Allarme dei riciclatori Ue: “Stop all’export è minaccia vitale per il settore”

In vista della revisione del regolamento Ue sulle spedizioni internazionali di rifiuti le principali associazioni di categoria lanciano l’allarme: “Lo stop alle esportazioni senza distinzioni tra scarti pericolosi e materiali riciclati è una minaccia vitale per il settore”

Le imprese europee del riciclo lanciano l’allarme in vista della proposta di revisione del regolamento europeo sulle spedizioni internazionali di rifiuti, attesa per la metà di novembre. A mettere in agitazione i riciclatori un passaggio del nuovo Piano d’azione sull’economia circolare, presentato dalla Commissione nel marzo 2020 come parte integrante del Green Deal europeo, nel quale si specifica che, con il restyling del regolamento, l’esecutivo Ue si impegnerà “a garantire che l’UE non esporti le sue sfide in materia di rifiuti verso paesi terzi”. Parole che se da un lato preludono a nuovi giri di vite sull’export di frazioni di rifiuto pericolose o non riciclabili, come quelle sulla plastica adottate a inizio anno, dall’altro rischiano però di danneggiare pesantemente il mercato internazionale delle materie prime secondarie, facendo crollare i prezzi e, con loro, investimenti e progetti di sviluppo messi in campo negli ultimi anni dalle imprese europee.

Il problema, spiegano due lettere inviate dalle principali associazioni di settore Fead e EuRIC (quest’ultima accoglie, tra le altre, anche le italiane Unicircular, Unirima e Assofermet) è che ancora oggi “per la maggior parte dei flussi di rifiuti, il quadro giuridico europeo non fa distinzione tra scarti non trasformati e materie prime provenienti dal riciclo“. Cosa che, sul piano normativo, fa si che non vi sia alcuna differenza tra rifiuti che possono rappresentare una minaccia per l’ambiente e la salute umana e materiali da recupero che invece, spiega EuRIC, “possono sostituire le materie prime vergini nei cicli produttivi portando così sostanziali benefici ambientali in termini di efficienza delle risorse, riduzione delle emissioni in atmosfera e risparmio energetico”. Secondo le imprese, assoggettare i materiali riciclati a restrizioni all’esportazione, in assenza di mercati finali sicuri nell’Ue, rappresenterà “una minaccia vitale per i riciclatori europei, siano essi PMI o grandi multinazionali”.

A sottolineare quanto i materiali da riciclo siano in tutto e per tutto ‘commodities’ globali e quanto l’accesso al libero mercato sia vitale per i riciclatori europei ci sono i dati Eurostat, secondo cui lo scorso anno l’export internazionale dai Paesi Ue ha toccato la cifra record di 32,7 milioni di tonnellate. Più del doppio dei rifiuti importati, pari a 16 milioni di tonnellate. In crescita le quantità spedite verso la Turchia (13 milioni di tonnellate), ai minimi quelle dirette in Cina, che per effetto del bando alle importazioni operativo dal 2018 è passata da un picco di 10 milioni ad appena 600mila tonnellate. Una misura, quella del governo di Pechino, che negli ultimi tre anni ha messo in fibrillazione il mercato europeo dei materiali riciclati. Quello della carta da macero, ad esempio, che fino al 2018 inviava in Cina circa 9 milioni di tonnellate e che, con la chiusura del principale sbocco a oriente, si è trovato a fare i conti con un eccesso di offerta tradottosi a sua volta nel crollo dei prezzi di mercato, passati da 100 a meno di 30 euro la tonnellata. Cosa che ha messo a dura prova la sostenibilità economica delle attività di riciclo. “Questo – scrive Fead nella sua lettera all’Ue – mostra chiaramente quanto le esportazioni siano indispensabili per assicurare i trattamenti al livello più nobile nella gerarchia dei rifiuti”.

Introdurre restrizioni indiscriminate all’export, senza prima definire uno standard armonizzato per le materie prime secondarie, aggiunge EuRIC, impatterebbe negativamente sulla competitività delle imprese del riciclo, “dando un ulteriore vantaggio alle materie prime vergini” e disincentivando di fatto “la raccolta, il riciclo e gli investimenti per aumentare la capacità industriale di recupero di materia dai rifiuti”. Cosa che, oltre a “mettere a rischio il raggiungimento dei target vincolanti a livello europeo”, comprometterebbe la crescita del settore e la creazione di nuova occupazione “soprattutto negli Stati membri in ritardo in termini di moderne infrastrutture di gestione e riciclo dei rifiuti”. Ecco perché le associazioni chiedono che le restrizioni all’export riguardino solo i flussi di scarti “problematici e non trattati”, sottolineando la necessità di sostenere il commercio libero ed equo dei materiali ottenuti dal trattamento dei rifiuti con l’introduzione di un quadro normativo che attribuisca loro uno “status adeguato e incentivi per la remunerazione dei benefici ambientali legati all’utilizzo delle risorse circolari”.

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