Terra dei fuochi

Terra dei fuochi, l’Iss conferma correlazione tra gestione illecita di rifiuti e tumori

Tumori a fegato, mammella e vescica, linfomi non Hodgkin, malformazioni congenite, leucemie, eccessi significativi di mortalità per il tumore del polmone, sono solo alcune delle gravissime conseguenze che possono derivare dalla gestione illecita dei rifiuti, in particolare da fenomeni di combustione incontrollata. A renderlo noto il rapporto realizzato grazie all’accordo stipulato nel giugno 2016 tra la Procura di Napoli Nord e l’Istituto Superiore di Sanità, che dopo quasi cinque anni conferma con i numeri una correlazione immaginata già da tempo.

Lo studio, che copre il territorio dei 38 comuni del Circondario della Procura della Repubblica di Napoli Nord – con una superficie totale di 426 km2 – censisce 2mila 767 siti sensibili, compresi luoghi di smaltimento abusivo di rifiuti anche pericolosi, 665 dei quali sono stati teatro di combustioni illegali. Stando alla ricerca, nei comuni interessati il 37% della popolazione, pari a 354mila 845 abitanti, risiede entro i 100 metri da almeno uno dei siti individuati, spesso anche da più di uno. Questo fattore determina, secondo il rapporto, un’esposizione maggiore a emissioni e rilasci di composti chimici pericolosi per l’ambiente, ma anche e soprattutto per la salute umana, con un aumento del rischio di contrarre patologie. Cosa che conferma definitivamente il ruolo causale o concausale nell’insorgenza di specifiche malattie.

«Il presente Accordo – afferma il presidente dell’ISS Silvio Brusaferro – rappresenta un esempio virtuoso di collaborazione tra enti ed istituzioni con ruoli e funzioni diverse. L’indagine ha evidenziato delle criticità relative all’impatto dei rifiuti sulla salute. Questo – prosegue il Presidente – conferma la necessità di sviluppare un sistema di sorveglianza epidemiologica integrata con dati ambientali nell’intera area della Regione Campania e in particolare nelle province di Napoli e Caserta, così come nelle altre aree contaminate del nostro Paese, in modo da individuare appropriati interventi di sanità pubblica, a partire da azioni di bonifica ambientale. Per tutte le azioni di prevenzione e bonifica, condivise con le Autorità e le popolazioni coinvolte – conclude – l’Istituto è pronto a collaborare con le Autorità e le Istituzioni locali e regionali».

Scendendo nel dettaglio, lo studio prende in esame 63 differenti tipologie di siti di rifiuti, riconducibili a 5 categorie principali: stoccaggio, trattamento, smaltimento, incendi, abbandono di rifiuti pericolosi e non pericolosi, censendo complessivamente 2mila 767 siti: tra questi si contano “aree di smaltimento sia controllato che abusivo di rifiuti, anche pericolosi”, tra cui 225 siti segnalati dalla Procura di Napoli e 51 dall’ISS; 2185 sversamenti665 roghi segnalati dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno di Portici; 2 abbandoni segnalati dall’ARPAC; 20 abbandoni cronici; 2 siti con presenza di diossine60 abbandoni segnalati dall’ISS; 1 sito di ecoballe11 di stoccaggio; 1 cava7 incendi nel 2012 e 21 nel 2013; 140 impianti e 13 attività produttive.

Un campione molto eterogeneo, insomma, composto in prevalenza da siti di gestione illecita di rifiuti, ma anche da impianti di trattamento autorizzati, ai quali però rispetto ai primi viene assegnato un grado di pericolosità nettamente inferiore. Per la costruzione dell’indicatore di rischio, nello specifico, sono stati catalogati in ordine decrescente, con un massimo grado di pericolosità gli incendi da cumulo rifiuti, seguiti da rifiuti sommersi o interrati, da cumuli di rifiuti pericolosi (amianto, penumatici, elettrodomestici, vernici, pellame) per poi passare a siti con grado di pericolosità via via più basso come cumuli misti con rifiuti solidi urbani (RSU) e altro materiale non definito, centri di stoccaggio e trattamento di rifiuti pericolosi, abbandoni di rifiuti specialiimpianti di trattamento dei rifiuti elettrici ed elettronici. Nella parte più bassa della graduatoria della pericolosità gli impianti riciclo/recupero di altre sostanze inorganiche, le discariche di RSU, gli impianti di trattamento fanghi di depurazione, le attività e cave dismesse senza informazioni specifiche.

I comuni presi in esame sono stati quindi suddivisi in quattro fasce seguendo un criterio crescente in base al rischio legato all’esposizione a rifiuti. Dalle analisi effettuate grazie al geodatabase sull’andamento del rischio sanitario nell’area indagata, emerge che la mortalità e l’incidenza per tumore della mammella è significativamente maggiore tra le donne dei comuni di terza classe, ovvero Cardito, Casoria, Melito di Napoli, Mugnano di Napoli, Villaricca e di Caivano e Giugliano – questi ultimi due sono i soli a figurare in quarta classe, ovvero nell’area di rischio da rifiuti maggiore rispetto a tutte le altre zone analizzate con 282 siti di differente grado di pericolosità a Caivano  e 628 a Giugliano. In questi stessi comuni l’ospedalizzazione per asma nella popolazione è significativamente più elevata, sia negli uomini che nelle donne, così come la percentuale di natività pretermine è maggiore nei suddetti comuni di terza e quarta classe dell’indicatore, a cui si aggiungono anche quelli di seconda classe, cioè Aversa, Casal di Principe, Casaluce, Gricignano di Aversa, Lusciano, Orta di Atella, Sant’Arpino, Afragola, Casandrino, Crispano, Qualiano.

Negli unici due comuni di quarta classe, Caivano e Giugliano, è stata poi registrata una prevalenza di malformazioni congenite, in particolare dell’apparato urinario. Più in generale, in tutti i comuni del Circondario Napoli Nord, compresi anche quelli afferenti alla prima classe con minor esposizione a rifiuti sul territorio – Carinaro, Cesa, Frignano, Parete, San Cipriano d’Aversa, San Marcellino, Succivo, Teverola, Trentola‐Ducenta, Villa di Briano, Villa Literno, Casapesenna, Arzano, Calvizzano, Casavatore, Frattamaggiore, Frattaminore, Grumo Nevano, Marano di Napoli, Sant’Antimo – i giovani e giovanissimi di età compresa tra 0 e 19 anni sono maggiormente esposti al pericolo di leucemie, con un aumento nelle percentuali anche di ricoveri per asma.

I risultati dell’indagine, seppure non conclusivi, mettono in luce l’urgenza di interventi mirati. In primis, spiegano gli autori dello studio, mettendo in campo opere di bonifica dei siti con presenza di rifiuti e di tutte le aree limitrofe che possano essere interessate dai contaminanti rilasciati in ambiente, ma anche incentivando un ciclo virtuoso della gestione dei rifiuti, con l’ausilio di un apposito piano di sorveglianza epidemiologica permanente della popolazione per uno screening puntuale e costantemente aggiornato. Senza dimenticare, dicono, la necessità di implementare interventi di sanità pubblica in termini di prevenzione, diagnosi, terapia e assistenza per garantire alla popolazione un servizio medico più efficiente.

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