Abiti usati, le imprese: “Filiera italiana a rischio collasso”

di Luigi Palumbo 19/04/2024

La filiera italiana degli abiti usati è un’eccellenza di livello continentale, dicono i numeri. Ma rischia il collasso per l’aumento dei costi di gestione delle frazioni non riutilizzabili. Anche perché il riciclo non decolla. Gli operatori: “I nuovi sistemi EPR non duplichino quello che c’è già ma coprano i costi non sostenibili per il sistema”


La filiera italiana della valorizzazione degli abiti usati rischia il collasso. Tra margini di guadagno sempre più esigui, quantità crescenti di capi non avviabili a riuso e un mercato nazionale del riciclo meno che residuale, la sostenibilità economica delle attività di raccolta, selezione e valorizzazione – che nel nostro paese esprimono autentiche eccellenze industriali – è appesa a un filo sottilissimo. “Fino a oggi siamo riusciti ad autofinanziare le nostre attività, ma non è detto che questo possa andare avanti ancora a lungo”, spiega Karina Bolin, membro del direttivo di UNIRAU e presidente e fondatrice di Humana People to People Italia, uno dei principali soggetti dell’economia sociale nazionale che, mettendo insieme sostenibilità e solidarietà, garantiscono la raccolta degli abiti usati in convenzione con i Comuni e il servizio pubblico di gestione dei rifiuti. Contribuendo a dare risposta all’obbligo di raccolta differenziata dei rifiuti tessili urbani, che in Europa scatterà solo nel 2025 ma che in Italia è partito già dal 1 gennaio 2022. Oltre 160mila le tonnellate intercettate a livello nazionale, spiega ISPRA, ma il dato è inevitabilmente destinato a crescere, visto che la raccolta copre al momento il 76% circa dello Stivale. Qui cominciano i problemi.

Data l’eterogeneità della definizione di rifiuto tessile, che oltre agli abiti usati include anche altre categorie di scarto, come i tessili per l’arredo e i tessili di casa come lenzuola e asciugamani, spesso difficilmente riutilizzabili o riciclabili, nei cassonetti nati per la raccolta di indumenti e accessori post consumo sta finendo di tutto. “Molti cittadini, convinti che tutto si possa riciclare, conferiscono scarti tessili di ogni natura nei cassonetti – dice Bolin – e per questo stiamo assistendo a un calo di qualità nella raccolta“. Un calo della qualità che si accompagna all’aumento dei costi di trattamento delle frazioni non recuperabili, spiega la presidente di Humana People to People Italia, e che “va contrastato con una comunicazione chiara e adatta alle finalità del sistema“, le cui economie ruotano al momento quasi esclusivamente intorno ai proventi dalla preparazione per il riutilizzo degli indumenti post consumo e che a sua volta già deve fare i conti con i costi del fast fashion. “Troviamo nella raccolta capi a malapena usati” spiega Bolin, che tuttavia per la loro qualità e composizione, “fatta quasi esclusivamente di fibre sintetiche”, non trovano collocazione né nei canali del riutilizzo né in quelli del riciclo. Anche in questo caso nient’altro che un costo. “Rischiamo di trovarci con quantità crescenti di materiale che deve essere destinato a discarica o incenerimento – avverte – e di andare incontro a un vero e proprio collasso del settore” per l’aumento vertiginoso e inarrestabile dei costi di trattamento.

Un pericolo di collasso che non risparmia le attività industriali di selezione, igienizzazione e valorizzazione degli abiti usati. Come quelle del distretto campano, “nato nell’immediato dopoguerra con il recupero di abbigliamento militare – racconta Marco Mondola, membro dell’associazione nazionale dei recuperatori ARIU – e arrivato oggi a selezionare quasi 100mila tonnellate l’anno di rifiuti da abbigliamento, anche importati da altri paesi europei”. E infatti, sempre secondo ISPRA, delle 40mila tonnellate di rifiuti tessili e di abbigliamento importate a livello nazionale, più di 32mila sono finite proprio in Campania, lavorate da un settore che per migliorare il processo di selezione “sta investendo anche in tecnologie basate sull’intelligenza artificiale“, spiega Mondola, ma che continua ad avere il suo punto di forza “in oltre 3mila operatori specializzati nel riconoscimento e nella selezione dei prodotti”. Che vengono divisi non solo per qualità o tipologia, ma anche a seconda delle tendenze di mercato. Un mestiere che in molte famiglie si tramanda da una generazione all’altra. Intelligenza naturale, prima ancora che artificiale. Il primo prodotto delle lavorazioni, la cosiddetta ‘crema’, va sul mercato del second hand nazionale o, per la seconda scelta, sul mercato africano, mentre il materiale ‘mutilato’, quindi non destinabile al riutilizzo, va nei canali di riciclo, soprattutto in paesi esteri come l’India. “Parliamo di un 50% destinato al riuso e di un 35%-45% destinato al riciclo, mentre la quota residuale finisce in discarica o inceneritore”, chiarisce. Proporzioni che al momento garantiscono la sostenibilità economica del settore, ma nel prossimo futuro sia le percentuali di avvio a riciclo “che rappresentano un costo per la filiera”, chiarisce Mondola, che quelle di smaltimento, anche causa fast fashion, “sono destinate ad aumentare, quindi i costi di trattamento non saranno più coperti“. Anche perché, nel frattempo, a causa delle forti tensioni del quadro geopolitico, alcuni dei principali mercati di sbocco per l’usato – come medio oriente, nord Africa ed est Europa – stanno facendo registrare sensibili cali delle vendite.

Il rischio è quello di andare incontro a una tempesta perfetta, con costi in aumento e ricavi in contrazione. Nubi che si stagliano su un panorama reso ancora più incerto dal cambio di regole messo in cantiere dai legislatore nazionale ed europeo, che con l’obiettivo di ‘curvare’ il paradigma di uno dei settori industriali a maggiore impronta ambientale hanno scelto di puntare anche sullo strumento della responsabilità estesa del produttore. Il nuovo regime – come già succede per le apparecchiature elettroniche, gli imballaggi o gli pneumatici – da un lato dovrà spingere l’industria a migliorare la progettazione dell’immesso a consumo, aumentandone qualità e vita utile, ma dall’altro attribuirà ai produttori di tessile e abbigliamento un ruolo centrale anche nella gestione dei prodotti post consumo, prevedendo il prelievo di un ‘eco contributo’ economico per ogni capo venduto. L’obbligatorietà dell’EPR è attualmente in discussione in Ue nell’ambito dei lavori sulla riforma della direttiva quadro rifiuti, con il Parlamento che chiede alla futura Commissione di adottare le regole di base entro la fine di quest’anno. L’Italia, che anche in questo caso aveva provato a giocare d’anticipo lanciando la consultazione su uno schema di EPR nazionale, aspetterà con ogni probabilità di conoscere le posizioni dei legislatori europei. Insomma, “oggi non c’è niente di certo – spiega Bolin – ma l’elemento cruciale sarà fare in modo che la ‘tassa’ sui prodotti immessi al mercato vada a coprire i costi non sostenibili per la filiera“.

“L’eco contributo deve essere destinato a una filiera già esistente e con oltre cinquant’anni di esperienza”, rimarca Mondola. Il timore, infatti, è che il più centrale ruolo attribuito ai produttori di tessile e abbigliamento possa spingerli a investimenti in nuova logistica e in infrastrutture. Duplicando quello che c’è già, anche se molti non lo sanno. “Rappresentiamo una filiera poco conosciuta e spesso confusa con quella della donazione di abbigliamento usato – chiarisce il presidente di UNIRAU Andrea Fluttero – il rischio è che il legislatore e i nuovi soggetti che scenderanno in campo possano immaginare di dover costruire ex novo l’intera filiera con i soldi che arriveranno dagli eco contributi. Che invece, per legge, rappresentano il costo della corretta gestione del fine vita di un prodotto al netto dei proventi del riuso o del riciclo“. E sono quindi risorse che andrebbero utilizzate non per replicare il sistema, ma per curarne le diseconomie, come i costi per lo smaltimento delle frazioni non recuperabili. Ma anche e soprattutto quelli per l’avvio a riciclo. Che restano alti, visto che nel nostro paese (e non solo) il recupero di fibre è ancora poco sviluppato, se si escludono poche esperienze virtuose o distretti storici come quello della lana recuperata pratese.

“In Italia – spiega Fluttero – il riciclo del tessile non cresce per due motivi: la scarsa qualità dell’immesso a consumo e i costi elevati di manodopera ed energia che rendono eventuali fibre da riciclo più costose rispetto a quelle da materia vergine”. Tant’è che dei 150 milioni di euro messi a disposizione dal PNRR per la realizzazione dei cosiddetti ‘textile hubs’, solo 60 – meno della metà – sono stati assegnati. Segno della scarsa attrattività del bando, legata, con ogni probabilità, anche alla incompiutezza del mercato, il cui sviluppo continua a essere frenato da fattori tecnici ed economici, come la difficoltà di certificare le fibre riciclate o il loro costo elevato. Se a sciogliere i nodi tecnici potrebbe contribuire il futuro decreto end of waste, attualmente allo studio del Ministero dell’Ambiente, per quelli economici, spiegano gli operatori, la risposta potrebbe arrivare proprio dall’eco contributo. “Al di là dell’aspetto tecnologico – chiarisce Fluttero – certe attività di riciclo non si possono fare senza un supporto economico. Oggi un impianto che ricicla pneumatici ti fa scaricare una tonnellata di copertoni solo se, insieme al carico, gli dai 90 euro. Che sono parte di quell’eco contributo pagato dal consumatore. Ecco, quello che manca alla nostra filiera è sostenere le parti che possono essere migliorate dice – non sostituire le ottime parti che già si fanno, come la raccolta, la selezione e la valorizzazione del riusabile”.

Tra i motivi per concentrare le nuove risorse sulla migliore copertura dei costi di riciclo, ricorda poi Karina Bolin, “c’è anche quello di evitare la nascita di veri e propri traffici illeciti”. Perché quando i costi aumentano – e aumenteranno – cresce anche la tentazione di affidarsi ai canali del commercio illegale, soprattutto quelli diretti verso paesi in via di sviluppo. “Con le nostre associazioni, e con i paletti all’ingresso che poniamo – spiega Mondola – proviamo a tenere lontane le mele marce. Anche perché, come si dice, fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”. Anche in questo caso, ricorda Fluttero, accanto al tema economico si pone quello della conoscenza. “A gennaio UNIRAU ed ARIU sono state insieme alla direzione generale dell’Agenzia delle Dogane, a Roma, proprio per spiegare come funziona la filiera e per dare elementi di conoscenza anche agli organismi di controllo. Perché le mele marce sono concorrenti sleali, che oltre all’ambiente e alla salute dei cittadini, danneggiano chi opera nel pieno rispetto delle norme”.

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