Ecomafia: un business da 22 miliardi


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TORINO. Il business italiano delle ecomafie fa un nuovo balzo in avanti e chiude il 2014 con un fatturato di 22 miliardi di euro, ben sette miliardi in più rispetto al 2013, per un totale di 29.293 reati accertati, circa 80 al giorno, poco meno di 4 ogni ora. Sono solo alcuni dei numeri dell’Italia avvelenata dagli affari legati al crimine ambientale, impietosamente ritratta da Legambiente nell’ultima edizione dello storico rapporto Ecomafia, presentato oggi a Torino. È dal capoluogo piemontese che Legambiente ha scelto di far partire il suo #ecogiustiziatour, per informare i cittadini sui nuovi strumenti penali in difesa dell’ambiente, della salute e dell’economia sana, a disposizione di magistratura e forze dell’ordine, grazie alla nuova legge sugli ecoreati.

È lunga la lista delle attività che, anche nel 2014, hanno contribuito a gonfiare le tasche di quanti fanno affari d’oro a danno dell’ambiente e della salute pubblica. Traffico di rifiuti, cemento selvaggio, illeciti agroalimentari i rami principali di un business che, stando ai numeri, resterebbe in buona parte appannaggio della criminalità organizzata. Nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Puglia, Sicilia, Campania e Calabria) è infatti stata registrata più della metà delle infrazioni complessive, ben 14mila 736, la maggior parte delle quali in Puglia (15,4% dei reati accertati a livello nazionale), mentre la Campania segna un calo del 21% nel numero di infrazioni. Calo che, si legge nel dossier, è con ogni probabilità dovuto “ai tanti riflettori accesi di recente sulla regione”. Il Lazio resta sempre la prima regione del centro Italia, mentre la Liguria è la prima del nord per numero di infrazioni registrate.

Quanto alle tipologie di reato, è il ciclo dei rifiuti ad aver registrato la più alta percentuale di crescita del numero di infrazioni, con un’impennata del 26% rispetto all’anno precedente. Un vero e proprio boom, per un totale di 7244 reati accertati, allo spaventoso ritmo di 20 al giorno. Sono complessivamente 35 le inchieste avviate nel 2014 per traffico organizzato di rifiuti, 16 delle quali hanno portato al sequestro di più di tre milioni di tonnellate di veleni. Un giro d’affari, quello legato al traffico dei rifiuti, che nel 2014 si è alimentato anche sui canali dell’export internazionale. Sulle rotte oscure del traffico transfrontaliero di rifiuti anche l’anno scorso sono finite enormi quantità di materiali di scarto, sottratti alle imprese lecitamente operanti in Italia e “destinati illegalmente – scrive Legambiente – al riciclo o a un approssimativo recupero energetico”: rottami di auto e veicoli soprattutto (38%) per il recupero dei materiali ferrosi, scarti di gomma e/o pneumatici (17,8%), e poi metalli, plastica, Raee e tessili.

E se l’entrata in vigore, lo scorso 29 maggio, della legge sugli ecoreati fornirà negli anni a venire strumenti nuovi a quanti finora hanno combattuto con armi inadeguate la lotta al crimine ambientale, per Enrico Fontana, membro della segreteria nazionale di Legambiente, c’è ancora da lavorare sul fronte dei controlli. “C’è bisogno dell’applicazione della legge sugli ecoreati – ha detto Fontana – ma anche di un complessivo cambio di passo: la buona politica e un sistema di controlli efficace sono il miglior antidoto per debellare le ecomafie, ecco perché auspichiamo che nei prossimi mesi sia varata la legge di riforma del sistema delle agenzie ambientali, ancora ferma in Parlamento, e si metta mano alla Legge Obiettivo e alla nuova regolamentazione degli appalti”.

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