Cambiamenti climatici

Riscaldamento globale, in Italia criticità per le risorse naturali

I ghiacciai si sciolgono ogni anno sempre di più, la temperatura dei nostri mari aumenta: questo il quadro emerso dal “Rapporto SNPA sugli indicatori di impatto dei cambiamenti climatici”

Deglaciazione, degrado del permafrost, stress idrico per le colture e le specie vegetali, innalzamento della temperatura dei mari con alterazioni marcate nel Mar Ligure, Adriatico e Ionio Settentrionale: il volto dell’Italia e del suo paesaggio naturale stanno drasticamente cambiando da Nord a Sud, mettendo a rischio le risorse e i settori socio-economici ad esse collegati. Sono solo alcuni dei possibili effetti del climate change osservati e registrati nel “Rapporto SNPA sugli indicatori di impatto dei cambiamenti climatici”, frutto di un lungo e complesso lavoro coordinato da ISPRA con il supporto di numerose Agenzie Regionali del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente. Fenomeni, scrive Ispra che sebbene siano ancora da osservare nella loro evoluzione temporale e da validare scientificamente e statisticamente con i dati raccolti sul campo risultano “già coerenti con quanto atteso in un contesto di cambiamento climatico”.

Un set di 20 indicatori nazionali e 30 casi pilota regionali afferenti a 13 settori vulnerabili già individuati nell’ambito della Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici e dalla successiva bozza del Piano Nazionale. Si va dalle risorse idriche al patrimonio culturale, passando attraverso agricoltura e produzione alimentare, energia, pesca, salute, foreste, ecosistemi marini e terrestri, suolo e territorio, ambiente alpino/appenninico e zone costiere. Si tratta del primo passo verso la costruzione di un quadro conoscitivo oggettivo a supporto della pianificazione delle politiche di adattamento in Italia. “Oltre all’adattamento, però, bisogna portare avanti in maniera parallela anche le politiche di mitigazione che sono altrettanto importanti. Politiche che trovano ampio spazio nel Recovery Plan che propone una serie di importantissimi progetti capaci di cambiare la fisionomia di quello che è il nostro apparato energetico e anche la mitigazione che si può avere di conseguenza” spiega Alessandro Bratti, direttore generale di ISPRA.

Stando ai dati emersi dal rapporto, l’ambiente alpino presenta evidenti criticità legate al fenomeno della deglaciazione. Dalle elevate temperature estive a cui corrisponde una riduzione delle precipitazioni invernali, si registra una perdita costante di massa (“bilancio di massa dei ghiacciai”, indicatore nazionale e caso pilota su Valle d’Aosta e Lombardia), con una media annua pari a oltre un metro di acqua equivalente (cioè lo spessore dello strato di acqua ottenuto dalla fusione del ghiaccio) dal 1995 al 2019. Si passa da un minimo di 19 metri di acqua equivalente per il ghiacciaio del Basòdino fra Piemonte e Svizzera al massimo di quasi 41 metri per il ghiacciaio di Caresèr, in Trentino Alto Adige. A tali fenomeni si aggiunge, poi, una chiara tendenza al degrado del permafrost. Nello specifico, l’analisi di due siti pilota regionali (Valle d’Aosta e Piemonte) evidenzia un riscaldamento medio di +0,15 °C ogni 10 anni con un’elevata probabilità di “degradazione completa” entro il 2040 nel sito piemontese. Importante sottolineare che il permafrost dipende dalla presenza di temperature negative al di sotto dello strato attivo del suolo per almeno due anni consecutivi, condizione che rischia di scomparire al 2040.

Dalla montagna al mare la situazione non migliora. Infatti, all’aumento della temperatura del mare corrisponde già una significativa variazione della distribuzione delle specie, con una crescita della pesca nei mari italiani di quelle che prediligono temperature elevate (specie di piccole dimensioni come acciuga, sardinella, triglia, mazzancolle e gambero rosa), che si stanno diffondendo sempre più a nord nei mari italiani. Penalizzate, invece, le specie di grandi dimensioni, come il merluzzo, il cantaro, il branzino, lo sgombro e la palamita. Questo fenomeno è fotografato dall’indicatore “temperatura media della catture”, calcolata anno per anno in base alle catture commerciali, cresciuta di oltre un grado negli ultimi 30 anni (un fenomeno più marcato nei mari del sud, nel Tirreno e mar Ligure rispetto all’Adriatico).

E a queste criticità si aggiunge anche il problema legato alle variazioni del livello del mare, fonte di preoccupazione per le conseguenze sulle coste. Gli incrementi, dell’ordine di pochi millimetri l’anno (valori medi del trend pari a circa 2,2 mm/anno con picchi nel Mare Adriatico di circa 3 mm/anno), sono continui e appaiono ad oggi irreversibili. Il caso di Venezia merita un’attenzione a parte. Infatti, è stato rilevato un fenomeno combinato di eustatismo (innalzamento del livello del mare) e subsidenza (abbassamento del livello del terreno): nel lungo periodo (1872-2019) il tasso di innalzamento del livello medio del mare si attesta sui 2,53 mm/anno, valore più che raddoppiato a 5,34 mm/anno considerando solo l’ultimo periodo (1993-2019).

Evidenze di stress idrico per le colture (mais, erba medica e vite) e le specie vegetali analizzate (ambienti naturali tipici del Friuli) si riscontrano, invece, nei casi pilota di Emilia-Romagna e Friuli Venezia Giulia, dove la carenza di rifornimento idrico valutata in diversi mm/decennio può comportare sul lungo periodo possibili conseguenze sul ciclo di crescita e riproduttivo, oltre a una consistente perdita produttiva con evidenti ricadute economiche. In generale, dunque, le tendenze rilevate appaiono già coerenti con quanto atteso in un contesto di cambiamento climatico, ma saranno necessarie attività costanti di monitoraggio e osservazione dei fenomeni nel tempo affinché le attuali evidenze possano essere confermate e attribuite alle variazioni del clima in atto.

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