Rifiuti, Roma: per l’autosufficienza servono impianti di smaltimento


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Nel 2017 la città di Roma ha spedito fuori dai confini regionali più di 700mila tonnellate di rifiuti, comprese 510mila tonnellate di scarti non differenziati, finite in discariche e inceneritori in altre Regioni o nazioni. Per ritrovare l’autosufficienza perduta dopo la chiusura di Malagrotta nel 2013, la Capitale ha bisogno di nuovi impianti di smaltimento finale. Nel frattempo il Tar ha dato l’ultimatum alla Regione Lazio, che dovrà individuare nuove discariche entro la fine di giugno o scatterà il commissariamento.

Per ritrovare l’autosufficienza perduta dopo la chiusura di Malagrotta nel 2013, Roma ha bisogno di nuovi impianti di smaltimento finale. Senza un sito di prossimità, la Capitale continuerà infatti a dipendere dai trasferimenti fuori Regione e dalla disponibilità delle altre province del Lazio, con notevoli costi economici e ambientali a carico della collettività. Questo il quadro emerso nel corso degli  Stati Generali dei Rifiuti nel Lazio, il caso Roma  , il dibattito pubblico promosso e organizzato da Ricicla.tv Innovambiente alla Casa del Cinema di Villa Borghese, a Roma. L’evento è stato patrocinato da Ministero dell’Ambiente, Ispra, Regione Lazio e Fareambiente.

Sono più di 700mila le tonnellate di rifiuti che nel 2017 la città di Roma ha spedito a trattamento fuori dai confini regionali per mancanza di impianti di recupero e smaltimento. Di queste, circa 510mila tonnellate sono rappresentate da scarti non differenziati , finiti in discariche e inceneritori in Abruzzo, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana e Puglia, ma anche in Austria. Il tutto in deroga ai principi di legge dell’autosufficienza e prossimità del trattamento. Nonostante questo, la strategia “rifiuti zero”lanciata ad aprile 2017 dal Campidoglio non prevede nè discariche né inceneritori, ma nuovi due centri di compostaggio e un impianto di selezione della raccolta differenziata. Il piano punta poi a ridurre la produzione di rifiuti e ad aumentare la differenziata fino al 70% entro il 2021. L a percentuale, sebbene in aumento, è però oggi stimata intorno al 46%. Nel frattempo, gli scarti indifferenziati, che ancora pesano per più della metà della raccolta (1 milione 700mila tonnellate complessive nel 2017) finiscono in altre province, Regioni o addirittura in altre nazioni.

« Differenziata e compostaggio – spiega Alessandro Bratti , direttore generale dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale – sono sicuramente due opzioni strategiche ma non sufficienti. Occorre in una fase di transizione chiudere il ciclo pensando anche ad avere impianti di smaltimento. Paradossalmente per Roma ritengo più necessario una discarica pubblica che ad esempio un inceneritore. Ciò consentirebbe di non essere dipendenti dal sistema privato soprattutto extraregionale. Oggi mi sembra tutto fermo sia sul fronte pianificazione che gestionale » . E anche se la differenziata raggiungesse l’obiettivo del 70%, resterebbe comunque un 30% di scarti da smaltire definitivamente. «Nella fase successiva al raggiungimento del 70% – spiega Rossano Ercolini , referente di Zero Waste Italy – riteniamo che gli impianti TMB debbano essere riconvertiti a “Fabbriche dei Materiali” volti non a produrre CSS (Combustibile Solido Secondario) ma a massimizzare ancora il recupero per via automatica-manuale di materiali riciclabili. Rimarrà non più del 15% del totale rifiuti da mettere, stabilizzato, in discarica. Meno delle ceneri che sarebbero da smaltire anch’esse in discarica se la scelta fosse stata demandata agli inceneritori » 

Prima di tracimare oltreconfine, però, i rifiuti indifferenziati di Roma hanno inondato il Lazio fino quasi a saturarlo: 2 00mila le tonnellate finite lo scorso anno negli impianti di trattamento meccanico biologico di Latina, Viterbo e Frosinone e queste ultime due province hanno accolto gli scarti della Capitale anche nelle rispettive discariche, le sole attualmente operative, con la seconda che però rischia di chiudere i battenti entro la fine della primavera avendo esaurito la propria capacità proprio per fare fronte all’assenza di una discarica di servizio per Roma.

Ed è per questo che lo scorso 24 aprile, con una sentenza, il Tar ha obbligato l’amministrazione regionale a individuare entro 60 giorni un numero di discariche di servizio che sia capace di garantire l’autosufficienza . In caso contrario, hanno stabilito i giudici amministrativi, a farlo sarà un commissario . Riflettori puntati su Roma e la sua Città metropolitana, naturalmente, orfane di Malagrotta e ferme sul fronte del “no” a nuovi impianti di smaltimento. «L’amministrazione di Roma Capitale – dichiara Massimiliano Valeriani , assessore al Ciclo dei Rifiuti della Regione Lazio – continua a lanciare accuse ma non indica soluzioni per chiudere il ciclo: oggi la città smaltisce il 100% dei rifiuti indifferenziati fuori dai confini comunali. Se vogliamo dare una prospettiva seria e duratura al tema dei rifiuti – conclude Valeriani – è necessaria la collaborazione e la responsabilità di tutte le istituzioni, altrimenti saremo costretti sempre a rincorrere le emergenze con ricadute negative sul fronte ambientale ed economico». Alla luce della sentenza del Tar si procederà con ogni probabilità all’ aumento delle volumetrie nelle discariche già presenti sul territorio regionale , visto che, come stabilito dai giudici, per farlo Regione Lazio o il commissario non avranno bisogno di incassare preventivamente il parere positivo delle province (compreso quindi quello della Città metropolitana di Roma).

Nonostante le buone performance di raccolta differenziata, cresciuta di circa 25 punti negli ultimi 5 anni e oggi intorno al 43%, per gestire in autosufficienza i propri rifiuti urbani il Lazio sembra insomma non poter fare a meno delle discariche . Come ai tempi di Malagrotta, rispetto ai quali poco o nulla sembra essere cambiato. Questo nonostante l’Europa si prepari ad adottare l’ambizioso pacchetto di misure sull’economia circolare , che obbligherà gli Stati membri dell’Unione a rispettare rigidi limiti di smaltimento negli sversatoi. «Per concretizzare un’inversione positiva che trasformi quello dei rifiuti in un ciclo virtuoso e i rifiuti stessi in risorsa -spiega Roberto Scacchi , presidente di Legambiente Lazio – serve un cambio di rotta deciso verso l’economia circolare, con porta a porta in tutto il terriotorio, centri di riuso, tariffa puntuale e impiantistica necessaria a partire dai biodigestori anaerobici per l’organico. Tutti i comuni del Lazio devono rapidamente raggiungere e superare il 65% di differenziata anche per scongiurare incenerimento e conferimento in discarica e su tutti, Roma, con una crescita bassissima di raccolta differenziata e ferma sulla diffusione del porta a porta, deve fare molto di più».

Nel frattempo i rifiuti continuano a viaggiare. Solo qualche giorno fa è arrivato l’ok dalla Puglia a riceverne da Roma ben 150 tonnellate al giorno per un mese, mentre la municipalizzata capitolina Ama ha bandito una maxigara da 188 milioni di euro per lo smaltimento dei rifiuti fuori Regione per due anni. Due anni durante i quali le spese di trasporto continueranno a far lievitare la tariffa, che già nel 2017 nella Capitale era risultata essere tra le più alte d’Italia, con una spesa pro capite di circa 270 euro all’anno. « Sia dal punto di vista del contenimento dei costi che della qualità del servizio gestito – dichiara Tiziano Mazzoni , direttore settore ambiente di Utilitalia – fondamentale resta la presenza di una adeguata struttura impiantistica sia per il trattamento del rifiuto raccolto in modo differenziato che per l’adeguato smaltimento del rifiuto non altrimenti recuperabile. In definitiva, si conferma che per contenere i costi di gestione e per realizzare una vera economia circolare servono capacità industriale ed adeguata dotazione impiantistica » .

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