Acque reflue, via libera al DPR sul riutilizzo. Ma resta il nodo su responsabilità e costi

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Redazione Ricicla.tv
13/10/2026

Il Consiglio di Stato dà il via libera al nuovo DPR sul riutilizzo delle acque reflue, consentendo al governo di procedere anche senza l’intesa formale con le Regioni. Superato lo stallo sulle infrastrutture di distribuzione, restano i nodi delle responsabilità gestionali e della ripartizione dei costi. L’iter verso l’approvazione definitiva prosegue mentre si avvicina la scadenza del regime transitorio, fissata al 31 dicembre 2026


Sul riutilizzo delle acque reflue il governo potrà tirare dritto anche in mancanza di un’intesa formalizzata con le Regioni. Il Consiglio di Stato spiana la strada verso l’approvazione definitiva del nuovo regolamento nazionale sull’impiego circolare delle acque affinate con un parere positivo che dà il via libera allo schema di DPR predisposto dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Un nulla osta nel quale i giudici di Palazzo Spada considerano “sostanzialmente (anche se non formalmente) superata” la divergenza con i rappresentanti delle amministrazioni territoriali, pur in presenza di disallineamento parziale sui dettagli tecnici della proposta.

Un passaggio decisivo per sbloccare l’iter di una riforma attesa da anni, destinata ad aggiornare la disciplina italiana sul riutilizzo delle acque reflue depurate, ancora imperniata sul DM 185 del 2003, e ad allinearla alle disposizioni del nuovo regolamento europeo. Allineamento che sta seguendo un percorso tutt’altro che in discesa.

Annunciato dal Mase nel luglio 2025 e approvato in via preliminare dal Consiglio dei ministri il successivo 5 novembre, il DPR si era infatti arenato nel confronto con le amministrazioni regionali sul perimetro tecnico della disciplina e, in particolare, sulla definizione delle infrastrutture di distribuzione delle acque affinate. Le Regioni chiedevano di escludere dal perimetro della disciplina le canalizzazioni irrigue a cielo aperto, ma il Mase aveva respinto la proposta perché ritenuta incompatibile con la normativa europea.

Una divergenza tutt’altro che formale, dal momento che l’inclusione di queste infrastrutture nel sistema di riutilizzo può incidere sull’individuazione delle responsabilità di gestione, sulle attività di monitoraggio e, non da ultimo, sui relativi costi. Aspetti particolarmente delicati per gli enti irrigui e i consorzi di bonifica, chiamati a gestire reti spesso estese e utilizzate per distribuire acque di diversa provenienza. Non a caso l’associazione dei consorzi di bonifica Anbi aveva già espresso perplessità sullo schema di DPR, temendo l’eventuale incremento di costi operativi e oneri amministrativi.

A sciogliere il nodo, secondo il Consiglio di Stato (che sul DPR aveva già adottato un parere interlocutorio), sono state le integrazioni trasmesse dal Mase l’8 settembre scorso, che per i giudici recepiscono di fatto le osservazioni delle Regioni, mentre l’inclusione delle canalizzazioni, bocciata dagli amministratori territoriali, è valutata come correttamente motivata e in linea con le indicazioni dell’Europa. Sul piano procedurale, insomma, l’iter del DPR può andare avanti ma su quello tecnico e politico la distanza resta e potrebbe preludere a nuovi conflitti su responsabilità e costi.

Il provvedimento punta a ridisegnare il quadro regolatorio nazionale per il riutilizzo delle acque reflue affinate, introducendo un approccio più ‘flessibile’ basato sulla gestione del rischio, quindi di fatto più aperto alle valutazioni ‘caso per caso’, per superare l’impostazione prevalentemente prescrittiva del DM 185/2003 e allineare l’Italia al nuovo regolamento europeo 2020/741. Anche se la disciplina è formalmente applicabile dal 26 giugno 2023, il nuovo DPR consentirà infatti di definire dettagli tecnici non disciplinati dall’Ue, incluso il riutilizzo destinato agli impieghi industriali, civili e ambientali.

Presupposto fondamentale è il superamento dell’approccio puramente tabellare del 2003, la cui rigidità è considerata tra le cause del ritardo nello sviluppo di sistemi di riutilizzo. Secondo i dati illustrati da Utilitalia nel luglio 2025, in Italia vengono prodotti annualmente poco più di 200 milioni di metri cubi di acque affinate, ma soltanto il 49%, circa 100 milioni di metri cubi, viene effettivamente riutilizzato. Se si considera invece il volume complessivo delle acque reflue depurate, secondo ARERA la quota destinata al riutilizzo si attesta intorno al 4%, a fronte di un potenziale prossimo al 17%.

Il passaggio da valori tabellari a un approccio basato sull’analisi di rischio, tuttavia, non scioglie da solo tutti i nodi che hanno fin qui imbrigliato e frenato l’affinamento e il successivo riutilizzo delle acque reflue. Al netto dei nodi giuridici e tecnici resta infatti il tema dei costi di gestione, manutenzione e investimento necessari ad adeguare gli impianti di depurazione per garantire l’affinamento delle acque ma, soprattutto, indispensabili per trasportarle ai diversi utilizzi a costi sostenibili. Non sorprende, insomma, che l’intesa tra Regioni e Mase sia saltata proprio sul perimetro giuridico (e quindi sul perimetro delle responsabilità e degli oneri) delle infrastrutture per la distribuzione.

Per questo nel loro parere i giudici suggeriscono a Mase e Arera di predisporre schemi tipo per gli accordi e contratti di programma che dovranno regolare, oltre a ruoli e responsabilità, anche i rapporti economici tra Regioni, gestori del servizio idrico e gestori della distribuzione. L’obiettivo, insomma, resta quello di trovare il miglior equilibrio tra costi a carico delle tariffe idriche, fonti di finanziamento europee o nazionali (come il Fondo da 60 milioni di euro per il triennio 2025-2027, alimentato dai proventi delle aste ETS) e canoni di concessione, garantendo non solo disponibilità e qualità delle acque affinate, ma anche la loro sostenibilità economica, sia dal punto di vista della produzione che dell’utilizzo.

Con il parere favorevole del Consiglio di Stato, dunque, il DPR compie un passo decisivo verso l’approvazione definitiva, ma l’iter non è ancora concluso. Lo stesso organo consultivo precisa che il nuovo schema dovrà essere sottoposto alla verifica della Ragioneria generale dello Stato e acquisire i concerti dei ministeri della Salute, dell’Agricoltura e delle Imprese e del Made in Italy, prima di tornare all’esame del Consiglio dei ministri. Resta inoltre da chiarire lo stato della notifica alla Commissione europea, già annunciata nel luglio 2025 dal Mase come uno dei passaggi successivi della procedura. Nel frattempo si avvicina la scadenza del 31 dicembre 2026, termine ultimo del regime transitorio introdotto con il decreto siccità che consente il riutilizzo irriguo delle acque reflue depurate prodotte da impianti già in esercizio alle condizioni previste dal regolamento europeo.

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