Tariffe rifiuti, dal plauso del MiTE ai dubbi dell’Antitrust: prime reazioni alle proposte di Arera

Si apre il dibattito sulle proposte di Arera per l’aggiornamento del MTR. Su incentivi e disincentivi nelle tariffe d’ingresso agli impianti plauso del MiTE, che li definisce “pienamente in linea con le richieste dell’Ue”, mentre per l’antitrust i ritardi del sistema italiano sono un problema culturale, più che tariffario

Si accende il dibattito sulle proposte presentate da Arera per l’aggiornamento del metodo tariffario unico sui rifiuti in vista del secondo periodo regolatorio. Proposte che puntano a fare del nuovo MTR uno strumento per supportare il raggiungimento dei target di legge sull’economia circolare – 65% di riciclo e 10% di discarica al 2035 – ma anche a riequilibrare la dotazione impiantistica tra le varie aree del Paese, soprattutto alla luce dell’imminente appuntamento con le riforme e gli investimenti del Pnrr. “Il pacchetto di misure europee sull’economia circolare e il Piano nazionale di ripresa e resilienza, insieme all’attività regolatoria, possono davvero essere la svolta di questo Paese – ha spiegato Stefano Saglia di Arera nel corso di un webinar promosso da Fondazione Arel.

Tra le proposte sottoposte da Arera alla valutazione degli stakeholder, la più attenzionata è sicuramente quella di un ‘restyling’ delle tariffe all’ingresso per gli impianti di ‘chiusura’ del ciclo di gestione dei rifiuti urbani, con un nuovo sistema di incentivi e disincentivi da integrare nelle tariffe per penalizzare lo smaltimento in discarica e premiare l’avvio a recupero di materia ed energia, unito a meccanismi perequativi da attivare presso la Cassa per i Servizi Energetici e Ambientali. “Un sistema che tenga conto dell’impatto ambientale degli impianti di chiusura del ciclo – ha spiegato Lorenzo Bardelli di Arera. – Al momento le discariche occupano una quota di chiusura del ciclo superiore al 20% e quindi lontana dal tetto massimo stabilito dalla norma comunitaria. La perequazione in questo senso può aiutare ad abbattere questa quota e ad attivare processi che facciano aumentare la quota di impianti necessari a convergere verso i target Ue”.

“Abbiamo il dovere di contribuire, tramite la regolazione, al raggiungimento di quel famoso volume del 10% massimo da smaltire in discarica entro il 2035 – ha detto Saglia – ed è evidente che il ricorso allo smaltimento debba essere disincentivato. Un obiettivo che proponiamo di perseguire anche andando ad alimentare un apposito fondo di perequazione che poi sarà gestito dalla CSEA e che raccoglierà proprio i proventi derivanti dalla stessa attività di discarica”. Una proposta che ha incassato il plauso del Ministero della Transizione ecologica. “Sarebbe uno strumento pienamente rispondente alla gerarchia europea – ha spiegato il direttore generale per l’economia circolare Laura D’Aprile – e soprattutto darebbe risposta ad una serie di osservazioni e di istanze che la Commissione Europea ha formulato nelle interlocuzioni che ci sono state sul Recovery Plan, ad esempio con la richiesta di imporre una nuova ‘landfill tax’“.

Alla proposta di disincentivi alla discarica Arera affianca quella di incentivi al recupero, definendoli ‘limitati’ nel caso di recupero energetico, e ‘pieni’ nel caso di digestione anaerobica o compostaggio, anche in questo caso da associare al sistema di perequazione necessario, oltre che a orientare i flussi verso i target europei, anche a fare della tariffa una leva per sanare gli squilibri territoriali in termini di dotazione impiantistica. Su questo fronte il regolatore punta il dito soprattutto contro la mancanza di impianti di recupero energetico nel Centro e nel Sud Italia. “Il 67% dei rifiuti urbani indifferenziati nel 2019 è stato avviato a TMB – ha ricordato Saglia – e solo il 23% a incenerimento. Il 70% degli impianti di incenerimento è localizzato al Nord è solo il 30% al Centro-Sud. Il fatto che oggi vada a recupero di energia solo una frazione minima rispetto a tanti Paesi del Nord Europa, anche di quelli ambientalmente molto avanzati o sensibili, è un tema estremamente rilevante”.

Prudente invece la valutazione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che pur accogliendo con favore la proposta di incentivi, disincentivi e perequazioni ha ricordato come la mancanza di impianti non sia solo una questione tariffaria ma soprattutto culturale e burocratica. “Se il motivo della mancanza di impianti è extra-economico – ha spiegato Valeria Amendola dell’Agcm – forse anche una regolazione incentivante potrebbe non essere sufficiente. Si tratta piuttosto da un lato di incentivare i cittadini ad accettare l’installazione degli impianti e dall’altro di ridurre un ‘burden’ amministrativo e autorizzatorio che è un problema, come sappiamo, rilevante”.

Sul fronte dei gestori, accanto all’apprezzamento per la proposta di ‘restyling’ delle tariffe al cancello sia le utility pubbliche che le imprese private non hanno mancato di evidenziare i nodi ancora da sciogliere. “Sulla parte impianti – ha detto Luca Tosto di Assoambiente – nella proposta di Arera manca la necessaria attenzione alle aree o macroaree con surplus piuttosto che con deficit impiantistico, un aspetto importante anche fini ‘del market design'”. Per Giordano Colarullo, direttore generale di Utilitalia, invece, “la proposta di incentivi in relazione alla gerarchia europea è apprezzabile, ma dall’esperienza degli ultimi due anni è emerso che le criticità principali su questo fronte attengono più al contesto di governance che non all’impianto regolatorio vero e proprio. C’è una ‘polverizzazione’ di interlocutori e micro-gestioni che non può favorire il miglioramento né sul piano industriale né sul piano della qualità del servizio offerto dai cittadini”.

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