”.

Considerazioni che la Commissione europea ha già fatto sapere di voler fare sue nella revisione della direttiva sulle spedizioni internazionali di rifiuti, puntando a rivedere le procedure amministrative che “limitano la circolazione dei rifiuti tra gli Stati membri” rallentando “il passaggio a un’economia circolare su scala dell’Ue”. “Spedizioni di rifiuti agevolate ma comunque ben controllate all’interno dell’Ue possono portare alla realizzazione di economie di scala, riducendo il costo del trattamento dei rifiuti e quindi il prezzo delle materie prime seconde“, scrive l’EEA, “con un impatto favorevole sulla loro competitività di costo rispetto alle materie prime primarie. Questo a sua volta potrebbe portare a un maggiore assorbimento di materie prime secondarie nei processi produttivi”. Una posizione che incontra solo in parte il favore delle imprese europee del riciclo, che se da un lato chiedono da sempre un alleggerimento della burocrazia per le spedizioni intra Ue, dall’altro non sono pienamente convinte che agire sulla sola leva dei prezzi basti a sostenere lo sviluppo del mercato del riciclo.

Il problema, dicono infatti i riciclatori, è che se da un lato prezzi più bassi aiutano a reggere la concorrenza delle materie prime vergini, dall’altro prezzi troppo bassi rischiano di rendere diseconomiche le attività di riciclo. Rischio tanto più concreto alla luce della volontà dichiarata dall’Ue di dare un giro di vite anche e soprattutto all’export di rifiuti verso Paesi terzi, cresciuto a un ritmo di gran lunga superiore rispetto alle movimentazioni interne e passato nel giro di dieci anni da 18,6 a 31 milioni di tonnellate, pari al 4% del totale generato. L’approccio dell’Ue alla revisione della direttiva, definitivo dai riciclatori europei ‘di tutta l’erba un fascio’ rischia infatti di limitare non solo le esportazioni di rifiuti di scarso valore o non riciclabili, ma anche quelle di ‘commodities’ a tutti gli effetti, come scarti in carta o metalli, determinandone un surplus di disponibilità sul mercato interno. “In una fase iniziale questo avrebbe un contraccolpo prevalentemente economico – ha spiegato a Ricicla.tv Cinzia Vezzosi, presidente di Euric –perché spingerebbe i prezzi verso il basso. Quello che ci preoccupa di più però è che un prezzo al ribasso sul territorio europeo potrebbe far diventare quei materiali poco appetibili per il riciclo, rendendo non più redditizio investire in attività di raccolta, cernita e processamento”.

Per le imprese del recupero di materia la valvola dell’export extra-Ue serve infatti soprattutto a tenere il valore dei materiali riciclati su livelli fisiologicamente sani quando la domanda interna non riesce ad assorbirne tutta la produzione. E visto che al momento “solo il 12% delle materie prime utilizzate dall’industria dell’Ue proviene dal riciclo” come ricorda il segretario generale di EuRic Emmanuel Katrakis, il nodo non è tanto creare nuova disponibilità di materiali sul mercato, quanto stimolare la domanda di quei materiali. “Servono requisiti vincolanti di utilizzo di materiali riciclati nelle catene del valore industriali per fare in modo che i materiali che in base alla proposta di revisione della direttiva rimarranno in Europa non finiscano in discarica. Come ad esempio l’introduzione di obiettivi minimi di contenuto riciclato nei nuovi prodotti“, che secondo Katrakis “si sono rivelati lo strumento più efficiente ma meno utilizzato, ad eccezione degli imballaggi in plastica”.

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