Rifiuti di plastica, in Turchia “danni ambientali” ma l’Ue non chiuderà l’export

di

Luigi Palumbo
21/09/2026

In dieci anni le esportazioni di rifiuti di plastica dall’Ue alla Turchia sono cresciute di oltre il 2700%. La Commissione europea ha rilevato carenze nei dati, dubbi sull’enforcement e danni ambientali documentati, ma non abbastanza da chiudere il canale commerciale. Anche perché con lo stop imminente ai Paesi non OCSE, e l’industria continentale del riciclo in crisi, Ankara potrebbe diventare ancora più strategica nella nuova geografia europea dei rifiuti


“Informazioni limitate”, una relativa “incertezza sul reale livello di applicazione della normativa” e, non da ultimo, una “governance frammentata” e “senza chiaro coordinamento”. Il tutto in un contesto segnato da casi documentati di “danni ambientali”. Non esattamente un quadro virtuoso, ma comunque ritenuto non abbastanza negativo da condurre “alla conclusione che la Turchia non stia gestendo i rifiuti di plastica importati dall’Ue in modo ecologicamente corretto”. È in questo equilibrio, tutt’altro che rassicurante ma ancora lontano da una bocciatura, che si muove il primo assessment della Commissione europea sulla sostenibilità delle esportazioni di rifiuti plastici verso paesi OCSE. Una valutazione non di poco conto, visto che in dieci anni i flussi diretti ad Ankara sono aumentati di quasi trenta volte.

Il documento, pubblicato il 18 settembre ai sensi del nuovo regolamento europeo sulle spedizioni di rifiuti, rappresenta il primo banco di prova del sistema di sorveglianza rafforzata introdotto da Bruxelles per verificare che l’aumento delle esportazioni di rifiuti di plastica non determini danni significativi all’ambiente o alla salute umana nei Paesi destinatari. La scelta di partire dalla Turchia è quasi obbligata. Nel 2025 l’Unione europea ha esportato complessivamente 1,4 milioni di tonnellate di rifiuti plastici verso Paesi terzi. Di queste, 730 mila tonnellate sono finite in Paesi OCSE e circa 510 mila nella sola Turchia: il 36% dell’intero export extra-Ue e circa il 70% di quello diretto verso economie OCSE. A grande distanza seguono Regno Unito, con 107 mila tonnellate, e Svizzera, con 83 mila.

È però la traiettoria degli ultimi dieci anni a spiegare davvero il peso assunto da Ankara. Secondo Eurostat l’export europeo verso la Turchia è passato da appena 17.889 tonnellate nel 2015 a 86 mila nel 2017, per poi balzare a quasi 190 mila nel 2018, 255 mila nel 2019 e 447 mila nel 2020, fino ad arrivare a 511.672 nel 2025, massimo storico della serie. Un aumento vertiginoso, che in termini percentuali equivale al +2.760%. Il cambio di passo nei flussi tra Ue e Turchia coincide con la chiusura del mercato cinese. Dal 2018 Pechino ha infatti drasticamente ristretto l’ingresso di rifiuti plastici, provocando una redistribuzione delle rotte commerciali e trasformando la Turchia nel principale sbocco commerciale per le plastiche di scarto che il Vecchio Continente non riesce a trattare dentro i propri confini.

Ma che fine fanno i rifiuti importati dalla Turchia? Secondo la Commissione l’industria dei materiali plastici è cresciuta fino a superare i 10 milioni di tonnellate annue di nuovi prodotti, dipendendo quasi esclusivamente dall’importazione di feedstock vergini e post consumo. L’assessment non descrive un Paese privo di regole. Al contrario, Bruxelles riconosce che negli ultimi anni la Turchia ha rafforzato sensibilmente il proprio quadro legislativo e amministrativo e irrigidito le condizioni per l’importazione.

Al momento, solo determinate frazioni plastiche possono entrare nel Paese, con un limite massimo di contaminazione dell’1%. Gli importatori devono essere titolari di impianti di riciclo autorizzati e, dal 2022, ciascun impianto può importare rifiuti plastici fino a un massimo del 50% della propria capacità annuale certificata di trattamento. Le quantità vengono inoltre rilasciate attraverso quote trimestrali e sono previste sanzioni in caso di superamento. Se il quadro regolatorio esiste, è però sulla sue effettiva applicazione che l’indagine di Bruxelles fa emergere più interrogativi che elementi di certezza.

Il primo problema è quello dei dati. La Commissione scrive che non sono disponibili informazioni pubbliche complete sulla generazione, raccolta e gestione complessiva dei rifiuti plastici in Turchia. Le stime disponibili collocano la produzione domestica tra 3,3 e 3,9 milioni di tonnellate l’anno, ma mancano dati ufficiali sufficientemente granulari per ricostruire con precisione quanto venga riciclato, incenerito, smaltito in discarica o disperso. Secondo alcuni stakeholder consultati da Bruxelles, solo circa il 10% dei rifiuti plastici prodotti nel Paese sarebbe effettivamente riciclato.

Il tema diventa ancora più delicato considerando le importazioni. Nel 2025 la Turchia ha ricevuto complessivamente quasi 700 mila tonnellate di rifiuti plastici dall’estero, mentre l’industria nazionale della plastica ha raggiunto una produzione di circa 10 milioni di tonnellate. Per gli operatori turchi il materiale importato è spesso più appetibile di quello domestico perché arriva già selezionato, presenta meno contaminazioni ed è più semplice ed economico da trasformare in nuova materia prima. Di fatto un disincentivo a migliorare raccolta e selezione dei rifiuti plastici prodotti internamente. Ma non solo.

Secondo la Commissione, infatti, non è chiaro se la capacità di riciclo installata sia sufficiente a gestire in condizioni ambientalmente corrette contemporaneamente i flussi domestici e quelli provenienti dall’estero. Anche perché l’effettivo rispetto sia del tetto del 50% alle importazioni rispetto alla capacità certificata sia della soglia dell’1% di contaminazione, hanno rivelato alla Commissione alcuni stakeholder, è praticamente impossibile da verificare. E infatti, quando si passa dalle regole sulla carta alla realtà industriale, il quadro diventa decisamente meno incoraggiante.

L’assessment richiama una serie di studi e indagini che negli ultimi anni hanno documentato episodi di abbandono, combustione e cattiva gestione di rifiuti plastici, in particolare nell’area di Adana, diventata uno dei principali hub del riciclo turco. Le criticità indicate riguardano soprattutto la gestione dei residui non riciclabili presenti nei carichi importati: pellicole contaminate, etichette, frazioni estranee e scarti di lavorazione. I rapporti esaminati dalla Commissione documentano episodi di combustione all’aperto, abbandono e incendi in siti di deposito, oltre a forme di contaminazione delle acque e del suolo. Tra le fonti citate figura il policy brief del 2026 dell’Istanbul Policy Center, firmato dal ricercatore Sedat Gündoğdu, dedicato proprio ai rischi ambientali delle importazioni turche di rifiuti plastici.

Bruxelles riconosce che controlli e sanzioni sono aumentati. Nel 2024 le autorità turche hanno effettuato oltre 63 mila ispezioni ambientali e applicato 7.448 sanzioni amministrative, 950 delle quali nell’area dei rifiuti, ma i dati non consentono di capire quante di queste sanzioni riguardino specificamente i rifiuti plastici, né di verificare sistematicamente l’efficacia dei controlli sulle importazioni e sugli impianti destinatari. Il quadro è complicato infine dalla distribuzione delle competenze tra Ministero dell’Ambiente, Ministero del Commercio, dogane, autorità locali e municipalità.

Il risultato dell’analisi è quindi deliberatamente interlocutorio. La Commissione non ritiene di avere elementi sufficienti per sostenere che la Turchia stia gestendo i rifiuti importati dall’Europa in modo non ambientalmente corretto. Ma allo stesso tempo afferma di non disporre ancora delle informazioni necessarie per sciogliere diversi dubbi su capacità di trattamento, enforcement, gestione degli scarti residui e impatto delle importazioni sul sistema domestico. Nel dubbio, Bruxelles si è impegnata ad aprire un confronto più strutturato con Ankara e annuncia una nuova valutazione entro la fine del 2028. Anche perché nel frattempo, dopo lo scossone cinese che ha portato all’incremento vertiginoso dei flussi importati dalla Turchia, il mercato globale dei rifiuti di plastica si prepara a un nuovo stravolgimento.

Dal 21 maggio 2026 tutte le esportazioni europee di rifiuti plastici verso Paesi terzi, inclusa la Turchia, sono già sottoposte alla procedura di notifica e consenso preventivi, comprese le frazioni pulite e non pericolose che in precedenza potevano viaggiare con procedure semplificate. Dal maggio 2027 gli esportatori dovranno inoltre dimostrare, attraverso audit indipendenti, che gli impianti destinatari gestiscono i rifiuti in modo ambientalmente corretto. Ma il vero scossone è destinato ad arrivare tra poche settimane.

Dal 21 novembre 2026, infatti, il regolamento europeo sulle spedizioni di rifiuti vieterà completamente l’esportazione di rifiuti plastici dall’Ue verso i Paesi non OCSE, almeno fino al maggio 2029. La misura riguarda volumi tutt’altro che marginali. Nel 2025 circa metà dell’export europeo di rifiuti plastici era ancora diretto verso economie non OCSE. Tra le principali destinazioni figuravano Malaysia, 276 mila tonnellate; Indonesia, 215 mila; Vietnam, 137 mila. Insieme hanno assorbito circa 628 mila tonnellate, un volume superiore a quello spedito nello stesso anno nella sola Turchia.

Al momento, nonostante i buoni propositi della Commissione – che vede nel nuovo regolamento sulle spedizioni una potenziale leva per l’industria continentale del recupero – è difficile immaginare che i flussi interessati dal nuovo regime possano essere assorbiti dall’industria europea del riciclo, che da diversi anni versa in una crisi profonda di competitività. A pesare, tra l’altro, è anche il gap di prezzo con i polimeri riciclati d’importazione, provenienti, non a caso, proprio da alcune delle principali destinazioni dei rifiuti europei, soprattutto nel far east. Una crisi che, secondo TEHA e Conai, tra 2021 e 2024 ha lasciato sul terreno più di un milione di tonnellate di capacità operativa, mentre per il 2025 le stime parlano di un ulteriore 50% di chiusure rispetto all’anno precedente.

E forse sta soprattutto qui la prudenza di Bruxelles nell’assessment sulla Turchia: nel timore che una stretta ancora più decisa di quella impressa con l’introduzione dell’obbligo di notifica preventiva possa lasciare l’Europa senza sbocchi, né interni né extra Ue, per le plastiche che non potranno più finire sui mercati del far east e che l’industria continentale sembra sempre meno in grado di assorbire. La stessa Commissione riconosce esplicitamente che il divieto verso i Paesi non OCSE potrebbe determinare uno spostamento dei flussi verso Paesi OCSE. Se la Turchia sia pronta o meno a consolidare il proprio status di snodo strategico delle esportazioni di rifiuti di plastica dovrà deciderlo la Commissione. Almeno per il momento Bruxelles ha scelto di guardare al bicchiere mezzo pieno lasciando aperto il canale commerciale. Una scelta di realpolitik, che agli occhi dei più maliziosi finirà inevitabilmente per somigliare alla proverbiale polvere nascosta sotto al tappeto. Tappeto turco, s’intende.

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