Acqua, depurazione: dall’infrazione all’economia circolare

Sono centinaia gli agglomerati urbani non conformi alle direttive Ue sul trattamento delle acque reflue. Uscire dall’emergenza si può, spiega il commissario di governo Maurizio Giugni, puntando su modelli sempre più circolari di trattamento. Come quelli del progetto Smart-Plant

Tutelare la risorsa più preziosa di tutte, l’acqua, indispensabile per la vita sul pianeta, significa anche garantirne la gestione corretta nella fase più “sommersa” del ciclo: quella della raccolta e trattamento dei reflui urbani e industriali, che se gestiti in maniera efficiente contribuiscono da un lato a tutelare lo stato di salute degli ecosistemi, su tutti quello marino, e dall’altro a non sprecare, anzi a rimettere correttamente in circolo, un bene sempre più raro. Due fronti sui quali l’Italia dei reflui, soprattutto al Sud, sconta pesantissimi ritardi e inefficienze, che oltre a rappresentare un danno ambientale portano con sé pesanti conseguenze anche sul piano economico. Sono 60 i milioni di euro che ogni anno il Paese versa nelle casse dell’Unione europea a titolo di sanzione per l’inadeguatezza dei sistemi di collettamento e depurazione riscontrata in 75 agglomerati idrici: 165mila euro al giorno, che l’Italia paga dal 2017 a seguito della sentenza di condanna inflitta dalla Corte di Giustizia europea nell’ambito di una procedura d’infrazione aperta nel 2004, seguita negli anni da altre tre procedure per un totale di 13 Regioni coinvolte e centinaia di agglomerati da risanare.

A fare il conto, nella Giornata mondiale dell’acqua, è il Commissario di governo per la depurazione Maurizio Giugni. “Giornate come queste, dal forte valore simbolico – osserva Giugni – devono ricordarci quanto sia importante investire sul bene acqua anche nel suo percorso meno noto: quello che va dalle nostre case, dagli uffici pubblici o dalle imprese, fino agli impianti di depurazione esistenti. Un tragitto che in troppi casi si interrompe per fognature inadeguate e assenti, o per depuratori inesistenti o non adeguati a nuove condizioni territoriali, caratterizzate da un’urbanizzazione spesso disordinata e da un forte consumo di suolo. Da qui non solo i danni per l’ambiente, terrestre e marino, ma anche tante occasioni perse per la crescita di realtà che dall’acqua dovrebbero invece trarre possibilità di sviluppo”.

Tra le Regioni inadempienti, la maglia nera va a Sicilia e Calabria, con oltre 100 agglomerati nell’ambito delle quattro procedure, seguite da Campania e Lombardia, entrambe sopra i 50 agglomerati. Ma la lista è lunga e vede associarsi ai ritardi infrastrutturali l’estrema frammentazione della governance, che soprattutto al Sud rallenta la pianificazione ed esecuzione degli interventi, ostacolando non solo la chiusura delle infrazioni ma più in generale lo sviluppo del settore in un’ottica industriale. “Tra gli investimenti programmati dai gestori – spiega il direttore generale di Utilitalia, Giordano Colarullo – il 20% è destinato al miglioramento della qualità dell’acqua depurata e il 15% all’adeguamento del sistema fognario. Negli ultimi anni, laddove operano gestori industriali si sono registrati importanti passi in avanti sul fronte della depurazione: ora è fondamentale promuovere una gestione industriale del servizio in quei territori, soprattutto del Sud, ancora gestiti da una miriade di soggetti in economia. Un unico governo del ciclo idrico, dalla captazione alla depurazione, è fondamentale per innalzare gli standard dei servizi offerti ai cittadini e per superare le infrazioni comunitarie”.

Un tema, quello del completamento del ciclo di trattamento delle acque reflue, che fin qui ha mobilitato risorse per oltre due miliardi di euro, ai quali potrebbero aggiungersi nel prossimo futuro i circa 600 milioni appostati sul capitolo depurazione del Programma nazionale di ripresa e resilienza nell’ambito della missione “Rivoluzione vede e Transizione ecologica”. “La depurazione – osserva Giugni – sarà certamente uno dei temi del Recovery Plan, quindi il cospicuo investimento statale per la messa in regola degli agglomerati, fin qui dell’ordine di oltre due miliardi, sarà destinato a crescere, anche per far fronte alle procedure d’infrazione per ora in fase istruttoria. La sfida è allora guardare a questa spinta verso la messa in regola degli agglomerati anche per innovare il sistema nel senso dell’economia circolare, guardando alle buone esperienze pubbliche e private”. Che in Italia non mancano, nè sul fronte della ricerca né tanto meno su quello dell’applicazione su scala industriale delle soluzioni innovative. Come ha dimostrato il progetto internazionale Smart-Plant coordinato da Francesco Fatone, professore dell’Università Politecnica delle Marche, che nell’ambito del programma europeo Horizon 2020 ha coinvolto enti di ricerca di mezza Europa nella messa a punto di tecnologie innovative per il recupero dalle acque reflue di materiali preziosi come cellulosa e biopolimeri. Dallo scorso novembre le “smartech” sviluppate nell’ambito di Smart-Plant sono state integrate nel ciclo di trattamento dell’impianto di Trucazzano, gestito da CAP, responsabile del servizio idrico integrato per la Città metropolitana di Milano. Un’esperienza da mettere a sistema, per recuperare i ritardi e accompagnare l’Italia dei reflui verso prospettive di sviluppo sempre più sostenibili e circolari.

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