Rifiuti, la governance polverizzata frena l’industrializzazione

Il settore dei rifiuti urbani fattura 13 miliardi di euro ma stenta a raggiungere la dimensione industriale necessaria a colmare i gap territoriali e centrare gli obiettivi europei di circolarità. La fotografia di Utilitalia nel Green Book 2022

Frammentazione della governance e scarsa industrializzazione del settore frenano lo sviluppo dell’Italia dei rifiuti urbani, che resta un Paese a due velocità sia in termini di costi del servizio che di performance ambientali dei sistemi di gestione. È l’istantanea scattata dal Green Book 2022 di Utilitalia, presentato oggi, che fotografa un settore arrivato nel 2020 a registrare un fatturato complessivo di 13 miliardi di euro e un numero di addetti che supera le 95mila unità, ma nel quale oltre la metà delle aziende fattura meno di dieci milioni di euro l’anno e solo un quinto degli operatori è integrato in tutte le fasi del ciclo. Delle oltre 650 aziende attive, si legge, il 52% è specializzato nelle fasi di raccolta e trasporto, il 28% è specializzato nella gestione impiantistica mentre solo il 20% integra la raccolta con la gestione di uno o più impianti. Complessivamente il 51% delle gestioni, si legge, è coperto da aziende piccole o piccolissime.

Al forte ritardo in termini di industrializzazione del settore fa da contraltare l’estrema frammentazione della governance del servizio: secondo Arera, scrive Utilitalia, sono più di 6mila 300 i Comuni che gestiscono in economia una o più fasi del ciclo, per un totale di 7mila 253 soggetti attivi nel comparto, tra enti locali e aziende, solo il 2,4% dei quali opera sull’intero ciclo. Una polverizzazione della gestione che rispecchia l’ancora scarsa operatività degli Ambiti Territoriali Ottimali, cosa che trova conferma anche nella natura degli affidamenti: su oltre 2mila bandi analizzati, si legge, l’85% prevedeva l’affidamento del servizio per un solo Comune con una durata inferiore ai 5 anni. Uno stato di cose che di certo non premia le gestioni industriali né tanto meno stimola gli investimenti, impedendo il raggiungimento delle economie di scala. Soprattutto al Centro-Sud, dove anche per questo motivo i costi per i cittadini restano sensibilmente più alti. Negli ultimi otto anni il divario territoriale in termini di spesa sostenuta dalle famiglie per il servizio di igiene urbana, si legge, è rimasto sostanzialmente invariato. Al Nord la spesa si è mantenuta mediamente pari a 272 euro, al Centro si è ridotta da 336 euro a 329 euro, mentre al Sud è passata da 360 a 356 euro, a fronte di una media nazionale che nel 2021 si è attestata a 318 euro,

A pesare sui costi di gestione al Centro-Sud è soprattutto la mancanza di impianti di recupero, sia di riciclo che di termovalorizzazione, che costringe le amministrazioni locali a ricorrere a onerosi e impattanti trasporti verso le infrastrutturate Regioni del Nord, dove nel 2020 sono stati trattati più rifiuti di quanti non ne siano stati raccolti. A viaggiare sono soprattutto i rifiuti organici da raccolta differenziata e i rifiuti residui non riciclabili, questi ultimi finiti anche fuori nazione. Degli oltre 4,2 milioni di tonnellate di rifiuti esportati nel 2020, infatti, secondo Ispra molti sono quelli generati dal trattamento meccanico degli urbani. Oltre il 36% delle esportazioni di rifiuti urbani secondo l’istituto è destinata a recupero energetico, a ulteriore conferma del deficit impiantistico che affligge il Paese. Un deficit che “è figlio anche della mancanza di approccio industriale”, come ha spiegato il vice presidente di Utilitalia Filippo Brandolini, e che si traduce anche in un maggiore ricorso alla discarica, che al Centro-Sud accoglie più del 60% del rifiuto urbano residuo e che a livello nazionale nel 2020 ha assorbito il 20% dei rifiuti urbani complessivamente generati. Un dato ancora lontano dal tetto massimo del 10% che le direttive europee sull’economia circolare chiedono agli Stati membri di raggiungere entro il 2035. Entro lo stesso termine il riciclo, che nel 2020 si attestava intorno al 50%, dovrà aver raggiunto il 65%.

“Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza intende intervenire proprio sulle criticità evidenziate dal Green Book – ha dichiarato Laura D’Aprile, capo dipartimento per lo sviluppo sostenibile del Ministero della Transizione Ecologica – ovvero frammentazione della gestione, divario territoriale e gap infrastrutturale”. A breve, ha spiegato, partirà la selezione dei progetti da finanziare con i 2,1 miliardi di euro appostati sulle due linee d’intervento per la raccolta e il riciclo dei rifiuti urbani e per i ‘progetti faro’ di economia circolare, mentre entro il 30 giugno saranno approvati il Programma Nazionale di Gestione dei Rifiuti e la Strategia Nazionale sull’Economia Circolare. Ma secondo Utilitalia il nodo principale da sciogliere resta quello della governance. “Se i Comuni non si mettono assieme e costituiscono gli Ambiti Territoriali Ottimali – ha osservato Brandolini – decidendo di avere un gestore unico rischiamo di non riuscire a perseguire gli obiettivi del pacchetto economia circolare e di vanificare gli sforzi che si stanno mettendo in campo con il PNRR. Serve una maggiore cogenza delle norme nazionali, come in parte è avvenuto nel ciclo idrico, rendendo obbligatoria la costituzione degli ambiti e la gestione unitaria”.

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