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Amianto, Serracchiani: “Manca coordinamento nazionale”

Secondo la deputata ed ex governatrice del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani nella lotta all’amianto “manca un coordinamento nazionale”. La priorità, dice, deve essere quella di rafforzare gli istituti di tutela, anche con emendamenti alla legge di bilancio

Serve semplificare le procedure burocratiche a carico dei cittadini colpiti da patologie connesse all’esposizione all’amianto, ma anche rafforzare il fondo nazionale per le vittime non professionali e ordinare in un testo unico la normativa di settore, complessa e trasversale, rispetto alla quale “manca un coordinamento nazionale”, spiega ai microfoni di Ricicla.tv la deputata del Partito Democratico Debora Serracchiani. Una autentica pandemia, quella legata alle patologie asbesto correlate, che a tre decenni esatti dalla messa al bando continua a far registrare tra i 1500 e i 5000 casi l’anno. Una piaga che Serracchiani, da ex governatrice del Friuli Venezia Giulia, conosce bene. Più di 11mila i casi censiti nel registro regionale degli esposti all’asbesto. A Monfalcone, uno dei cuori della cantieristica italiana, di amianto c’è chi ne ha respirato per una vita intera. “Uno dei siti più sensibili, insieme a Trieste – spiega – non solo per la presenza di lavorazioni che coinvolgevano l’asbesto, ma anche per numero di malati e di decessi“.

I numeri spaventosi della pandemia da asbesto, spiega Serracchiani, obbligano a mettere in cima alle priorità il rafforzamento degli strumenti di tutela. “Presenteremo emendamenti alla legge di bilancio per riaprire i termini per l’accesso ai benefici previdenziali e pensionistici previsti dal fondo per le vittime non professionali” dice la deputata, secondo cui “c’è anche un tema di consistenza del fondo”, che andrebbe incrementato nella sua dotazione. Per garantirne l’efficacia, però, occorre semplificare le procedure burocratiche che oggi gravano quasi esclusivamente sui malati e le loro famiglie. “Spesso la patologia si presenta a distanza di moltissimi anni – chiarisce Serracchiani – c’è una difficoltà oggettiva a ricostruire il fascicolo. Serve un’inversione dell’onere della prova, che deve passare dai soggetti più fragili alle istituzioni che devono tutelarli”.

Al profilo sanitario dell’emergenza amianto si intreccia quello ambientale, caratterizzato dai ritardi sia sul piano delle operazioni di mappatura, “rimesse alla buona volontà delle Regioni – spiega Serracchiani – che non sempre hanno le risorse necessarie”, che su quello delle attività di bonifica. A pesare, su quest’ultimo fronte, è soprattutto l’insufficiente dotazione di impianti di discarica controllata, “anche per la non disponibilità dei territori ad accogliere strutture così impattanti” osserva la deputata, che si traduce in costi di smaltimento sempre più elevati e che a sua volta rischia di vanificare ogni tentativo di stimolare, anche economicamente, le operazioni di rimozione. “Sia a livello locale che nazionale sono stati fatti interventi per incentivare le bonifiche, anche ai fini dell’efficientamento energetico – ricorda Serracchiani – ma i costi di smaltimento restano alti” rallentando la rimozione dei materiali contaminati, mentre resta elevato il rischio di esposizione.

In un quadro segnato dai ritardi delle bonifiche e da una normativa frammentata e appesantita dalla burocrazia, a fare da argine alla pandemia da asbesto, spesso, non resta che il mondo delle associazioni e del volontariato, “che non di rado sopperisce alle carenze delle istituzioni e della pubblica amministrazione” osserva Serracchiani, ricordando però come non manchino i casi virtuosi. “Proprio all’ospedale di Monfalcone – ricorda – abbiamo attivato il centro unico di riferimento per gli esposti all’amianto. Prassi come questa, che cercano di creare all’interno della struttura sanitaria pubblica una corsia preferenziale per i malati, andrebbero replicate anche a livello nazionale”. Il vero nodo, però, resta quello della normativa, rispetto alla quale “c’è da fare di più e meglio. Manca un coordinamento nazionale, che invece sarebbe fondamentale – spiega – e anche l’idea di lavorare a un testo unico potrebbe aiutare. L’interesse a risolvere il problema c’è – chiarisce – ma non è sempre in cima alla lista delle priorità, come invece dovrebbe essere”.

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