Riciclo delle navi: chiarimenti Ue su impianti extraeuropei


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L’Europa scende in campo per garantire una gestione sempre più sostenibile delle sue navi a fine vita. Con una comunicazione pubblicata nei giorni scorsi sulla Gazzetta Ufficiale Ue, la Commissione europea ha infatti fornito ulteriori chiarimenti sul regolamento 1257, entrato in vigore nel dicembre del 2013, che disciplina le operazioni di riciclo delle navi appartenenti a compagnie di navigazione europee puntando a garantirne lo smantellamento in impianti che, anche se ospitati da Paesi extraeuropei, rispettino standard qualitativi di trattamento a tutela dei lavoratori e dell’ambiente.

Un business, quello del riciclaggio delle navi, saldamente nelle mani di pochi attori, che dai colossi del mare a fine vita puntano a recuperare soprattutto acciaio ed altri metalli. Delle 768 navi riciclate a livello globale nel 2015, ben 469 (il 74%) sono finite sulle spiagge di India, Pakistan e Bangladesh per essere smantellate nella maggior parte dei casi in assenza delle più elementari forme di salvaguardia per la salute e la sicurezza dei lavoratori e per l’ambiente. Con notevoli margini di risparmio per le compagnie di navigazione (europee, ma non solo) e danni incalcolabili per l’ecosistema e per quanti lavorano o vivono in prossimità degli impianti di riciclo.

Per contrastare il fenomeno, il regolamento 1257 ed i chiarimenti pubblicati qualche giorno fa dalla Commissione specificano, per gli impianti extraeuropei, le caratteristiche necessarie ad ottenere la certificazione di conformità e l’inserimento nell’elenco degli stabilimenti abilitati al riciclo delle navi appartenenti a compagnie del Vecchio Continente. L’elenco, istituito proprio con il regolamento del dicembre 2013, dovrebbe vedere la luce entro la fine del 2016, mentre le richieste di iscrizione dovranno pervenire a Bruxelles entro il prossimo 1 luglio.

Per poter essere inseriti nel database, chiarisce la Commissione, gli impianti devono non solo essere stati autorizzati all’esercizio dalle autorità nazionali competenti, ma devono anche essere dotati di un Pirn, ovvero di un “Piano dell’impianto di riciclaggio delle navi” redatto in conformità a quanto stabilito dalla convenzione di Hong Kong, siglata nel 2009 dai membri dell’Organizzazione marittima internazionale, e dalla convenzione di Basilea.

In particolare, si legge nella comunicazione, gli impianti devono garantire l’adozione di “procedure e tecniche che hanno lo scopo di prevenire, ridurre, minimizzare nonché, nella misura del possibile, eliminare i rischi per la salute e gli effetti negativi sull’ambiente”. Ciò significa, prosegue il documento, che il processo di smantellamento dell’imbarcazione deve necessariamente contemplare “l’individuazione e il rispetto di eventuali requisiti giuridici per le navi da riciclare, l’esecuzione del processo di riciclaggio della nave in modo sicuro e compatibile con l’ambiente (incluso lo stoccaggio e la gestione dei materiali e dei rifiuti presenti a bordo della nave e prodotti dal processo di riciclaggio della stessa), nonché l’offerta della formazione richiesta e l’effettuazione dei controlli documentali per l’intero processo”.

Soddisfazione sul fronte ambientalista, dove da anni si chiede all’Europa un giro di vite sul business del riciclo delle imbarcazioni a basso costo. «Gli impianti di riciclo che puntano ad entrare nell’elenco europeo – commentano i membri della ong Shipbreaking Platform – dovranno necessariamente rispettare alti standard ambientali e di sicurezza sul lavoro. Il messaggio della Commissione è chiaro – dicono – una spiaggia non protetta non sarà mai un posto adeguato per un’attività industriale ad alto impatto che comporti anche la necessità di gestire rifiuti tossici e nocivi».

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