Nel 2024 l’Italia ha prodotto 6,83 milioni di tonnellate di carta da macero, con un tasso di riciclo dell’85,8%, secondo alla sola Germania. Calo delle esportazioni e prezzi in picchiata segnalano la fragilità del mercato globale. Per Unirima, serve meno burocrazia e più sostegno all’innovazione per garantire competitività al settore
Nonostante gli scenari globali di incertezza economica e politica, la filiera nazionale di raccolta e recupero dei rifiuti in carta e cartone continua a figurare ai vertici in Europa per circolarità. Ostacolata, più che dalle tensioni internazionali, dall’immancabile e italianissima burocrazia. Lo rileva il nuovo rapporto annuale di Unirima, secondo cui nel 2024 la produzione di carta da macero, ovvero la trasformazione dei rifiuti cellulosici in ‘end of waste’ da lavorare in cartiera, si è attestata a 6,83 milioni di tonnellate, in lieve calo (-0,78%) rispetto all’anno precedente ma con un tasso di riciclo complessivo dell’85,8% e del 92,52% per i soli imballaggi. Ben al di sopra dell’obiettivo europeo del’85% al 2030 e al secondo posto in Ue dopo la sola Germania. “Un modello di economia circolare che contribuisce in modo determinante agli obiettivi ambientali del Paese”, ha dichiarato Giuliano Tarallo, presidente di Unirima.
Rispetto al 2023, rileva Unirima, il consumo interno di carta da macero è salito, raggiungendo i 5,2 milioni di tonnellate, con un incremento del 3,8% spinto anche dai maggiori investimenti dell’industria cartaria in produzione di carta e cartone da imballaggio. Anche nel 2024, però, la domanda nazionale non è bastata ad assorbire tutta l’offerta di carta da macero. Tanto che, in linea con un trend ormai ultraventennale, l’Italia è risultata esportatrice netta: 1,9 i milioni di tonnellate spediti all’estero, con l’India in cima alla lista dei partner commerciali (23%), seguita da Indonesia, Austria e Vietnam. Pur restando su livelli consistenti, le esportazioni sono calate del 10,6% nel 2024 e di un ulteriore 15% nel primo semestre del 2025, segno “delle crisi geopolitiche che stanno ridefinendo le catene globali di approvvigionamento”, scrive Unirima. Tensioni che si riverberano anche sull’andamento dei prezzi: dai 115 euro a tonnellata registrati ad aprile 2025 ai 50 euro di settembre, il minimo dell’anno, con un -28,6% rispetto al 2024.
Più del clima d’instabilità e tensione nelle relazioni internazionali, tuttavia, a gettare un’ombra sui destini delle imprese del riciclo, spiega Unirima, è soprattutto la burocrazia. Oneri di conformità, adempimenti complessi, lentezza delle autorizzazioni e incertezza normativa rappresentano “un costo economico significativo” che pesa come un macigno sulla competitività delle imprese e sulla loro capacità di investire in innovazione. E che non accenna a diminuire. Secondo un’analisi del centro studi Unirima, oltre il 90% delle imprese censite ritiene che nel triennio 2022-2024 tale onere sia aumentato, risultando “significativo” per circa il 46% del campione, e “moderato” per il 47,8%: Per il 45,7% delle imprese del campione una quota tra il 5 e il 10% del fatturato annuo è destinata agli adempimenti burocratici. Circa il 22% delle imprese coinvolte nell’indagine dichiara invece che questo dato supera il 15%. Appena il 15,2% delle aziende dichiara un’incidenza inferiore al 5%. Serve “migliorare il regime di libera concorrenza, tagliare la burocrazia, semplificare la normativa, facilitare il rilascio delle autorizzazioni ed evitare l’introduzione di barriere commerciali” ha chiarito il direttore di Unirima Francesco Sicilia.


