Biometano dai rifiuti: l’energia del futuro entra finalmente in rete


biometano

Colmare una quota rilevante del fabbisogno nazionale di energia, sostituendo il gas naturale con una fonte efficiente, rinnovabile e, soprattutto, bio. Questo l’incoraggiante scenario apertosi venerdì scorso con l’avvio dell’impianto a biometano della bergamasca Montello spa e la prima, storica immissione del gas prodotto dal riciclo dei rifiuti organici nella rete italiana gestita da Snam. Una volta a regime, fa sapere Snam, l’impianto di biometano da forsu di Montello produrrà circa 32 milioni di standard metri cubi, ovvero l’equivalente quantitativo di biocarburante per una percorrenza di circa 640 milioni di chilometri da parte di “autoveicoli bio”. Montello, con una produzione oraria pari a 3750 Smc di biometano, è il primo esempio di impianto industriale presente in Italia in grado di produrre biometano esclusivamente dal trattamento dei rifiuti organici della raccolta differenziata urbana.

L’immissione in rete del biometano prodotto dall’azienda bergamasca segna una tappa storica lungo un percorso partito ufficialmente il 5 dicembre 2013 (con l’adozione del decreto del Ministero dello Sviluppo economico che ha introdotto i primi incentivi per la produzione di biometano dagli scarti), ma segnato da profondi ritardi legati soprattutto alla incompiutezza del quadro normativo. Tant’è che al momento gli impianti a biometano attivi in Italia sono soltanto 7, di cui 6 a scopo puramente dimostrativo, mentre i circa 1500 impianti di trattamento anaerobico degli scarti organici (tra rifiuti domestici, scarti agricoli e fanghi) si limitano tutti a bruciare il biogas prodotto per generare energia elettrica. Secondo il Consorzio italiano biogas, se gli stessi impianti si dotassero di tecnologie per l’upgrading (necessarie a convertire il biogas in biometano) potrebbero produrre entro il 2030 fino a 8,5 miliardi di metri cubi di biometano, pari a circa il 12-13% dell’attuale fabbisogno annuo di gas naturale.

Senza dimenticare che oltre a ridurre la dipendenza dell’Italia dalle importazioni dall’estero, la sostituzione del gas naturale con il biometano potrebbe giocare un ruolo fondamentale anche nella lotta ai cambiamenti climatici. Basti pensare che l’impianto della Montello spa, che recupera l’umido organico prodotto da circa 6 milioni di abitanti (equivalente al 60% dell’intera Lombardia), non solo non emetterà emissioni in atmosfera, ma è anche il primo impianto in Italia “Carbon Negative”, recuperando dal biogas generato (composto da circa il 60% di metano e da circa il 40% di CO2) 38.000 ton/anno di anidride carbonica (CO2 liquida), destinata a uso tecnico ed alimentare. Motivo in più per accelerare la messa a punto di una strategia nazionale per lo sfruttamento di quel giacimento dall’immenso valore economico ed ambientale che sono i nostri rifiuti organici.

1 commento

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  1. Giuseppina 5 luglio, 2017 at 11:49 Rispondi

    Colmare una quota rilevante del fabbisogno energetico nazionale? Lo 0,15% (tanto sarebbe la quota ricavabile utilizzando tutto l’umido prodotto da 60 milioni di abitanti) non è rilevante. Come non è rilevante lo 0,8% (Fonte GSE) che si ricava dagli oltre 1500 impianti disseminati in tutto il territorio nazionale.
    Un rapido calcolo: se sfruttando l’umido prodotto da 6 milioni di abitanti si ricavano 32 milioni di metri cubi di metano, va da se che dall’umido prodotto da 60 milioni di abitanti si ricaverebbero 320 milioni di metri cubi di metano.
    Il fabbisogno di metano in Italia è di 70.000 milioni di metri cubi all’anno. Quindi la quota raggiungibile sarebbe dello 0,45% rispetto al metano consumato in Italia (320 x 100 / 70.000). Il metano è un terzo del fabbisogno energetico italiano e dunque si otterrebbe un misero 0,15% rispetto al fabbisogno energetico nazionale.
    Sommando i due risultati (biometano prodotto da oltre 1500 impianti e quello teorico ricavato da tutto l’umido nazionale) si arriverebbe a soddisfare appena lo 0,95% del fabbisogno energetico nazionale.

    Un risultato che più che misero è inquietante perché il tutto non è ad impatto ambientale zero. Inoltre il digestato è, secondo la normativa europea, un rifiuto (CER 19.06.04 e 19.96.05), ma viene illecitamente e colpevolmente riversato sui terreni con il suo carico di inquinanti chimici e organici. Tra qualche anno i terreni saranno inadatti alla coltivazione di colture per l’alimentazione animale e umana.
    Aggiungo che quando le rese sono basse c’è la concreta possibilità che l’energia spesa sia superiore a quella che si ricava. Una follia che si regge grazie ai nostri incentivi.
    Ricordo che nel 2013, a seguito dell’introduzione del termine sottoprodotto per il digestato in una legge firmata Governo Monti nel 2012, l’UE ha ribadito che il digestato è un rifiuto e come tale va trattato.

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