Luigi Palumbo
09/01/2024

Sottoprodotti, tra timori e pochi incentivi: ecco cosa frena le imprese

Ultimo aggiornamento: 11 Gennaio 2024 alle 11:01

I sottoprodotti possono essere un volano di sostenibilità e competitività per le imprese, ma lo strumento stenta a decollare. Colpa della scarsa conoscenza, ma anche dei timori delle imprese e della mancanza di incentivi, scrive Ref in un position paper. Che invita l’Italia a puntare sui principi della simbiosi industriale


Sottoprodotti chiave di volta della transizione ecologica per l’industria, ma anche fattore di competitività per l’Italia dei distretti. Che, tuttavia, pur avendo la condivisione dei fattori di produzione nel suo DNA non ha ancora imparato a sfruttare appieno il potenziale economico e ambientale di sfridi e cascami, scrive Ref Ricerche nel suo ultimo position paper. Colpa della scarsa conoscenza della disciplina da parte delle imprese, si legge, ma anche del timore diffuso ad assumersi la responsabilità di gestire gli scarti di produzione come sottoprodotti e non come rifiuti rischiando la contestazione da parte degli organi di controllo. E non è escluso, scrive del resto Ref, che proprio la scarsa attitudine delle imprese a classificare i propri scarti di produzione come sottoprodotti sia una delle cause del mancato disaccoppiamento tra PIL e generazione di rifiuti, con il primo contrattosi dell’8,2% tra 2010 e 2020 e la seconda cresciuta invece del 21,5%. Una differenza di quasi 30 punti percentuali.

Eppure gli esempi di utilizzo dei sottoprodotti in Italia non mancano: dagli scarti dell’agroindustria che diventano materia prima per le aziende farmaceutiche, alimentari e beverage ai cascami e ritagli dell’industria tessile riportati in testa alle lavorazioni, passando per gli sfridi metallici. Soluzioni ‘win win’ per le imprese, con i produttori alleggeriti dall’onere economico e burocratico di dover gestire gli scarti come rifiuti e gli utilizzatori messi in condizione di accedere a filiere di approvvigionamento più corte (e quindi economiche), con in aggiunta il carattere della sostenibilità, sempre più richiesto negli appalti pubblici. Senza tralasciare i benefici socio-ambientali legati alla riduzione del fabbisogno di gestione o smaltimento dei rifiuti, da un lato, e alla minore estrazione e lavorazione di materie prime naturali, dall’altro. Lo strumento, scrive tuttavia Ref, stenta a decollare. “La scarsa conoscenza dell’istituto giuridico dei sottoprodotti da parte del mondo produttivo e il timore dei profili di responsabilità che originano dal farvi ricorso, oltre che la mancanza di misure incentivanti, sono le principali ragioni che hanno di fatto relegato finora l’impiego dei sottoprodotti in una sorta di limbo”.

Tra i motivi che portano le imprese a classificare i propri scarti come rifiuti piuttosto che come sottoprodotti, si legge nel paper, c’è anche, e forse soprattutto, il timore di contestazioni da parte degli organi di controllo in merito al mancato rispetto dei requisiti fissati dalla disciplina. Che sono stringenti ma anche, per certi versi, aperti all’interpretazione. E anche se la giurisprudenza, riporta il paper, sta aiutando a fare chiarezza sui passaggi più scivolosi, come il controverso concetto di “normale pratica industriale” – sul quale si è pronunciata anche la Corte di Cassazione – l’aspetto più cruciale resta l’obbligo, per il produttore, di garantire la “certezza dell’utilizzo”. Chi classifica i propri scarti come sottoprodotti deve cioè poter dimostrare, senza ambiguità, che quel sottoprodotto sarà assorbito da un ciclo produttivo, interno o esterno all’azienda che lo ha generato. Ecco perché, sebbene negli ultimi anni si siano moltiplicate le iniziative di supporto alle imprese da parte delle Camere di Commercio e delle Regioni, con piattaforme di assistenza o veri e propri ‘marketplace’, per rilanciare lo strumento, si legge nel position paper, serve soprattutto rendere fisiologica la condivisione delle risorse, scarti inclusi, nella pianificazione di investimenti e strategie di sviluppo. Serve cioè puntare su modelli di simbiosi industriale.

L’Italia dei distretti industriali ha del resto già “nel suo DNA un approccio sistemico nella messa in comune dei fattori di produzione”, scrive Ref. Nei 41 distretti censiti da ISTAT i benefici garantiti dai processi di messa in rete “hanno generato modelli autoctoni di sviluppo industriale, in grado di reggere persino alle logiche della globalizzazione”. Le imprese italiane, insomma, hanno già da tempo imparato a fare della condivisione uno strumento di competitività. Per aggiungere i sottoprodotti a questa ricetta, tuttavia, occorre legare lo sviluppo stesso delle iniziative commerciali, industriali e manifatturiere ai principi della simbiosi industriale. Ad esempio prevedendo misure di sgravio fiscale per le imprese che adottino un ‘piano certificato’ di riduzione dei rifiuti basato sulla valorizzazione (nelle rispettive o in altre catene del valore) dei sottoprodotti. O legando il rilascio stesso delle autorizzazioni ambientali, nella parte relativa alle innovazioni di processo, all’individuazione e all’uso di scarti. Anche promuovendo una sorta di ‘check up’ obbligatorio delle iniziative d’impresa per misurare le possibilità di classificazione e utilizzo di sottoprodotti. In più, si legge, serve “attivare percorsi di formazione e d’informazione, destinati principalmente agli attori economici e alle autorità di controllo per sfruttare al massimo le potenzialità insite nell’uso industriale dei sottoprodotti, sia dal lato della produzione, che della regolazione e controllo”.

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