L’associazione dei riciclatori Ue lancia l’allarme. Intanto, ad agosto, a Ginevra è fallito il negoziato sul trattato globale contro l’inquinamento da plastica
“L’industria europea del riciclo della plastica è sull’orlo del collasso“. È questo l’allarme lanciato da Plastic Recyclers Europe, l’associazione europea dei riciclatori di plastica. La causa, secondo gli addetti ai lavori, va ricercata nell’impennata delle importazioni di materiale a basso costo da Paesi terzi, con conseguente calo di domanda di plastica riciclata made in Europe, e nell’eccessiva burocrazia per gli impianti che operano all’interno dell’Unione europea.
“Solo tra gennaio e luglio 2025 – si legge nel comunicato rilasciato dall’associazione – è andata persa quasi la stessa capacità dell’intero 2024, e tre volte di più rispetto al 2023″. Anche per il 2025 le previsioni non sembrano presentare scenari migliori: i numeri, dice PRE, “indicano una crescita netta pari a zero dopo anni di rapida espansione, il che segnala un declino critico dello slancio nella transizione verso un’economia circolare. Paesi Bassi, Regno Unito e Germania sono stati i paesi più colpiti da questa tendenza al ribasso”. Proprio guardando a Berlino, è notizia dello scorso luglio la chiusura entro fine anno di due impianti di riciclo in Germania della Veolia Deutschland, in particolare gli stabilimenti MultiPet e Multiport a Bernburg.
Secondo Plastic Recyclers Europe per evitare la recessione del settore e rilanciare la produttività sarebbe necessario “attuare con urgenza meccanismi di difesa commerciale e di mercato, garantire norme coerenti in materia di responsabilità estesa del produttore (EPR), applicare rigorosamente la certificazione di terze parti e applicare sanzioni armonizzate per i materiali non conformi”. Oltre a questo – continua l’associazione – è necessario alleviare le pressione economica sulle imprese del riciclo, attuando politiche come l’accesso a energia pulita a basso costo. Servirebbero, inoltre, maggiori controlli doganali sui prodotti extra continentali e l’introduzione di incentivi mirati agli investimenti.
Una crisi di settore che non risparmia il comparto italiano. Secondo l’associazione nazionale dei riciclatori Assorimap i fatturati delle aziende che operano nel riciclo meccanico delle plastiche sono calati, nel 2023, del 31% rispetto all’anno precedente, mentre nel 2024 la flessione è proseguita facendo segnare un -0,8%. “Il crollo del settore europeo del riciclo della plastica – conclude Plastic Recyclers Europe – causerebbe danni irreversibili ai progressi ambientali e all’innovazione conseguiti nell’ultimo decennio, mettendo a repentaglio il raggiungimento degli obiettivi climatici dell’Ue e la sua competitività a lungo termine”, per questo, spiegano gli addetti “è il momento di agire”.
Se il riciclo, almeno in Europa, è alla canna del gas, la produzione di plastica vergine, intanto, continua ad aumentare. Secondo l’Onu nel mondo ogni anno vengono prodotte oltre 460 milioni di tonnellate di plastica e di queste circa il 75% finisce tra i rifiuti. Se il ritmo resta questo – calcola l’Organizzazione delle Nazioni Unite – entro il 2050 la produzione globale potrebbe raggiungere le 884 milioni di tonnellate. Per questo, a Ginevra, delegati da tutti i Paesi avevano provato a definire un trattato per porre fine all’inquinamento da plastica, ma nessun accordo è stato trovato. “Dispiace per l’esito della sessione, anche se era chiaro fin dall’inizio che sarebbe stato un confronto complesso. L’obiettivo deve restare la riduzione della dispersione delle plastiche: l’inquinamento da plastiche e microplastiche è dannoso per l’ambiente e per la salute umana”, ha commentato la viceministra dell’Ambiente Vannia Gava.