Elezioni, a Roma e Napoli è il crollo dell’utopia ‘rifiuti zero’

Nelle due città che più di ogni altra pagano a caro prezzo le inefficienze del proprio ciclo di gestione l’esito delle urne certifica il fallimento della politica delle rivoluzioni a colpi di differenziata, delle palingenesi ‘zero waste’, delle sindromi Nimby assecondate nel nome del consenso

Il tema della transizione ecologica ha incrociato la geografia politica di questa campagna elettorale ad ogni altezza dello Stivale, ma a Napoli e Roma il confronto sulle politiche green tra i principali candidati alle elezioni comunali si è giocato fin dalle prime battute quasi esclusivamente sul campo dei rifiuti. E non poteva essere altrimenti, nelle due città che più di ogni altra in Italia pagano a caro prezzo, e da lungo tempo, le carenze e inefficienze più o meno antiche del proprio ciclo di gestione. In questo senso l’esito delle urne certifica il fallimento delle due amministrazioni uscenti: a Roma l’ex sindaca Virginia Raggi precipita al quarto posto e resta fuori dal ballottaggio, a Napoli Gaetano Manfredi stravince al primo turno eclissando tra gli altri anche Alessandra Clemente, pupilla dell’ex sindaco Luigi de Magistris (che a sua volta fa flop alle elezioni regionali in Calabria). Ma l’esito delle due elezioni comunali è anche e soprattutto la conferma del fallimento di un’idea di politica. Quella delle rivoluzioni verdi a colpi di percentuali record di raccolta differenziata, delle palingenesi ‘zero waste’, delle sindromi Nimby assecondate, e talvolta cavalcate, nel nome del consenso. Su tutto questo, oggi, l’esito delle urne sembra posarsi come una pietra tombale.

Nel 2011, appena eletto sindaco, Luigi de Magistris prometteva il raggiungimento del 70% di raccolta differenziata “entro sei mesi”. Più prudente, nel 2017 Virginia Raggi fissò lo stesso obiettivo al 2021. Oggi Roma è al 44%, mentre Napoli, in dieci anni di sindacatura arancione, è riuscita a malapena a superare il 37%. Sempre nel 2011 de Magistris firma la delibera ‘rifiuti zero’ con l’obiettivo, tra gli altri, di minimizzare entro il 2020 la produzione di indifferenziato da avviare a smaltimento. Peccato che nel 2019 ogni napoletano abbia prodotto ben 335 kg di secco non riciclabile, a fronte dei 193 kg della media nazionale.

E che dire del ‘piano per la riduzione e la gestione dei materiali post-consumo’ lanciato nel 2017 dall’ex assessora all’ambiente Pinuccia Montanari “per orientare la Capitale verso l’obiettivo rifiuti zero”, con la prevista realizzazione di “impianti di compostaggio e graduale riconversione degli impianti di trattamento meccanico biologico in ‘fabbriche di materiali’ per recuperare materia prima dall’indifferenziato” e dire così addio a discariche e inceneritori? Quattro anni, e zero impianti dopo, quel piano è crollato sotto il peso dei rifiuti indifferenziati che Roma non sa più dove piazzare: 2600 tonnellate al giorno, trattate per tre quarti dai tre Tmb operativi sul territorio comunale e poi spedite un po’ ovunque: nelle discariche regionali ancora attive (Civitavecchia, Viterbo e Albano Laziale, quest’ultima riaperta d’imperio nelle ultime settimane proprio dalla sindaca Raggi), nel termovalorizzatore di San Vittore, ma anche in discariche e termovalorizzatori nel resto d’Italia e d’Europa, dall’Austria alla Danimarca all’Ungheria. A partire dal 4 ottobre e per un paio di mesi una quota da 150 tonnellate al giorno sarebbe dovuta finire anche a Napoli, ma l’operazione non è partita e ad oggi nessuno sa dire con certezza se si realizzerà mai.

Gli impianti, dicevamo. Per Raggi e de Magistris il conto di quelli realizzati è zero, con la differenza che l’ormai ex sindaco arancione ha avuto ben due mandati di tempo a disposizione per provare a colmare le lacune del ciclo di gestione partenopeo. A partire da quelle legate al trattamento dei rifiuti organici da raccolta differenziata. Le 55mila tonnellate raccolte nel 2019 sono finite quasi tutte in impianti fuori regione, principalmente in Veneto a un costo compreso tra i 160 e i 200 euro a tonnellata, mentre l’iter per la realizzazione di un impianto di digestione anaerobica da 40mila tonnellate, avviato nel 2017, è fermo da allora in conferenza dei servizi. Se non fosse per il termovalorizzatore di Acerra, unico impianto di gestione al servizio della città, le scene del 2007 o del 2011 con le colline di sacchetti arrivate a lambire i primi piani dei palazzi sarebbero tutt’altro che un ricordo lontano.

Non va meglio a Roma, dove accanto ai tre Tmb l’unico impianto di trattamento attivo resta il vetusto centro di compostaggio di Maccarese, capace di assorbire solo 30 delle 190mila tonnellate di rifiuti organici raccolte in maniera separata ogni anno. Gli annunciati impianti di Casal Selce e Cesano, che dovrebbero entrare in funzione nel 2024, restano per ora solo sulla carta. E trattandosi in entrambi i casi di impianti aerobici, una volta realizzati serviranno solo a trasformare i rifiuti organici in compost, senza produrre biogas nè biometano, visto che le tecnologie di digestione anaerobica, seppur preziose per la transizione energetica, sono osteggiate dalla base pentastellata che in questi anni ha supportato la sindaca uscente.

Come osteggiate sono sempre state le discariche, anche se almeno su queste la sindaca Raggi è stata suo malgrado costretta a fare dietrofront, pur di trovare collocazione ai rifiuti che ad ogni angolo di strada tracimano ormai da mesi dai cassonetti stracolmi, finendo sulla tavola di topi, gabbiani e cinghiali. Il nuovo impianto di smaltimento al servizio del comune sarebbe dovuto sorgere a Monte Carnevale poi nella primavera del 2021 un’inchiesta della magistratura capitolina ha travolto il progetto, facendo finire agli arresti sia l’amministratore dell’azienda che lo aveva proposto che la dirigente regionale che lo aveva autorizzato. Da allora è tutto un rimpallo di responsabilità tra Regione Lazio e Comune su chi debba individuare la località che dovrà ospitare il nuovo impianto. Una recente pronuncia del Tar ha condannato l’inadempienza del Campidoglio, riconoscendo alla Regione la capacità di esercitare i poteri sostitutivi, ovvero di commissariare Roma. Una strada che il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha fin qui scelto non percorrere, preferendo attendere l’esito delle urne piuttosto che esacerbare i rapporti con l’alleato di governo pentastellato. Che ieri a Napoli è accorso in massa a celebrare la vittoria di Gaetano Manfredi, mentre Virginia Raggi a Roma è rimasta sola a rispondere alle domande dei (pochi) giornalisti. L’espressione sul suo volto è la rappresentazione plastica del tramonto di un’intera stagione politica. Il dossier discarica nel frattempo resta lì, in cima alla pila di quelli che impegneranno il nuovo sindaco nei primi 100 giorni di governo della Capitale.

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