Definire un modello ottimale di gestione ecosostenibile del ciclo dei rifiuti e di produzione energetica: con questo obiettivo lo scorso 25 novembre la giunta regionale della Liguria ha deliberato l’approvazione di un protocollo d’intesa tra la Regione ed “Ecocarbon”, Consorzio nazionale del CSS. Il CSS è un combustibile, a tutti gli effetti un prodotto derivato dalla lavorazione dei rifiuti (da non confondere con il Css – combustibile solido secondario che rimane un rifiuto): l’unico disciplinato da un regolamento ministeriale che definisca i parametri del cosiddetto “end of waste” .
Per essere classificato come “CSS – end of waste” e non più come rifiuto, infatti, c’è bisogno che il materiale rispetti una serie di parametri (per fare un esempio le concentrazioni di cloro e mercurio devono essere pressoché nulle), ma non è un caso se sempre più amministrazioni prevedono questa ipotesi nell’impiantistica di gestione del ciclo regionale dei rifiuti. «Oltre la Liguria, le altre regioni con cui negli anni abbiamo siglato degli accordi sono state Umbria e Abruzzo, ma stiamo lavorando anche insieme alla Campania ed altre regioni – spiega Camillo Piazza, presidente del consorzio Ecocarbon – perché dopo il decreto Clini del 2013, l’interesse dell’Italia di uscire dall’emergenza delle discariche e fare in modo che si ponesse fine all’esportazione di circa 3 milioni e mezzo di tonnellate di rifiuti evidentemente c’è». Le destinazioni definite dal decreto ministeriale sono cementifici e centrali termoelettriche (adeguatamente attrezzate e conseguentemente autorizzate) nelle quali sostituire l’alimentazione a carbone in percentuale variabile con il CSS – End of Waste.
Peccato che poi si sprechino i ricorsi e i pareri contrari delle comunità territoriali e delle stesse amministrazioni locali quando si tratta di autorizzare siti per la valorizzazione termica. «Il problema – chiosa Piazza – è che ci scontriamo ogni volta con un dissenso locale che secondo me non è scientifico». Il CSS viene pur sempre dai rifiuti e bruciare non è (politicamente e psicologicamente) altrettanto allettante che produrlo per venderlo anziché pagare per smaltirlo. La Liguria, nel suo Piano aggiornato, scrive esplicitamente che la mancanza di impianti per il trattamento sul territorio regionale non deve essere un motivo di dissuasione per la produzione di CSS combustibile, collocabile comunque sul mercato nazionale ed internazionale.
Sono 26 gli impianti sui quali le autorità competenti stanno acquisendo dati per rimpolpare questa cartina, ma soltanto 6 sono cementifici che si candidano ad utilizzare CSS da End of Waste: la stragrande maggioranza sono produttori e non sembra esserci un riequilibrio su questo fronte. «Il problema è che in Italia mancano gli impianti che utilizzino questo CSS – aggiunge il presidente di Ecocarbon – eppure basti pensare che in Italia si utilizzano ancora 20 milioni di tonnellate di carbone. Questo carbone potrebbe essere in parte sostitutito dal CSS combustibile con un grande risparmio in termini ambientali e soprattutto economici. In questo momento per smaltire i nostri rifiuti all’estero spendiamo qualcosa come 700 milioni di euro».
Avviare il mercato del CSS combustibile, insomma, sottrarrebbe delle quote di rifiuto a discarica o al mero incenerimento e la sua classificazione come prodotto trasformerebbe la sua valorizzazione termica da costo a profitto. Per di più, secondo alcuni studi, le emissioni di questi combustibili sarebbero anche meno impattanti rispetto a quelle dei fossili, il che sarebbe un’ulteriore vantaggio offerto da questa opzione sul fronte della sostenibilità ambientale. Perché autorizzare un impianto, che si tratti di cementifici o di centrali termoelettriche, non sia visto come lo sdoganamento di un ecomostro sarebbe probabilmente di aiuto qualche dato certo sulle emissioni.
Ad oggi risulta uno studio dello scorso anno a cura del Consorzio LEAP – laboratorio energia ambente di Piacenza affiliato al politecnico di Milano secondo il quale le emissioni dei cementifici sarebbero addirittura meno impattanti rispetto al regime corrente con alimentazione a carbone. Studio che però si presta a dietrologie in quanto commissionato da Aitec, associazione di orbita confindustriale che raccoglie gli imprenditori del cemento. E come sempre accade c’è chi presenta studi di segno opposto. «In verità non credo che il mercato del CSS sia indirizzato alle cementerie, ma soprattutto alle centrali termoelettriche – spiega Piazza, che conclude – noi abbiamo una serie di centrali come a Civitavecchia, Fusina, Brindisi, Fiume Santu, che vanno ancora avanti col carbone, che è una sostanza che inquina. E soprattutto rispetto al carbone il CSS di qualità produce due cose importanti: l’eliminazione dello zolfo, e soprattutto riduzione importante delle polveri sottili, perché il CSS combustibile (end of waste) è un combustibile trattato e selezionato».