Rifiuti: nuova spinta al CSS, ma il mercato resta bloccato

Il decreto ‘aiuti-quater’ amplia il raggio d’azione della deroga introdotta dal governo Draghi per l’uso di combustibile da rifiuti in sostituzione di fonti fossili. Ma il mercato del CSS è ancora bloccato

Dopo il decreto ‘end of waste’ e il decreto ‘semplificazioni bis’, toccherà al decreto ‘aiuti-quater’ tentare di rilanciare la domanda di mercato del combustibile solido secondario (o CSS) da usare in sostituzione dei combustibili fossili negli impianti produttivi. Il provvedimento, convertito in legge dal Parlamento la scorsa settimana, ha introdotto una deroga per gli impianti industriali che intendano sostituire il metano con combustibili alternativi (CSS incluso), qualificando come “non sostanziali” le modifiche al ciclo produttivo necessarie ad avviare la sostituzione. Fino al 31 marzo 2024 i gestori non dovranno quindi richiedere un nuovo procedimento di VIA o di AIA, ma semplicemente comunicare le modifiche agli enti competenti e, dopo 30 giorni, potranno avviare la sostituzione in assenza di un motivato provvedimento di diniego.

Una misura pensata per lenire gli effetti del caro gas sulle attività produttive, in particolare quelle energivore, ma con un potenziale (per quanto temporaneo) effetto leva anche sulla domanda di combustibili da rifiuto. Che però, dicono gli operatori, rischia di essere vanificato dall’elevato grado di genericità della misura. Non sarebbe la prima volta, del resto, che un tentativo di promuovere l’utilizzo dei combustibili da rifiuto al posto di quelli tradizionali sortisca effetti al di sotto delle aspettative. Il mercato del CSS infatti stenta ancora a decollare, sebbene da dieci anni ormai le forze politiche al governo tentino periodicamente di rilanciarlo: nel 2013 (governo Monti) con l’adozione del decreto sul CSS ‘end of waste’ e più recentemente, nel 2021 (governo Draghi), con la possibilità per centrali elettriche e cementifici di qualificare la sostituzione di CSS, rispettivamente a carbon fossile e pet coke, come modifica “non sostanziale”. Una deroga che il decreto ‘aiuti-quater’ ora estende provvisoriamente a tutti i comparti metanivori, dalla ceramica alla carta.

Il CSS non è tutto uguale, ma a seconda della qualità che si intende ottenere può derivare da combinazioni diverse di frazioni secche di scarto, come plastiche non riciclabili, gomma o carta. Nelle fasce più alte, quelle con maggiore potere calorifico, il CSS diventa un sostituto più economico e ‘a km 0’ rispetto ai combustibili fossili tradizionali d’importazione utilizzati nell’industria. A partire da quella del cemento, che per alimentare i suoi forni usa soprattutto pet coke, un sottoprodotto della raffinazione del petrolio rincarato anche del 300% negli ultimi due anni. Secondo l’associazione AIREC, quando di qualità elevata il CSS-C, ovvero quello che rispetta i parametri del decreto ‘end of waste’ del 2013 e che non è più rifiuto ma un prodotto a tutti gli effetti, se utilizzato in centrali termoelettriche può sostituire fino all’80% dell’energia generata da una quantità equivalente di carbone.

Un potenziale che però è ancora lontano dall’essere pienamente sfruttato. Stando all’ultimo rapporto Ispra, nel 2021 in Italia si sono prodotte circa 1,5 milioni di tonnellate di CSS da rifiuti urbani, ma mentre 829mila tonnellate sono finite in impianti di termovalorizzazione, solo 323mila sono state utilizzate in coincenerimento in dieci cementifici e tre centrali elettriche. Una quota che sebbene in aumento del 22% rispetto all’anno precedente (che tra l’altro era il 2020 dei lockdown, dei rallentamenti e dei fermi della produzione), resta solo una frazione della domanda potenziale. Secondo Federbeton gli impianti a ciclo completo per la produzione di cemento, che in Italia sono almeno trenta e ogni anno importano dall’estero (soprattutto dagli Stati Uniti) più di un milione di tonnellate di pet coke, potrebbero utilizzare fino a un milione di tonnellate di CSS. Una domanda potenziale che, secondo AIREC, i produttori di combustibile sono già oggi pronti a soddisfare fornendo una pari quantità di CSS-C.

Senza dimenticare che oltre a risparmiare sui costi per l’approvvigionamento di combustibili fossili, gli impianti produttivi autorizzati all’utilizzo di CSS si trasformano anche in veri e propri impianti di chiusura del ciclo dei rifiuti, riducendo il ricorso a termovalorizzatori o discariche. A Sud, dove è maggiore la carenza di impianti, ci sono dodici cementifici, ma nel 2021 solo quattro hanno usato CSS. Come quattro sono i cementifici in Sicilia, che però non hanno consumato nemmeno una tonnellata di CSS, mentre il 48% dei rifiuti urbani è finito nelle tredici discariche operative sull’isola.

Il tasso di sostituzione dei combustibili fossili con CSS in cementeria oggi da noi viaggia intorno al 20% a fronte di una media europea del 50%. Se il tasso è così basso, a fronte di una disponibilità di CSS molto più elevata, è evidente che per trovare collocazione alla quota non piazzabile sul territorio ai produttori non resta che rivolgersi al mercato internazionale. Tant’è che secondo Ispra nel 2021 oltre 157mila sono finite fuori dai confini nazionali: in Germania, Slovacchia, Bosnia, Austria, Ungheria, Cipro, Danimarca, Portogallo. E così, usando il CSS prodotto in Italia, i cementifici esteri da una parte tagliano i costi energetici, e dall’altra guadagnano sui corrispettivi riconosciuti agli impianti per il recupero dei rifiuti. Cosa che gli consente di produrre cemento a condizioni più vantaggiose, e quindi di venderlo a prezzi più competitivi dei nostri. Oltre al danno la beffa.

Secondo gli operatori l’industria italiana sconta la diffusa ostilità delle comunità locali all’utilizzo del CSS in sostituzione dei combustibili fossili, che a sua volta condiziona le scelte degli amministratori locali e rischia di vanificare ogni tentativo di rilanciare il mercato. Anche perché, pur snellendo le procedure, il decreto ‘semplificazioni-bis’ prima e ora il decreto ‘aiuti-quater’ lasciano comunque, com’è giusto, l’ultima parola all’autorità competente. Semplificazioni sì, insomma, ma non la ‘deregulation’ temuta dal fronte ambientalista (l’ex ministro e attuale vice presidente della Camera Segio Costa ha definito il decreto ‘aiuti-quater’ “una norma deleteria per l’ambiente”). Lo dimostrano le differenti sorti dei cementifici che nell’ultimo anno hanno provato ad avviare la sostituzione del CSS utilizzando la ‘fast track’ disposta dal governo nel 2021. A Colleferro, provincia di Roma, la richiesta del gestore del locale cementificio di qualificare come “modifica non sostanziale” l’utilizzo di 60mila tonnellate di CSS è stata bocciata prima dalla Regione e poi dal TAR. A Gubbio, invece, la richiesta di due impianti di utilizzare 50mila tonnellate l’uno di CSS-C, qualificata dalla Regione Umbria come “modifica non sostanziale”, è stata impugnata dal Comune ma in questo caso il TAR ha deciso diversamente, respingendo il ricorso e dando il via libera alla sostituzione. Le semplificazioni, insomma, non sembrano aver pregiudicato la discrezionalità degli enti territoriali. Nel bene e nel male.

3 pensieri riguardo “Rifiuti: nuova spinta al CSS, ma il mercato resta bloccato

  1. Negli anni 2000 ci hanno fatto alienare i termovalorizzatori e gli impianti di riutilizzo per favorire l’uso del carbone attivo e il trasporto in discarica. Per fortuna che molti conferitori si sono attrezzati nella separazione valorizzata con l’utilizzo dei nuovi sistemi di termografia predittiva che evita i danni ambientali e razionalizza l’impiego di acqua.

  2. Produco CSS da 20 anni. Sono costretto a fornire cementifici esteri perché in Italia solo 3/4 cementifici utilizzano il CSS C. Semplicemente assurdo. Mi auguro che si possano avviare iniziative non solo con cementificio. La mia produzione di Terraverde Energy di circa 25000 tons annue può essere utilizzata in Italia.

  3. Lo modificherei così :
    La diffusa ostilità delle comunità locali all’utilizzo del CSS in sostituzione dei combustibili fossili : è determinata dalle scelte degli amministratori locali che ha da sempre vanificato ogni tentativo di rilanciare il mercato. Anche perché, pur snellendo le procedure, i vari decreti ‘semplificazioni-bis’ prima e ora il decreto ‘aiuti-quater’ lasciano comunque l’ultima parola all’autorità competente per territorio che cavalcano l’onda della ‘deregulation’ e dal fronte ambientalista (l’ex ministro e attuale vice presidente della Camera Sergio Costa ha definito il decreto ‘aiuti-quater’ “una norma deleteria per l’ambiente”).
    Ed aggiungerei :
    La soluzione per il rifiuto non può essere la discarica.
    La prevenzione non può essere non brucio così non inquino
    Anche perchè oggi esistono moderni sistemi per controllare sia la combustione che i sistemi di spegnimento.

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