Rifiuti: un decennio perso nel mito delle autonomie


centralizzazione rifiuti

Con la Conferenza Stato-Regioni della scorsa settimana si è scritta quella che sembra essere qualcosa di più che non la sola attuazione dello Sblocca Italia e del suo articolo 35. Il dpcm infatti individua la capacità complessiva di trattamento dei rifiuti urbani e assimilati sull’intero territorio nazionale e decreta di affrontarla con la costruzione di otto nuovi inceneritori. La novità alla base di tante opposizioni, a partire da quella della Lombardia sin dalla gestazione di questo provvedimento, viene dall’interferenza del governo centrale in una materia che la riforma del Titolo V della Costituzione datata 2001 metteva nelle mani delle giunte regionali, imponendo, in questo caso – sia pure a fronte di inadempienze che espongono la Repubblica a sanzioni comunitarie – un impianto, un termovalorizzatore, da annoverare nell’aggiornamento (altrettanto urgente) dei piani regionali per la gestione dei rifiuti urbani. Per questo sconfinamento la Lombardia da tempo sostiene di aver presentato ricorso alla Consulta denunciando, per l’appunto, l’incostituzionalità del decreto, ma finora senza che si abbia notizia di alcun esito.

Sconfinamento che, per altro, potrebbe non essere più tale ex-lege molto presto, alla luce della riforma costituzionale approvata in quarta lettura alla Camera e in seconda deliberazione al Senato senza emendamenti: così com’è, la riforma riserva al Governo la possibilità di intervenire con legge dello Stato in quelle materie non riservate alla legislazione esclusiva “quando lo richieda […] la tutela dell’interesse nazionale”. Motivazione che sarebbe applicabile allo Sblocca Italia, alla luce delle procedure d’infrazione comunitarie aperte, giunte a sentenza, o alle quali siamo comunque esposti a causa delle inadempienze di alcune Regioni (dalla Liguria alla Sicilia passando per Lazio e Campania).

Ma non finisce qui. Già, perché dopo aver sfiorato lo scontro, l’accordo raggiunto tra Governo e Regioni si è basato su un punto particolare: l’interregionalità. L’accordo tra le varie regioni consentirà alle amministrazioni regionali di ricalcolare il proprio fabbisogno ed eventualmente emendare i conti fatti a Roma cancellando, di fatto, uno o più termovalorizzatori dalla lista degli otto impianti da costruire individuati dal decreto stesso. Rovesciando il ragionamento precedente sull’autonomia, insomma, le Regioni hanno trovato nella cessione di autorità – e quindi nella condivisione di responsabilità – una “difesa” alle imposizioni del governo centrale.

Discorso di principio, ma anche di sostanza: di fatto la capacità delle Regioni italiane di autogestirsi viene messa in discussione e tacitamente sottoscritta dalle Regioni stesse. Almeno per ciò che concerne il ciclo dei rifiuti. E non sembra un caso che a Palazzo Chigi stia maturando contemporaneamente anche un altro discorso su questa falsariga, quello relativo all’Authority sui rifiuti e che si otterrà dall’ampliamento delle competenze in capo all’Autorità per l’energia e l’acqua. La costituzione dell’ARERA (così dovrebbe chiamarsi la futura Autorità di regolazione per Energia, Reti e Ambiente) dovrebbe essere affidata – salvo rinvii in corsa – al testo unico sulla riforma della Pubblica Amministrazione che ha visto approvare in sede di esame preliminare già una serie di decreti, senza però ancora intervenire sulla materia dei servizi ambientali. Un’ente, l’autorità, cui il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti nei mesi scorsi aveva fatto riferimento come necessario in più di un’occasione, per avere un panorama più omogeneo su base nazionale sia in termini di tariffazione che di costi del servizio pubblico. Risultato conseguibile solo rinviando in capo al Governo centrale un maggiore potere di regia e controllo, o più semplicemente di imporre la rispondenza ad un modello unico – sia pure flessibile su base locale. La definizione delle funzioni di questa autorità è comunque ancora da mettere nero su bianco, ma la sensazione è che sia da registrarsi il sostanziale fallimento di un’intera stagione politica, quella del federalismo e della “devolution”, che hanno connotato il decennio 2000 con ricadute anche sul fronte della legislazione ambientale.

Dieci anni fa, a maggio 2006, subito dopo l’entrata in vigore del Testo Unico Ambientale (ad aprile), venne abolito l’Osservatorio Nazionale sui Rifiuti (organo con funzioni di vigilanza, aggiornamento operativo e garanzia dell’attuazione della normativa ambientale) per poi essere ricostituito mediante un decreto correttivo solo sette mesi dopo, a novembre. Schizofrenia figlia degli avvicendamenti politici dell’epoca (il TUA entrò in vigore a Camere sciolte prima dell’insediamento dell’Esecutivo Prodi II). Prezzo “politico” pagato anche con l’insediamento in via Cristoforo Colombo di Stefania Prestigiacomo, che nel 2009 svuotò l’Osservatorio dei suoi componenti privandolo dei fondi economici: uno stop forzato durato fino ad una sentenza del TAR datata 2010, dopo la quale l’Onr ha potuto tornare a riunirsi fino alla fine del mandato dei suoi membri nel 2011, ma ha potuto farlo solo su base volontaria in quanto il Ministero non ne ha più richiesto le funzioni. Nulla sembrerebbe essere cambiato neppure con l’avvicendamento “tecnico” a Palazzo Chigi, poiché dal 2011 ad oggi non si ha traccia di nuove nomine, né tantomeno dell’attività di un ente rimasto apparentemente vivo solo sulla carta (come del resto testimonia tristemente il sito web ministeriale). Una parentesi definitivamente chiusa dalla recente legge sulla green economy che tra le altre cose cancella definitivamente l’Osservatorio rimandandone le funzioni in capo alla direzione del Ministero stesso.

Cancellazione che dopo anni di vuoto, però, potrebbe paradossalmente vedere nell’istituzione di un ente terzo come l’Autorità un concreto ritorno al passato inteso non tanto come “passo indietro” quanto piuttosto come “ravvedimento operoso”. Forse le politiche ambientali più di altre hanno pagato un regime di “campagna elettorale costante” nel confronto con i territori, ingessando il processo decisionale e aggravando i ritardi fino a trasformare le crisi in emergenze croniche. Se il ritorno alla centralizzazione contribuirà a rimuovere le anomalie italiane, tanto nel settore dei servizi quanto in quello dell’avvio a riciclo, non è dato sapere: di certo l’ambizione del premier Renzi di governare una “memorabile” stagione di riforme non può prescindere da un tentativo di questa portata in materia ambientale.

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