La Commissione europea ha pubblicato la bozza della lista dei Paesi non OCSE autorizzati a importare specifici rifiuti dall’Ue dal 2027. Carta e cartone mantengono i principali sbocchi asiatici mentre sui metalli la stretta è quasi totale, con un impatto e superiore a 4 milioni di tonnellate l’anno che scatena l’ira dei riciclatori. Riflettori accesi anche sulla plastica in Turchia
La geografia dell’export europeo di rifiuti potrebbe cambiare in modo sostanziale. Un riassetto con impatti anche sulle filiere industriali del recupero e con effetti potenzialmente dirompenti per quelle dei metalli, che potrebbero doversi trovare a ricollocare oltre 4 milioni di tonnellate di rottame l’anno. La Commissione europea ha pubblicato il 18 settembre la bozza di regolamento delegato con la prima lista dei Paesi non OCSE che, in deroga al divieto generale previsto dal nuovo regolamento sulle spedizioni di rifiuti, potranno continuare a ricevere dall’Unione determinate tipologie di rifiuti non pericolosi destinati a recupero. Dal 21 maggio 2027 solo i paesi autorizzati potranno continuare a ricevere rifiuti recuperabili, mentre già dal 21 novembre del 2026 saranno bloccate del tutto le esportazioni di rifiuti di plastica.
La prima lista dovrà essere adottata entro il 21 novembre 2026 e sarà aggiornata almeno ogni due anni. La bozza è stata sottoposta a consultazione fino al 16 ottobre. Dei 32 paesi che hanno fatto richiesta all’Ue, 25 compaiono nella proposta di elenco: Andorra, Bangladesh, Bosnia-Erzegovina, Egitto, Georgia, India, Indonesia, Malaysia, Mauritius, Moldova, Monaco, Montenegro, Marocco, Macedonia del Nord, Oman, Pakistan, Filippine, Arabia Saudita, Serbia, Sri Lanka, Taiwan, Thailandia, Tunisia, Ucraina e Vietnam. Restano invece fuori del tutto El Salvador, Hong Kong SAR, Kazakhstan, Laos, Nigeria, Singapore e Togo.
La differenza più significativa riguarda però il perimetro dei materiali autorizzati. L’inclusione di un paese nella lista non vale infatti per tutti i rifiuti che aveva chiesto di importare, ma soltanto per le singole categorie per le quali la Commissione ritiene dimostrata una gestione ambientalmente corretta. Se per carta, gomma e tessili la Commissione ha mantenuto aperti diversi canali di export, per metalli, plastiche, raee e batterie la bozza segna invece una stretta: molti Paesi li avevano richiesti, ma questi flussi vengono quasi del tutto esclusi da quelli autorizzati nella lista provvisoria.
Esclusioni da leggere anche alla luce di un quadro normativo già particolarmente restrittivo. Per i raee già dal 1 gennaio 2025 l’Ue vieta di fatto l’esportazione di tutti i rifiuti elettrici ed elettronici verso Paesi non OCSE, e anche per le batterie la possibilità di esportazione è già fortemente compressa. Per le plastiche, infine, il regolamento sulle spedizioni dispone dal 21 novembre 2026 il divieto totale di esportazione di rifiuti verso Paesi non OCSE.
Guardando ai flussi principali in uscita dall’Ue, se le richieste di importazione della carta e del cartone vengono di fatto autorizzate (incluse quelle di India, Indonesia e Vietnam, che nel 2025 hanno assorbito 3,5 dei 5,9 milioni di tonnellate di export extra-Ue di carta riciclabile) quelle per i rifiuti metallici, invece, vengono quasi del tutto respinte. Secondo la Commissione, infatti, il flusso “può presentare un profilo di rischio più elevato rispetto ad altri” data la possibile presenza di metalli pesanti persistenti e tossici e i rischi connessi alle attività di frantumazione, fusione e raffinazione. Solo Moldova, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia e Ucraina risultano autorizzabili anche per le categorie metalliche indicate nelle rispettive domande.
L’India è il caso industrialmente più rilevante. È il secondo mercato extra-Ue per le materie prime riciclabili europee: secondo Eurostat nel 2025 ha ricevuto complessivamente 3,9 milioni di tonnellate, alle spalle della sola Turchia. La domanda indiana comprendeva un ventaglio molto ampio di categorie, dai metalli alle batterie, dai raee a carta, gomma, tessili, vetro e rifiuti minerali. Nella bozza vengono riconosciuti diversi flussi non metallici, a partire dalla carta, ma ferrosi e non ferrosi restano fuori.
In materia di metalli il perimetro potenzialmente interessato è ampio: secondo gli ultimi dai Eurostat nel 2025 l’Ue ha esportato complessivamente 32,6 milioni di tonnellate di rifiuti, circa il 40% delle quali verso Paesi non OCSE. Considerando solo i rottami metallici, inclusi ferro e alluminio, viene fuori che 4,1 milioni di tonnellate sono andati in Egitto (1,8) India (1,6) e Pakistan (0,7), Paesi ai quali la bozza non riconosce l’autorizzazione all’import. I flussi, se la ‘lista di proscrizione’ di Bruxelles dovesse restare questa, andranno collocati su altri mercati.
Proprio per questo la reazione dell’industria del recupero non si è fatta attendere. In una comunicazione diffusa solo poche ore dopo il disvelamento della bozza, Recycling Europe, l’associazione dei riciclatori europei ha contestato l’impostazione adottata dalla Commissione definendo “tecnicamente errata” una caratterizzazione generalizzata dei rifiuti ferrosi e non ferrosi come flussi a più elevato rischio.
“La valutazione ambientale deve condurre alla decisione, non essere utilizzata per giustificare una decisione già presa”, afferma Julia Ettinger, segretaria generale di Recycling Europe. La posizione dell’associazione è che una domanda debba essere respinta se il Paese non dimostra di saper gestire ambientalmente uno specifico flusso, ma che l’intera categoria dei materiali metallici non pericolosi non dovrebbe partire da una presunzione generale di criticità.
Recycling Europe evidenzia anche quello che considera un paradosso nel caso dell’India. Mentre il Paese verrebbe escluso dalla possibilità di ricevere numerosi rifiuti metallici non pericolosi dall’Ue, la Commissione sta contemporaneamente valutando l’inserimento di cantieri navali indiani nell’elenco europeo degli impianti autorizzati al riciclaggio delle navi. L’associazione richiama in particolare impianti che utilizzano il metodo del ‘beaching’ e si domanda come possano convivere una possibile autorizzazione alla demolizione di intere navi a fine vita e, allo stesso tempo, il mancato riconoscimento delle condizioni per ricevere rottami metallici non pericolosi.
Dietro la critica c’è soprattutto il nodo della domanda interna. Recycling Europe sostiene che circa l’80% dei metalli riciclati prodotti dal settore trovi già sbocco nell’Ue e che solo il 20% venga esportato. Quei flussi esteri, sostiene l’associazione, rappresentano però una valvola essenziale per i volumi eccedenti che l’industria metallurgica europea non assorbe.
La chiusura dei mercati internazionali, secondo i riciclatori, non creerebbe automaticamente nuova domanda in Europa ma un aumento delle eccedenze, con possibili pressioni al ribasso sul valore del materiale e sulla redditività delle attività di raccolta, selezione e trattamento. Il sospetto dei riciclatori, apprende Ricicla.tv, è che dietro la decisione tecnica sull’export si nasconda la volontà politica ed economica di alleggerire i costi di approvvigionamento per l’industria siderurgica e metallurgica continentale, già alle prese con competizione globale e prezzi dell’energia.
Il pacchetto pubblicato il 18 settembre, però, apre anche un secondo fronte, quello dei rifiuti plastici diretti in Turchia: mezzo milione di tonnellate nel 2025. Essendo un Paese OCSE, Ankara non rientra nel divieto generalizzato che dal 21 novembre 2026 colpirà le esportazioni di plastica verso i Paesi non OCSE. Il nuovo regolamento impone però alla Commissione di monitorare anche i flussi diretti verso i Paesi OCSE e di verificare che possano essere gestiti in maniera ambientalmente corretta. È in questo quadro che Bruxelles ha pubblicato una specifica valutazione sulla Turchia, oggi principale destinazione OCSE della plastica di scarto europea.
La Commissione riconosce che Ankara ha rafforzato la legislazione sulle importazioni e sulla gestione dei rifiuti plastici e ha aumentato controlli e sanzioni. Allo stesso tempo individua diverse criticità ancora aperte: scarsa trasparenza dei dati sulla produzione e sul trattamento dei rifiuti plastici, informazioni insufficienti sull’effettiva applicazione delle norme destinate a prevenire danni ambientali connessi ai rifiuti importati e un quadro di governance giudicato non ancora sufficientemente chiaro.
Per ora la valutazione non si traduce in un divieto di esportazione verso la Turchia. La Commissione ha annunciato che proseguirà il confronto con le autorità turche e il monitoraggio dei flussi. Ma il segnale regolatorio è evidente: dopo la stretta sui Paesi non OCSE, Bruxelles sta portando sotto osservazione anche i principali mercati OCSE. Nel 2025, oltre alla Turchia, le principali destinazioni dei rifiuti plastici europei sono state Malaysia con 276 mila tonnellate, Indonesia con 215 mila, Vietnam con 137 mila e Regno Unito con 108 mila. Dal novembre 2026, però, Malaysia, Indonesia e Vietnam ricadranno nel divieto sulle plastiche verso i Paesi non OCSE. La combinazione tra chiusura di questi sbocchi e maggiore scrutinio sulla Turchia rende quindi il settore della plastica il secondo grande banco di prova della nuova politica europea sulle esportazioni di rifiuti, in un contesto già segnato profondamente dalla crisi dell’industria del riciclo.





