Gestione rifiuti, Campania: riassetto in vista


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«Un assetto ordinamentale della gestione del ciclo dei rifiuti deve conciliare la rappresentanza, sempre, ma con l’altro principio cardine di una democrazia che funziona che è quello della decisione». Conciliare rappresentanza e decisione: così, lo scorso 12 novembre, l’assessore regionale all’Ambiente Fulvio Bonavitacola ha presentato alla Commissione Ambiente di Palazzo Santa Lucia (dov’è tuttora in discussione) il disegno di legge per il riordino del ciclo rifiuti in Campania. Parole, quelle di Bonavitacola, che ben riassumono la nuova impronta che la Giunta guidata da Vincenzo De Luca punta a dare alla governance sui rifiuti in Regione, dopo il fallimento del tentativo di riordino operato dall’ex assessore regionale all’Ambiente Giovanni Romano con la legge 5 del 2014. Legge che avrebbe dovuto di fatto completare il percorso di transizione dal periodo post-emergenziale alla gestione ordinaria, sancendo definitivamente il passaggio di competenze dalle provincie ai comuni – riuniti in Ambiti Territoriali Ottimali (Ato) – in materia di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani.

Il condizionale è d’obbligo, visto che la legge 5, in realtà, non ha mai prodotto gli effetti sperati. A più di due anni dalla sua entrata in vigore (e dopo che il termine ultimo dato ai comuni per confluire negli Ato era stato prorogato con legge dello Stato dal 31 dicembre 2014 al 31 dicembre 2015) solo un Ambito Territoriale, quello di Avellino, risulta costituito. Per le altre province, invece, il processo si è arrestato alle prime battute. E proprio per problemi di governance. A gestire gli Ato, secondo la legge 5, avrebbero infatti dovuto essere le cosiddette Conferenze d’Ambito, composte dai sindaci dei comuni racchiusi nell’Ambito Territoriale, ai quali spettava redigere i piani d’ambito, dettare gli standard qualitativi della raccolta e dello smaltimento, sottoscrivere i contratti di servizio con i gestori, fissare le tariffe da estendere ai comuni dell’Ambito. Una moltitudine di soggetti, compiti ed istanze difficile da tenere insieme, tanto che, già nelle prime settimane di vigenza della legge, la Regione aveva fatto scattare una raffica di commissariamenti per i ritardi accumulati nella costituzione delle Conferenze.

Un rischio che la Giunta guidata da Vincenzo De Luca mira a scongiurare, puntando su una governance che – al pari della nuova legge sulle gestioni idriche – sacrifichi la rappresentanza in nome di una maggiore centralizzazione dei poteri decisionali. Nella fattispecie, il ddl individua 5 Ambiti Territoriali Ottimali (non più 7 come nella legge Romano), corrispondenti ai confini delle Province di Avellino, Benevento, Caserta e Salerno e della Città Metropolitana di Napoli. Al fine di consentire una maggiore efficienza gestionale, ciascun Ato potrà essere articolato in aree omogenee denominate Sub Ambiti Territoriali (Sad). Attenzione però, perchè i Sub Ambiti non saranno enti di governo ma semplici articolazioni dell’Ato, funzionali all’organizzazione dei servizi di raccolta, gestione e smaltimento dei rifiuti sul territorio di comuni omogenei per caratteristiche territoriali, demografiche o logistiche. Il tutto previa stipula di apposite convenzioni.

A governare l’Ato invece, e qui sta la principale differenza con la legge 5, sarà l’Ente d’Ambito composto da Presidente, Direttore Generale, Collegio dei Revisori dei Conti e Consiglio d’Ambito, quest’ultimo a sua volta formato da 10 membri eletti dall’Assemblea dei Sindaci o propri delegati. Toccherà al Consiglio stesso, poi, eleggere il Direttore Generale “tra soggetti in possesso di adeguata professionalità e competenza”. Un assetto, quello disegnato dalla proposta di legge, che se da un lato punta a garantire all’Ato maggiore governabilità rispetto alla caoticità delle vecchie Conferenze d’Ambito, dall’altro, invece, rischia di fare della governance degli Ambiti Territoriali l’ennesimo terreno di spartizione politica di deleghe e poteri, replicando di fatto la nefasta stagione dei Consorzi di Bacino, vero e proprio emblema degli anni neri dell’emergenza rifiuti: stagione delle assunzioni clientelari e delle falle milionarie nei bilanci, ma anche degli inquietanti intrecci tra politica, camorra e mala imprenditoria sui quali la magistratura sta tuttora provando a fare luce.

Una stagione mai davvero finita, tanto che proprio agli Ato toccherà risolvere lo spinoso problema del reintegro dei circa duemila ex-dipendenti dei Consorzi, in mobilità dal 31 dicembre 2014, molti dei quali senza stipendio da decine di mesi. Un dramma umano che si è purtroppo rinnovato poco più di una settimana fa, quando uno di loro si è suicidato con un colpo di fucile a Mugnano, nell’immediato hinterland partenopeo, facendo salire a quota sei – stando alla nota a firma delle sigle sindacali – la lista dei lavoratori condotti all’estremo gesto per motivi economici tra le fila dei lavoratori dei Cub. Stando all’articolo 37 del ddl, al soggetto (o ai soggetti) cui l’Ente d’Ambito affiderà il servizio di gestione rifiuti nell’Ato “è fatto obbligo di produrre apposita dichiarazione con la quale si impegna ad utilizzare prioritariamente, per la copertura del fabbisogno occupazionale, le unità di personale dei Consorzi di Bacino della Regione Campania”. Il tutto, però, entro il 31 dicembre di quest’anno, quando scadranno i due anni di mobilità previsti per legge. A quel punto gli ex-dipendenti dei Consorzi diventeranno disoccupati a tutti gli effetti e nessuno sarà obbligato a reintegrarli.

Un’eventualità che – al netto dell’umana empatia per il dramma occupazionale – non dispiacerebbe agli amministratori locali e ai gestori delle società pubbliche di igiene ambientale, i quali non hanno mai nascosto la loro insofferenza all’idea di dover reintegrare i lavoratori ex Cub, temendo soprattutto di doversi sobbarcare con loro parte della posizione debitoria accumulata dai Consorzi, attualmente in fase di liquidazione. I tempi, strettissimi, potrebbero giocare a loro vantaggio, se si considera che prima di poter affidare il servizio al nuovo gestore bisognerà procedere alla nomina dei vertici dell’Ato ed alla redazione dei piani d’ambito (con l’eventuale indicazione di nuovi impianti da costruire). Senza dimenticare l’incognita che grava sul futuro delle cinque ex società provincializzate (Sapna, Gisec, Ecoambiente Salerno, Irpinia Ambiente e Samte) che al momento continuano ad occuparsi in proroga dello smaltimento dei rifiuti indifferenziati prodotti dai cittadini campani ma che, una volta costituito l’Ato, dovranno lasciare il posto al nuovo gestore. Un processo che non sarà di certo indolore.

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