Amianto, cento anni per bonificarlo tutto

Tra mappature incomplete, discariche insufficienti e investimenti pubblici andati a vuoto, al ritmo attuale delle bonifiche serviranno cento anni per rimuovere tutto l’amianto ancora presente sul territorio nazionale

Mappature incomplete, siti di smaltimento insufficienti e un fiume di fondi pubblici disperso in mille rivoli senza lasciare traccia evidente. A trent’anni dalla messa al bando dell’amianto, con la legge 257 del 1992, la fibra killer continua a infestare il Paese ma le operazioni di rimozione non procedono alla velocità che un’emergenza nazionale dalle proporzioni spaventose richiederebbe. E anzi per rimuoverlo tutto, al ritmo attuale delle bonifiche, potrebbe occorrere più di un secolo. Anche perché di quelle proporzioni continuiamo ancora oggi a non avere una misura precisa. O meglio, sappiamo che ogni anno Inail censice circa 1500 casi di mesotelioma pleurico – patologia legata quasi esclusivamente all’esposizione all’amianto – ma non sappiamo con esattezza quanto amianto (e in che forma) resti da rimuovere, né tanto meno dove sia. Eppure appena un anno dopo la messa al bando, nel 1993, erano stati già stanziati 22 miliardi di lire (pari a circa 11,4 milioni di euro) a favore di regioni e province autonome per la mappatura completa della presenza di amianto sul territorio nazionale, operazione che avrebbe dovuto essere funzionale alla realizzazione degli interventi di bonifica.

Il condizionale è quanto mai d’obbligo, visto che a oggi la mappatura, consultabile sul sito del Ministero dell’Ambiente, conta 118mila siti – dei quali 7mila 918 bonificati e 4mila 304 con intervento completato solo parzialmente – ma è lo stesso dicastero ad ammettere che si tratta di una copertura tutt’altro che esaustiva del territorio nazionale, “in quanto le regioni – si legge – hanno utilizzato nella raccolta dei dati criteri non omogenei”. La Lombardia, per esempio, risulta non comunicare i propri dati addirittura dal 2014. Poco o nulla è cambiato con l’adozione del Piano nazionale amianto, elaborato nel 2013 dai Ministeri della Salute, dell’Ambiente e del Lavoro, che individuava tra le priorità proprio la mappatura dei materiali contenenti amianto, ma anche l’accelerazione dei processi di bonifica, l’individuazione dei siti di smaltimento e la razionalizzazione della normativa di settore. Peccato che il tavolo interministeriale che avrebbe dovuto guidare l’attuazione del piano non si sia mai insediato.

Al momento insomma possiamo solo stimare le quantità di asbesto e di materiali contenenti amianto presenti sul territorio nazionale. Secondo Inail, a fronte degli 8 rimossi dalla data del bando, resterebbero da rimuovere e smaltire in sicurezza ancora 23 milioni di tonnellate di materiali, mentre il CNR stima almeno 2,5 miliardi di metri quadri di coperture di eternit pari a 32 milioni di tonnellate di cemento amianto, e “molte tonnellate di amianto friabile”. Per lo Sportello Amianto Nazionale, che negli ultimi quattro anni, coinvolgendo direttamente i sindaci, ha mappato 24 km quadrati di territorio nazionale (sui circa 300 complessivi) per proporzione si arriva addirittura a una cifra compresa tra i 40 e i 42 milioni di tonnellate.

Materiali da rimuovere e smaltire in sicurezza in impianti di discarica controllata, ma quelli attualmente autorizzati sono solo 19 (9 al Nord, 2 al Centro e 8 al Sud) con una capacità complessiva in costante diminuzione e comunque non sufficiente a soddisfare un fabbisogno di smaltimento che le stime, come visto, fanno oscillare tra i 20 e i 40 milioni di tonnellate. Anche perchè al diminuire degli spazi disponibili negli impianti corrisponde l’aumento dei costi di smaltimento. Cosa che sembra spiegare perché, stando ai dati Ispra contenuti nell’ultimo rapporto sulla produzione e gestione dei rifiuti speciali, le quantità di rifiuti contenenti amianto generate dalle attività di smantellamento di manufatti contaminati siano passate in dieci anni da oltre 530mila tonnellate nel 2012 a 385mila nel 2020. A questo ritmo occorrerebbero circa 103 anni per rimuovere tutti e 40 i milioni di tonnellate stimati dallo Sportello Amianto Nazionale.

Insomma, sebbene il Piano nazionale amianto del 2013 avesse tra gli obiettivi principali proprio l’accelerazione dei processi di bonifica, i numeri dicono che l’Italia resta infestata dalla fibra killer e che anzi riusciamo a rimuoverne sempre meno. Tutto questo nonostante l’enorme mole di fondi pubblici messa sul piatto nell’ultimo decennio. Risale al 2015, ad esempio, il piano da 135 milioni di euro per accelerare gli interventi nei grandi Siti d’Interesse Nazionale – da Casale Monferrato a Bagnoli – così come l’istituzione da parte del Ministero dell’Ambiente del fondo pluriennale da 17 milioni di euro (oggi passati a 30) per finanziare la progettazione degli interventi di bonifica negli edifici pubblici, seguito a dicembre del 2019 dallo sblocco dei 385 milioni di euro del Fondo per lo Siviluppo e Coesione 2014-2020 destinati a finanziare la rimozione dei manufatti contaminati in scuole e ospedali.

Del totale messo a disposizione degli enti territoriali (anche in questo caso, come per la mappatura, regioni e province autonome) a oggi risultano impegnati circa 100 milioni, per interventi da completare entro e non oltre il 31 dicembre del 2025. Quanto alla bonifica degli edifici privati, la leva individuata dal Piano amianto del 2013, ovvero quella della “defiscalizzazione delle attività di bonifica” si è tradotta nell’ultimo quinquennio nell’attivazione di almeno due linee di credito d’imposta, di cui una specifica per i piccoli interventi di rimozione effettuati nel 2016, unite alle detrazioni per le ristrutturazioni edilizie e all’estensione del superbonus 110% agli interventi di sostituzione delle coperture in amianto con pannelli fotovoltaici. Strumenti che, a giudicare dal rallentamento delle operazioni di bonifica registrato da Ispra, non sembrano fin qui aver restituito i frutti sperati.

E qui torniamo al tema degli impianti. Perché a frenare le bonifiche, oltre alle ben note complessità burocratiche, c’è soprattutto l’aumento dei costi dello smaltimento legato al progressivo esaurimento dello spazio disponibile nelle discariche attualmente autorizzate. Già nel Piano amianto del 2013, del resto, si sottolineava come “l’insufficienza dell’offerta di impianti di smaltimento rispetto alla domanda aumenta i costi unitari di smaltimento, aggravati anche dall’alta incidenza dei costi di trasporto” e che per questo “molti interventi di bonifica sono ritardati o eseguiti non correttamente con il rischio che l’amianto sia smaltito in modo incontrollato. Fino ad oggi – citava il Piano – è stato massiccio il ricorso a discariche estere (Germania) con forti aggravi dei costi”.

Una situazione rimasta sostanzialmente immutata negli ultimi dieci anni, anzi aggravata dalla chiusura di una serie di impianti, e la cui responsabilità il Piano individuava nella “pianificazione regionale” che avrebbe dovuto essere “maggiormente vincolata per quanto riguarda l’obbligo di localizzare con precisione i siti di discarica di amianto in relazione al fabbisogno programmato”. Per passare dalle parole ai fatti ci sono voluti quasi dieci anni, visto che solo con l’approvazione del Programma Nazionale di Gestione dei Rifiuti, adottato a giugno scorso dal Ministero dell’Ambiente, le regioni sono state obbligate ad aggiornare entro 18 mesi (quindi entro la fine del 2023) i propri piani di gestione dei rifiuti riportando il fabbisogno di smaltimento dei flussi contenenti amianto e indicando quali e quanti impianti realizzare per gestirli in sicurezza sul territorio. Nel frattempo, di amianto, l’Italia continua ad ammalarsi.

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