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Recovery fund, l’appello dei cento: “Più fondi per il clima”

Aumentare la quota di finanziamenti del Recovery Fund dedicati al clima, criteri climatici stringenti per indirizzare gli investimenti, una lista di esclusione delle attività anti-clima da non finanziare. Sono questi i tre pilastri sui quali poggia l’appello siglato da cento esponenti di imprese e associazioni di categoria italiani e rivolto ai parlamentari italiani, ai rappresentanti italiani in Parlamento Europeo e ai membri del Governo italiano per sostenere che le proposte europee per il clima e l’ambiente siano rese più incisive, in vista della negoziazione relativa alla versione finale del pacchetto di ripresa europeo post Covid, prevista per il mese di novembre.“La transizione verso un’economia ambientalmente sostenibile e climaticamente Neutrale – si legge nell’ appello- rappresenta una sfida epocale che cambierà il sistema energetico e i modelli di produzione e consumo in tutti i settori”.

Un appello che piomba nel mezzo anche di un’altra negoziazione, pure questa delicatissima, quella tra Consiglio e Parlamento Ue sulla nuova legge climatica europea presentata dalla Commissione europea, autentico pilastro del Green Deal: se ministri e parlamentari Ue concordano infatti sull’obiettivo emissioni 0 al 2050 fissato dall’esecutivo guidato da Ursula Von Der Leyen, le posizioni divergono invece rispetto al target intermedio al 2030, con l’europarlamento che vorrebbe un taglio del 60%, cinque punti in più della proposta originaria formulata dalla Commissione, mentre gli Stati membri rappresentati in seno al Consiglio hanno per il momento rinviato la decisione, nell’attesa di giungere ad un più ampio accordo politico.

Nel frattempo, i firmatari dell’appello guardano ai negoziati sul Recovery Fund, chiedendo più risorse per la lotta alle emissioni climalteranti. Nello specifico, si chiede di portare dal 37% al 50% la quota di investimenti del pacchetto Next Generation EU destinati a progetti favorevoli al clima; di adottare una metodologia chiara per riconoscere gli investimenti favorevoli al clima, come quella definita dal Regolamento europeo per la tassonomia per la finanza sostenibile, e di introdurre una lista di attività economiche che non possono accedere ai finanziamenti del Recovery and Resilience Fund perché incompatibili con il taglio delle emissioni al 2030 e con l’obiettivo della neutralità carbonica entro il 2050.

«Puntiamo – ha detto Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile- ad avere un buon piano per la ripresa quindi ad evitare che, da una parte, si spenda per tutelare il clima e l’ambiente e, dall’altra, si finanzino, con le risorse europee, anche misure che danneggino il clima e l’ambiente. Gli investimenti nelle misure per il clima vanno aumentati perché hanno anche un grande potenziale di trascinamento economico e occupazionale in vari settori: della produzione di energia rinnovabile, del risparmio energetico negli edifici e nell’industria con l’economia circolare, nel cambiamento per una mobilità più sostenibile. Senza trascurare di finanziare anche misure di adattamento climatico che riducano la vulnerabilità delle città alle alluvioni e alle ondate di calore».

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