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Riciclo, nel 2022 la ‘plastic tax’ europea ci costerà 850 milioni di euro

Iscritta in bilancio la somma da versare all’Ue per il packaging in plastica non riciclato, che stando ai dati di Corepla nel 2021 ammonterebbe a circa un milione di tonnellate

Con un tasso di riciclo degli imballaggi del 73% registrato nel 2020, l’Italia è riuscita a superare con dieci anni di anticipo il target europeo del 70% al 2030. L’anno più duro dell’emergenza pandemica non è riuscito a mettere in crisi il sistema italiano di raccolta e riciclo, capace di centrare con largo anticipo anche gli obiettivi vincolanti per i singoli materiali: carta, legno, vetro, acciaio e alluminio. Fanalino di coda la plastica, che con il 48% di riciclo nel 2020 è l’unica a non aver ancora raggiunto il proprio target al 2025, fissato al 50%. Serve accelerare, anche perché da quest’anno non riciclare ci costerà caro: circa 850 milioni di euro. A tanto ammonta la somma iscritta in bilancio dal governo per far fronte nel 2022 al versamento della cosiddetta ‘plastic tax’ europea, il contributo nato per finanziare il fondo Next Generation Eu che gli Stati membri sono chiamati a versare in proporzione alle quantità di imballaggi in plastica che ogni anno non vengono riciclati. E così, mentre la nostra ‘plastic tax’ è slittata per l’ennesima volta al 2023, già a partire dal 2021, per ogni kg non riciclato Bruxelles incassa 0,80 euro a titolo di ‘risorsa propria’ (così l’Ue chiama le sue tasse). La somma dovuta dai singoli Stati membri viene concordata a metà di ogni anno con la Commissione europea sulla base del raffronto tra gli ultimi dati Eurostat disponibili (a luglio di ogni anno la nostra Ispra, al pari degli altri Paesi, invia all’Ue i dati riferiti a due anni prima) e una serie di previsioni sull’anno in corso e quello successivo. Dal totale viene quindi sottratta una riduzione forfettaria annua, che per l’Italia ammonta a circa 184 milioni di euro.

La somma iscritta in bilancio non consente insomma di stabilire con precisione quali siano le quantità di imballaggi in plastica non riciclate dal nostro Paese nell’anno appena trascorso. Per provare a capirlo, però, possiamo fare riferimento al bilancio preventivo di Corepla, il consorzio nazionale per il recupero degli imballaggi in plastica, secondo cui nel 2021 a fronte di un milione 855mila tonnellate di imballaggi in plastica immessi a consumo, un milione 519mila tonnellate sono state raccolte in maniera differenziata una volta giunte a fine vita. Di queste, sarebbero state avviate a riciclo circa 912mila 238 tonnellate, 659mila 606 delle quali gestite direttamente da Corepla. Non tutto quanto è stato raccolto in maniera differenziata, insomma, viene poi riciclato. Anzi, una quota quasi equivalente a quella avviata a recupero di materia da Corepla, pari a 625mila 812 tonnellate, è rappresentata proprio dal ‘plasmix’, ovvero le plastiche miste di scarto prodotte dalla selezione delle differenziate, che non hanno trovato collocazione nel mercato del riciclo meccanico e che il consorzio ha inviato a discarica per 150mila 883 tonnellate (-21% sul 2020), e a recupero energetico per 474mila 929 tonnellate (+1,5%).

Sebbene le performance di riciclo di Corepla facciano registrare un aumento dell’8,3% rispetto al 2020, a livello nazionale il dato sul 2021 resta ancora lontano dal target europeo del 50% al 2025, e anzi rischia di allontanarsi ancora di più, visto che da quest’anno andrà applicato il nuovo metodo di calcolo armonizzato introdotto dall’Ue, più severo di quello fin qui adottato dall’Italia. “Non ci saranno grossi ridimensionamenti rispetto agli obiettivi che abbiamo già raggiunto. In Europa siamo tra i best performers e rimarremo tali. L’unico dato che sicuramente cambierà sarà quello della plastica. In quel caso i numeri potranno anche subire un calo del 10%” avvertiva nei giorni scorsi il presidente di Conai Luca Ruini. E infatti stando alle stime di Corepla, applicando il nuovo metodo di calcolo il tasso di avvio a riciclo di imballaggi in plastica passerebbe per il 2020 dal 48% a una cifra compresa tra il 38,6% e il 41,8%, per poi salire nel 2021 a una percentuale oscillante tra il 42,2% e il 45,8%. Un bel passo indietro rispetto al target europeo. “Questo, però, non cambierà il posizionamento dell’Italia – garantiva Ruini – che è seconda dopo la Germania in termini di rifiuti di imballaggio avviati a riciclo per abitante”. Nei prossimi tre anni la riduzione degli imballaggi non riciclabili e l’aumento delle percentuali di riciclo, anche grazie a scelte che puntino all’innovazione tecnologica, saranno per l’industria dei rifiuti in plastica le linee guida da seguire per restare agganciata al treno della circular economy europea.

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