Industria, Italia ai vertici in Ue per efficienza ed emissioni. Ma la burocrazia frena il percorso

di Luigi Palumbo 09/05/2024

L’industria italiana vanta performance di primo piano in termini di efficienza dei processi e di decarbonizzazione, spiega ISPRA. Anche grazie al recupero degli scarti. Che però non riusciamo ancora a sfruttare appieno


L’industria italiana è tra le più efficienti e decarbonizzate d’Europa. Tra il 1995 e il 2022 il rapporto tra consumi energetici e PIL è calato del 22,3%: 85 tonnellate di petrolio equivalenti per milione di euro contro gli 87 della Germania e i 93 della Francia. Meglio ancora il rapporto tra CO2 e prodotto interno lordo, che nello stesso periodo si è ridotto addirittura del 34,9%, arrivando a 239 tonnellate di CO2 equivalenti per milione di euro, al pari con la Germania. I numeri sono quelli diffusi questa mattina in occasione della presentazione dell’ultimo inventario ISPRA sulle emissioni in atmosfera, che a livello nazionale riporta per il 2022 una riduzione del 21% rispetto ai livelli del 1990, significativa sebbene ancora lontana dal taglio del 55% entro il 2030 – e del 43,7% rispetto al 2005 per i settori soggetti all’Effort Sharing – chiesto dalla normativa europea sul clima.

Un risultato che, spiega ISPRA, è anche e soprattutto frutto della riduzione delle emissioni legate all’industria energetiche, diminuite di circa il 31% grazie all’aumento di capacità rinnovabile, e del taglio di quelle generate dal settore della manifattura e delle costruzioni, calate di oltre il 40%. Trend, quest’ultimo, che riflette anche la capacità del sistema industriale italiano di far fronte alla carenza di risorse naturali sul territorio nazionale puntando sull’efficienza dei processi e sull’impiego di materiali alternativi, come quelli da riciclo. Una ricetta nata per esigenze di competitività, ma che oggi è diventata anche driver di decarbonizzazione.

Emblematico il trend del settore ferro e acciaio, che tra 1990 e 2022, riporta ISPRA, ha visto le emissioni di CO2 equivalenti passare da circa 100 milioni di tonnellate a meno di 60, complice la progressiva diffusione di forni ad arco elettrico con produzione di acciaio da rottame. “In Italia siamo all’85% della produzione da rottame – ha spiegato Alfredo Schweiger direttore tecnico di Federacciai – contro il 40% della Germania”, che resta la prima siderurgia per volumi di produzione ma “in termini di riduzione dell’intensità emissiva siamo molto più avanti“, ha spiegato.

Stando ai dati ISPRA, tuttavia, resta più lenta la contrazione del rapporto tra consumi energetici ed emissioni, calato solo del 16,2% in quasi trent’anni. Segno che anche a fronte di emissioni in contrazione, una parte rilevante della produzione industriale nazionale continua a dipendere dalla disponibilità di combustibili fossili. Come l’industria della carta, comparto ‘hard to abate’ che per alimentare i propri processi produttivi continua a consumare enormi quantità di gas naturale d’importazione, “in alcuni casi fino a 100 milioni di metri cubi l’anno“, ha spiegato il direttore generale di Assocarta Massimo Medugno. Un ostacolo al processo di decarbonizzazione, ma anche una zavorra nel confronto con i competitor di mercato. “Di fatto – ha spiegato – abbiamo sempre pagato una carbon tax implicita“, che è diventata ancora più pesante a seguito degli shock energetici degli ultimi anni.

Le soluzioni per tenere insieme competitività e decarbonizzazione non mancano. “Dal 2005 a oggi – ha detto Medugno – abbiamo ridotto le emissioni di CO2 del 25% per unità di prodotto”, migliorando l’efficienza dei processi, puntando sulla cogenerazione e consumando quote crescenti di biometano, ma gli ostacoli da rimuovere restano tanti. “Potremmo acquistare biometano dagli impianti agricoli – ha detto – ma la risorsa al momento è scarsa e in più non è facile farla arrivare ai nostri impianti, visto che per realizzare le connessioni costi e tempi restano altissimi“. C’è poi il giacimento inesplorato degli scarti di produzione, il cosiddetto pulper di cartiera, che in altri paesi Ue viene recuperato energeticamente a piè d’impianto mentre in Italia la complessità della normativa ambientale e la diffusa ostilità delle comunità locali continuano a impedire il rilascio di autorizzazioni. “Abbiamo 400-500mila tonnellate di scarti di processo, che in parte esportiamo verso paesi come Ungheria e Austria e che magari poi tornano indietro come carta a costo più basso della nostra”. Oltre al danno la beffa.

Complessità burocratiche e ostracismi territoriali sono anche quelli che frenano l’utilizzo di combustibile da rifiuti CSS in sostituzione dei combustibili fossili, come il pet coke, nel ciclo del cemento, soluzione che stenta a prendere piede nonostante i diversi interventi del legislatore per semplificare gli iter autorizzativi. “In Italia – ha ricordato Pietrandrea Fiorentini di Cementirossi – il tasso di sostituzione dei combustibili alternativi è al 22,5% quando la media europea è al 50% e ci sono paesi all’80%. C’è un problema di autorizzazioni e di sensibilità, e la cosa rappresenta un grosso limite. Anche perché da un punto di vista tecnologico potremmo arrivare al 90%, contribuendo in maniera significativa al contenimento delle emissioni generate dalla combustione nei nostri impianti”. Anche in questo caso, come per il pulper, buona parte delle quote di CSS non utilizzate dall’industria italiana vengono esportate all’estero, e anzi nel 2022 le movimentazioni sono aumentate di oltre il 50%. Paradossalmente, nello stesso anno sono aumentate anche le importazioni di carbon fossile, cresciute del 57% per far fronte agli effetti della crisi del gas russo. Le risorse per tagliare le emissioni a km zero non mancano, a patto di riuscire a sfruttarle meglio.

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