L’Italia punta a consentire, anche dopo il 2030, la commercializzazione di alcuni imballaggi monouso vietati dal regolamento Ue sul packaging, purché realizzati in plastica compostabile. La Commissione europea contesta però la misura, ricordando che la direttiva SUP non distingue tra plastica tradizionale, biodegradabile o compostabile e richiamando le procedure d’infrazione già aperte contro Roma. Nonostante i rilievi di Bruxelles e i dubbi sulle tempistiche, il governo ha deciso di procedere, aprendo la strada a un nuovo scontro istituzionale con l’Unione europea
L’Italia andrà ancora una volta allo scontro con l’Ue sulla bioplastica. E, ancora una volta, per l’introduzione di deroghe alla commercializzazione di prodotti monouso messi fuorilegge in Europa a patto che siano realizzati in plastica compostabile. Mentre avanza l’iter della procedura d’infrazione aperta nel 2024 per il non corretto recepimento della direttiva Single Use Plastics (o SUP) – contestata da Bruxelles per l’introduzione, tra l’altro, di una esenzione alla messa al bando di prodotti usa e getta compostabili – Roma torna sulla stessa linea d’azione proponendo ulteriori deroghe, stavolta per gli imballaggi monouso in plastica che dal 1 gennaio 2030 verranno banditi ai sensi del nuovo regolamento europeo sul packaging: dalle bustine di ketchup ai kit di cortesia per gli alberghi. Se realizzati in plastica compostabile potranno essere commercializzati, almeno nel nostro Paese.
È questo il senso del decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri di martedì 4 agosto su proposta della presidente Giorgia Meloni, del ministro per gli Affari europei Tommaso Foti e del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin (e caldeggiato, nello specifico, dalla vice ministro Vannia Gava), che modifica il Testo unico ambientale introducendo requisiti obbligatori di biodegradabilità e compostabilità per alcune tipologie di packaging oggi realizzate in plastica tradizionale.
La misura richiede la conformità alla norma UNI EN 13432 o a standard equivalenti riconosciuti a livello europeo per un elenco specifico di formati monouso che va dalle buste ultraleggere per prodotti ortofrutticoli al di sotto di 1,5 kg agli imballaggi per alimenti e bevande (vassoi, piatti e bicchieri) riempiti e destinati al consumo nei locali del settore alberghiero, della ristorazione e del catering, dai contenitori monoporzione di condimenti (le famose bustine di ketchup) nel circuito horeca ai kit cosmetici di cortesia nel settore ricettivo.
Si tratta degli stessi formati che, ai sensi del nuovo regolamento Ue sugli imballaggi, verranno messi fuorilegge a partire dal 1 gennaio 2030. L’obiettivo del governo è quello di utilizzare la facoltà, riconosciuta agli Stati membri dallo stesso regolamento, di imporre per legge la compostabilità di determinati formati di packaging per consentire così agli stessi di continuare a essere commercializzati anche dopo l’entrata in vigore dei divieti europei. A patto che siano realizzati in bioplastica.
Il governo aveva già provato a veicolare la misura con un emendamento al decreto infrastrutture, dichiarato inammissibile per materia. Prima ancora la proposta di regola tecnica era stata notificata all’Ue per i controlli di compatibilità con le regole del mercato unico. E, proprio in quella sede, la Commissione non aveva nascosto la propria perplessità, per non dire contrarietà, all’intervento proposto dal Mase. “La direttiva sulla plastica monouso prevale sul regolamento” imballaggi, ha scritto Bruxelles nelle proprie osservazioni, ricordando che la direttiva SUP “non opera alcuna distinzione tra la plastica biodegradabile, a base organica e/o compostabile e quella che non lo è”.
In sintesi: non si possono esentare dalla messa al bando gli imballaggi di plastica monouso obbligando i fabbricanti a realizzarli in plastica compostabile, per il semplice motivo che, ai fini della disciplina Ue per la riduzione dei rifiuti da prodotti usa e getta, non c’è differenza tra plastica tradizionale e plastica compostabile. Agli occhi di Bruxelles, insomma, la nuova misura equivarrebbe per l’Italia a un perseverare nell’errore già commesso in sede di recepimento della direttiva SUP. Non a caso, nelle proprie osservazioni, la Commissione ricorda “le numerose procedure di infrazione in corso nei confronti dell’Italia relative al recepimento non conforme della direttiva sulla plastica monouso nell’ordinamento giuridico italiano”.
La Commissione ha invitato “le autorità italiane a tenere conto delle osservazioni”, ma resta la natura non vincolante delle considerazioni di Bruxelles. Motivo per cui l’esecutivo ha deciso di andare avanti. Anche perché il tempo stringe: la facoltà concessa agli Stati membri di imporre la compostabilità del packaging può essere esercitata solo fino alla data di applicazione del regolamento imballaggi, quindi solo fino al 12 agosto 2026. Anche su questo punto, però, Bruxelles la pensa diversamente. “Secondo il progetto notificato – ha rilevato infatti la Commissione – il requisito di biodegradabilità e compostabilità si applicherebbe a determinati imballaggi in plastica monouso messi a disposizione per la prima volta sul mercato italiano a partire dal 1 gennaio 2030” e non dal 12 agosto 2026.
Se quella di Bruxelles non è una stroncatura, insomma, poco ci manca. Cosa che tuttavia non ha impedito al governo di tirare dritto sulla strada di un nuovo scontro istituzionale. Anche perché non è escluso che a ritrovarsi tra le mani la patata bollente di una ulteriore procedura d’infrazione possa essere un esecutivo di segno diverso.





