Veicoli a fine vita: settore in crisi, l’allarme delle imprese


veicoli fine vita

ROMA. Il boom delle radiazioni per esportazione ed il crollo dei prezzi delle materie prime seconde stanno portando al collasso il settore del recupero dei veicoli a fine vita. A rischio la tenuta dell’intera filiera della frantumazione e del riciclo dei veicoli a motore, così come il raggiungimento dei target fissati dall’Unione Europea. A lanciare l’allarme le Associazioni ADA (Associazione dei Demolitori di Auto) e AIRA (Associazione dei Riciclatori di Auto) che in FISE UNIRE (Unione Nazionale Imprese Recupero) rappresentano le più importanti imprese di autodemolizione e gli impianti di frantumazione e recupero dei veicoli giunti a fine vita. Dopo aver lanciato l’allarme nel corso della Fiera Ecomondo a Rimini, le due associazioni hanno scelto di inviare una lettera al Presidente del Consiglio Matteo Renzi e ai Ministri competenti chiedendo un rapido intervento per scongiurare l’aggravarsi di una situazione già pesantemente compromessa. In virtù della direttiva europea 53 del 2000, dal 1 gennaio 2015 gli Stati membri sono obbligati a recuperare almeno il 95% di ogni Elv (acronimo che sta per End of life vehicle): l’85% da avviare a riciclo ed il 10% a recupero energetico, destinando alla discarica al massimo il 5%. Percentuali rispetto alle quali l’Italia risulta essere tra i Paesi in maggiore ritardo. Secondo l’ultimo rapporto sugli Elv stilato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, infatti, al 2012 solo l’80,8% degli Elv risultava essere stato avviato a riciclo, mentre la percentuale di avvio a recupero energetico risultava aver superato di poco l’1%. Un complessivo 82%, ben lontano dal 95% chiesto dall’Europa. Nella lettera inviata a Palazzo Chigi Ada e Aira chiariscono i motivi di questo ritardo. “Il settore è oggi penalizzato principalmente dal brusco calo di valore delle principali materie prime derivanti dal riciclo dei veicoli (-30%), condizione che ostacola seriamente la sostenibilità economica della filiera e il già difficile percorso per il raggiungimento degli obiettivi previsti dalla Direttiva 2000/53/CE, oltre a determinare l’inevitabile chiusura di molte aziende – scrivono Ada e Aira nell’appello – tale situazione sta generando fermi produttivi di numerosi poli siderurgici italiani nonché un continuo calo dei prezzi del rottame, producendo enormi difficoltà di molte filiere del recupero in quanto i costi di gestione dei rifiuti superano abbondantemente gli scarsi ricavi”. Situazione aggravata dalla costante diminuzione dei veicoli correttamente avviati a recupero, contro l’elevata quota dei veicoli “radiati per esportazione” che negli ultimi quattro anni ha superato complessivamente la cifra di due milioni e mezzo e che nasconde anche profili di illegalità. “Non sempre il veicolo radiato per esportazione – spiegano infatti le associazioni – viene reimmatricolato all’estero e in certi casi nemmeno esportato, andando ad eludere la normativa fiscale, di responsabilità civile ed ambientale, oltre a sottrarre grandi quantità di materiale, sia destinato ai centri di demolizione che reimmettono nel mercato ricambi usati, sia centinaia di migliaia di tonnellate di rottami di ferro di cui necessita l’industria siderurgica nazionale e che la stessa è poi obbligata a re-importare da altri Stati”. Uno stato di cose che rischia di compromettere il percorso verso il raggiungimento degli obiettivi europei di recupero e riciclo dei veicoli a fine vita e di mettere in ginocchio un’intera filiera. Per questo Ada e Aira chiedono l’intervento del Governo. “È necessario modificare l’assetto normativo della filiera dei veicoli a fine vita con l’introduzione di concetti fondamentali ed ineludibili come la reimmatricolazione quale condizione obbligatoria affinché un veicolo venga cancellato dal Pubblico Registro Automobilistico prima di essere esportato – scrivono Ada e Aira nell’appello – nonché di una stretta tracciabilità dei rifiuti derivanti dal trattamento dei veicoli stessi e di una maggiore qualifica dei soggetti della filiera. In assenza di efficaci interventi normativi, la nostra filiera e i numerosi poli siderurgici nazionali ad essa connessi sono destinati al collasso”.

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