Export di rottame, Assofermet: “Con nuovo regolamento UE a rischio mercato e posti di lavoro”

Secondo Assofermet il nuovo regolamento UE sulle spedizioni di rifiuti rischia di compromettere l’export di rottame con i Paesi extra UE mettendo a rischio i bilanci delle attività di riciclo e i livelli occupazionali del comparto

Salvaguardare l’export di rottame di ferro verso Paesi extra UE per scongiurare il rischio di ripercussioni sul mercato europeo del riciclo, con perdita di posti di lavoro e ricadute anche sulle attività di raccolta e trattamento dei rifiuti. Dopo le imprese della carta da macero è Assofermet, l’associazione dei riciclatori e commercianti di metalli, a lanciare l’allarme sulla proposta di modifica al regolamento europeo sulle spedizioni di rifiuti, presentata lo scorso anno dalla Commissione europea e tuttora al vaglio di Consiglio e Parlamento. Il giro di vite disposto da Bruxelles per fermare il traffico illegale di scarti, soprattutto verso Paesi non OCSE, e spingere l’economia circolare entro i confini dell’Unione potrebbe trasformarsi in un potenziale boomerang, dicono le imprese del riciclo, principalmente per le filiere che oggi non riescono a collocare sul mercato europeo tutti i materiali recuperati dai rifiuti. Come la carta da macero e, per l’appunto, il rottame di ferro.

Secondo quanto riporta Assofermet in una nota, infatti, “il consumo di rottame ferroso nella siderurgia UE, notoriamente ancora oggi in netta prevalenza a ciclo integrale, da numerosi anni rimane ampiamente al di sotto del gettito di rottame ferroso esistente all’interno della UE”. Nel solo 2021, a fronte di una produzione di 152,6 milioni di tonnellate di acciaio sono infatti stati rifusi 87,9 milioni di tonnellate di rottami ferrosi, con un surplus di offerta rispetto alla domanda pari a quasi 19,5 milioni di tonnellate. “Sul mercato dell’Unione europea sono sempre stati costantemente disponibili all’acquisto quantitativi sufficienti di rottame rispetto al fabbisogno” spiega Assofermet, tanto più alla luce del fatto che nel 2005 i milioni di tonnellate di acciaio prodotti erano 182,3 e che da allora “la produzione di acciaio in Europa è in costante diminuzione“. Un calo che dovrebbe proseguire anche quest’anno, con una produzione stimata in 148,6 milioni di tonnellate. Complessivamente, negli ultimi 17 anni la produzione di acciaio grezzo è crollata di 30 milioni di tonnellate, che in termini di rottame non impiegato equivalgono a circa 13,1 milioni di tonnellate, se si considera che in UE il 43,9% della produzione si basa su forni ad arco elettrico alimentati a rottame. Cosa che, sottolinea Assofermet, spiega perché nello stesso periodo l’export di rottame ferroso sia aumentato di 12 milioni di tonnellate.

Se le imprese del riciclo non avessero potuto accedere ai canali dell’export extra UE per collocare le eccedenze di rottame, spiega l’associazione, “saremmo incorsi in gravi problemi ambientali, legati ad un progressivo accumulo del rottame, che sarebbe divenuto ingestibile già in corso d’anno, oltre a evidenti problemi autorizzativi, per la necessità di dover rispettare i limiti quantitativi imposti dalle singole autorizzazioni. Ciò avrebbe bloccato, di fatto, l’operatività dei singoli impianti di raccolta, recupero e riciclo”. Motivo per cui l’associazione chiede di “salvaguardare l’export verso i Paesi Extra UE” almeno nei casi in cui risulti evidente “che il gettito interno all’Unione sia strutturalmente in esubero e in surplus rispetto al fabbisogno complessivo” ma anche in caso di sostanziale equilibrio tra domanda e offerta, lasciando al mercato “la possibilità di trovare il giusto equilibrio commerciale ed economico“. Al contrario, “qualora si dovesse giungere a soluzioni che comprometteranno di fatto l’export, il danno per tutti gli abituali fornitori di rottami sarebbe grande e inevitabile sin da subito”. Con “ripercussioni sul mercato UE” e “perdite di posti di lavoro” ma anche con la “cessazione della raccolta dei rottami di scarsa qualità (che necessitano di alti costi lavorazione)”.

Se i riciclatori, numeri alla mano, difendono il ricorso all’export extra UE come risposta “al mancato assorbimento da parte della siderurgia europea, per motivi strutturali e storici” legati anche alla riduzione della produzione di acciaio, sul fronte opposto della barricata le acciaierie dell’Unione, che da sempre considerano le esportazioni come una leva speculativa per strappare prezzi più alti, chiedono invece alle istituzioni dell’Unione di irrigidire le norme sulle spedizioni per tutelare il comparto dalla concorrenza sleale. Per evitare cioè che finendo in Paesi che non rispettano gli stessi standard di sostenibilità dell’Unione, i rottami possano essere trasformati in prodotti a basso costo alimentando così fenomeni di duping ambientale. Motivo per cui la lobby europea di settore Eurofer chiede che il giro di vite sia esteso anche alle spedizioni per i Paesi appartenenti all’OCSE, che la proposta di Bruxelles considera invece come garanzia di rispetto dei parametri minimi di salvaguardia ambientale e sociale. Un riferimento neanche troppo implicito alla Turchia, principale acquirente mondiale di rottame di ferro, la cui domanda influenza fortemente il prezzo sul mercato europeo.

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