CSS combustibile: a otto anni dal ‘decreto Clini’ il mercato non decolla

Cresce il tasso di sostituzione di CSS ‘end of waste’ nei cementifici italiani, ma la domanda resta ben al di sotto della media europea. Il comitato nazionale di vigilanza: “Ostilità strumentale e mancato rilascio delle autorizzazioni frenano il settore”. A otto anni dal decreto ‘Clini’ il dl ‘semplificazioni bis’ prova a rilanciare un mercato mai decollato

Cresce l’utilizzo di CSSc, o CSS-combustibile, in sostituzione di carburanti fossili nei cementifici, ma a otto anni dal ‘decreto Clini’ il mercato del combustibile da rifiuti ‘end of waste’ stenta ancora a decollare. Stando all’ultimo report del comitato di vigilanza istituito presso il Ministero della Transizione Ecologica, dalle 6mila 866 tonnellate di CSS-combustibile utilizzate nei cementifici nel 2019 si è infatti passati nel 2020 a circa 27mila tonnellate. Un importante balzo in avanti, se si considera che fino al 2019, scrive il comitato, “il tasso di sostituzione dei CSSc in Italia è stato prossimo allo 0%”. Questo nonostante l’adozione del decreto sulla cessazione della qualifica di rifiuto, datato 2013 e voluto dall’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini, puntasse proprio a spingere l’utilizzo del CSS-combustibile, fratello nobile del CSS-rifiuto e quindi in teoria più ‘facile’ da collocare sul mercato, al posto di carburanti tradizionali come il pet coke, il carbone o l’olio combustibile non solo nei cementifici ma anche nelle centrali elettriche.

Per farlo, il decreto ministeriale 22 del 2013 (primo regolamento ‘end of waste’ in assoluto a livello nazionale) stabilisce infatti che se il CSS, ovvero il combustibile ricavato dal trattamento dei rifiuti e composto per la maggior parte da scarti in plastica, gomma, carta e da biomasse, rispetta i parametri più stringenti del regolamento tecnico UNI EN 15359 sui combustibili da rifiuto, con concentrazioni di cloro e mercurio estremamente basse e un potere calorifero maggiore di 15 MJ/Kg tal quale, smette di essere un CSS-rifiuto e diventa un CSS-combustibile. Ovvero un prodotto a tutti gli effetti, da utilizzare in coincenerimento nel ciclo di produzione del clinker (elemento base del cemento) e nelle centrali elettriche al pari del CSS-rifiuto ma garantendo, all’atto della combustione, maggiore efficienza e minori livelli di emissioni. In entrambi i casi l’impianto deve essere opportunamente autorizzato in AIA, o Autorizzazione Integrata Ambientale, il livello più elevato tra i nulla osta ambientali per gli impianti produttivi, con limiti alle emissioni e prescrizioni più stringenti rispetto alla marcia a combustibili fossili. Una serie di garanzie che, stando ai numeri, non sembrano essere state capaci di rilanciare il mercato dei combustibili da rifiuto.

Oggi in Italia il CSS è infatti utilizzato quasi esclusivamente nella sua versione meno raffinata, il CSS-rifiuto: stando ai numeri raccolti da Ispra, nel 2019 gli impianti produttivi autorizzati al coincenerimento hanno consumato circa 393mila tonnellate di combustibile derivato da rifiuti. Di queste 290mila sono finite nei cementifici (solo 7mila delle quali costituite da CSSc) con un tasso di sostituzione del 20,3%, decisamente lontano dalla media europea del 47%. Eppure, secondo Federbeton, l’associazione nazionale dei produttori di calcestruzzi, le imprese cementiere “sono tecnologicamente predisposte a sostituire almeno il 50% dei combustibili fossili con i CSS, fino a raggiungere i livelli di utilizzo al pari dei propri competitor europei”. Sul perché fino ad oggi questo non sia avvenuto torneremo tra un po’, per ora invece concentriamoci sui potenziali benefici economici e ambientali della sostituzione.

Già, perché il CSS, soprattutto quello ‘end of waste’, costa meno dei fossili e inquina anche meno. Secondo una stima di Ref Ricerche, se il tasso di sostituzione arrivasse al 66%, ovvero quello registrato in Germania nel 2017, avremmo bisogno di 1,9 milioni di tonnellate di CSS-combustibile, che bruciate al posto del combustibile fossile eviterebbero l’emissione in atmosfera di 6,8 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti, con un risparmio di 464 milioni di euro all’anno, in virtù di minori costi per lo smaltimento dei rifiuti, per l’evitata importazione di pet coke e per le quote di CO2 non emesse. Tant’è che dal 2013 l’Ue considera il coincenerimento di combustibile da rifiuto come una BAT, ovvero una Best Available Technique, espressione che indica le migliori soluzioni tecnologiche per ridurre l’impatto ambientale di un determinato ciclo produttivo, in termini di consumo di risorse e di emissioni in atmosfera.

Senza dimenticare che sostituire CSS al pet coke nei cementifici significa non solo dare una significativa spinta al processo di decarbonizzazione di uno dei settori cosiddetti ‘hard to abate’ sulla strada verso l’ambizioso obiettivo europeo ‘zero CO2’ al 2050, ma anche contribuire alla chiusura di un ciclo dei rifiuti sempre più in affanno quando si tratta di collocare a recupero o smaltimento le frazioni meno nobili, che non trovano spazio sul mercato del riciclo e che invece potrebbero essere trasformate in CSS. Secondo il comitato, infatti, “esiste peraltro in Italia una quota rilevante di rifiuti che qualora trattati potrebbero incrementare la produzione di CSSc a livello nazionale” e che “oggi trova soluzioni gestionali non di prossimità, soprattutto con flussi diretti all’estero, in impianti analoghi (cementifici) a un costo maggiorato e sempre meno sopportabile dagli enti locali”.

Lo confermano i numeri. Secondo Ispra nel solo 2019 oltre 257mila tonnellate di scarti, di cui 155mila tonnellate di CSS rifiuto e altre 102mila tra scarti in plastica, gomma e residui dell’indifferenziato, sono state esportate all’estero, a caro prezzo, per essere coincenerite in impianti produttivi. Se raffinate e trasformate in CSS-combustibile avrebbero potuto restare in Italia facendoci risparmiare soldi e CO2 e consentendo, scrive il comitato nel suo report, “di utilizzare al meglio il parco delle infrastrutture industriali del territorio senza ricorrere alla realizzazione di nuovi impianti peraltro di difficile localizzazione e di lungo percorso attuativo”. Il paradosso è che di spazio disponibile ce n’è già tanto. Stando al report del comitato di vigilanza, infatti, nel 2020 ancora nessuna centrale termoelettrica utilizzava CSS ‘end of waste’. Eppure nello stesso anno Ispra censiva ben 17 impianti autorizzati in AIA e alimentati, in tutto o in parte, con carbone, gasolio o olio combustibile. Di questi uno solo, quello gestito da Enel a Fusina, in provincia di Venezia, risulta aver utilizzato CSS-rifiuto. Tra i cementifici, invece, solo quattro hanno sostituito CSS-combustibile ai combustibili fossili, sfruttando appena 27mila delle 130mila tonnellate complessivamente autorizzate a livello nazionale.

Ma allora cosa frena la domanda di CSS ‘end of waste’? Perchè si continua a bruciare CSS-rifiuto e non la sua versione più ‘pulita’ ed efficiente? “Gli impianti italiani sono tecnologicamente attrezzati a raggiungere i livelli di utilizzo di combustibili alternativi dei propri competitor Europei – conferma il comitato – ma incontrano ostacoli nel loro utilizzo sia a causa del mancato rilascio delle autorizzazioni sia nella difficoltà di uso del CSSc anche laddove le autorizzazioni siano state rilasciate”. Difficoltà, quest’ultima, che attiene alla sempre più diffusa “ostilità strumentale a pratiche industriali considerate best practices a livello europeo”, scrive il comitato, sottolineando come allo scopo di prevenirla sia oggi più che mai necessario prevedere nel caso dei cementifici “procedure efficaci di tracciamento dei flussi di materiali in ingresso e in uscita e protocolli di condivisione con gli enti locali del quadro emissivo per garantire lo scambio di informazioni trasparenti e indipendenti e il conseguente coinvolgimento di organizzazioni e di singoli cittadini”.

Ad ostacolare l’utilizzo di CSSc resta poi l’impasse legata al mancato rilascio delle autorizzazioni, fronte sul quale nelle ultime settimane si è mobilitato addirittura il governo con una misura ad hoc inserita nel decreto ‘semplificazioni bis’, convertito in legge dal Parlamento solo pochi giorni fa. Il problema, infatti, è che per sostituire il combustibile fossile o il CSS-rifiuto con il CSS-combustibile, l’impianto deve richiede una modifica dell’AIA, che “numerose autorità competenti”, scrive il comitato, hanno da sempre considerato come ‘sostanziale’, obbligando quindi il gestore ad avviare, oltre alla procedura di aggiornamento dell’AIA, anche la procedura per il rilascio di Valutazione Integrata Ambientale (VIA), appesantendo sia in termini di costi che di tempi l’iter autorizzatorio e scoraggiando di fatto la sostituzione. Ecco perché all’articolo 35 il decreto ‘semplificazioni bis’ ha chiarito che, negli impianti già autorizzati in AIA, la sostituzione di CSS ‘end of waste’ ai combustibili fossili o al CSS-rifiuto non rappresenta una ‘modifica sostanziale’ e, pertanto, non si rende necessario esperire nuovamente la procedura di Valutazione d’Impatto Ambientale. Una nuova spinta, a otto anni dal decreto ‘Clini’, per un mercato dalle enormi potenzialità ambientali ed economiche che ancora oggi stenta a decollare.

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