Carta, cresce il riciclo. Unirima: “Ora correggere le norme sulla concorrenza”

Nel 2020 riciclate 6,8 milioni di tonnellate di rifiuti in carta e cartone in 600 impianti. Il settore resiste alla pandemia e agli scossoni del mercato globale, dice il rapporto annuale di Unirima, che avverte: “La vera sfida per il settore oggi è quella della concorrenza. Il governo ascolti l’Antitrust”

Il comparto del riciclo dei rifiuti in carta e cartone consolida la propria posizione di vertice in Europa, sfidando la pandemia e le turbolenze di un mercato sempre più globalizzato e interconnesso, ma chiede al governo un intervento urgente per correggere i passaggi della normativa nazionale che mettono a rischio la concorrenza nel settore. Con quasi 6,8 milioni di tonnellate di maceri prodotte, in aumento del 3,2% sull’anno precedente, anche nel 2020 l’industria italiana della carta da riciclo si conferma seconda in Ue per volumi di produzione dopo la Germania. Un’eccellenza che ha retto all’onda d’urto dell’emergenza da Covid-19 e alla contrazione dello 0,5% della raccolta di rifiuti in carta e cartone registrata sulla scorta della riduzione dei consumi e del blocco delle attività industriali e commerciali. Merito della solidità di una rete di impianti diffusa in maniera capillare sul territorio nazionale: 600 quelli censiti nell’ultimo rapporto annuale da Unirima, l’associazione nazionale dei produttori di maceri. “Impianti che ci hanno consentito di raggiungere con 16 anni di anticipo l’obiettivo europeo del 75% di riciclo al 2025 – spiega Francesco Sicilia, direttore generale di Unirima – e che oggi con l’87% ci vedono superare il target dell’85% al 2035″. Performance d’eccellenza, ‘premiate’ nel 2021 con l’entrata in vigore del decreto ‘end of waste’ su carta e cartone, “il primo in Europa che sia efficace e funzionante” dice Sicilia e che secondo Unirima rappresenterà nel prossimo futuro uno snodo fondamentale per la crescita economica e tecnologica delle imprese di settore.

A mantenere il comparto al top in Ue, spiega però l’associazione, non è solo la solidità industriale degli operatori ma anche la loro abilità commerciale. Dopo aver prodotto materiali riciclati bisogna infatti anche collocarli sul mercato, questione vitale per l’Italia che da più di dieci anni è esportatore netto, cioè produce più maceri di quanti non ne riesca ad assorbire la domanda delle cartiere nazionali, capaci nel 2020 di consumare 5 milioni di tonnellate mentre 1,8 sono state esportate. E non era impresa facile, dopo lo stop alle importazioni della Cina, che fino al 2018 è stato il principale acquirente mondiale di maceri. “La ‘recovered paper’ è una ‘commodity’ scambiata a livello globale – spiega Alessandro Marangoni, CEO di Althesys – ecco perché a seguito del ‘ban’ cinese i flussi mondiali hanno cercato nuove destinazioni, spostandosi soprattutto verso India e Indonesia. Anche per l’Italia queste si confermano le due destinazioni principali, seguite da Germania e Turchia. Stando alle stime sul primo semestre del 2021 – aggiunge Marangoni – la maggior parte delle 527mila tonnellate esportate è finita in questi quattro Paesi”. Uno shock, quello provocato dallo stop cinese alle importazioni, che tra 2018 e 2020 ha messo al tappeto le quotazioni del macero, portandole nel periodo pre-pandemia pericolosamente vicine allo zero. Poi il Covid-19 e il boom dell’e-commerce e del delivery hanno rivitalizzato la filiera del packaging, facendo schizzare i prezzi dai 20 euro a tonnellata fino ai 170 registrati a luglio di quest’anno per finire a settembre tra i 100 e i 110 euro.

E se i nuovi sbocchi commerciali e la ritrovata stabilità dei prezzi mettono il comparto al riparo dagli scossoni del mercato globale, è dal mercato nazionale che oggi, denuncia Unirima, arrivano le principali minacce all’operatività delle imprese private del riciclo. “La concorrenza è la vera sfida per il nostro settore” spiega Sicilia, facendo riferimento alle osservazioni dell’Antitrust, che in una memoria consegnata al governo nei mesi scorsi aveva ravvisato profili di scarsa concorrenzialità nel mercato dei rifiuti, riferendosi tra l’altro all’eccesso di affidamenti ‘in house’ o al vincolo introdotto con il recepimento delle direttive europee sull’economia circolare in base al quale le imprese che scelgono di consegnare i propri rifiuti urbani ad un operatore privato, e non al servizio pubblico di gestione, devono sottoscrivere un contratto di almeno cinque anni. Ora che tra le riforme previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza c’è anche quella della concorrenza “speriamo che il governo Draghi prenda nella dovuta considerazione le indicazioni dell’authority”, aggiunge Sicilia.

E sempre in tema di PNRR le imprese del macero plaudono alla scelta del governo di inserire il settore della carta e del cartone tra le filiere ‘flagship’ che saranno finanziate con i fondi del Piano. “Il tessuto nazionale è fatto prevalentemente di piccole e medie imprese, che sono anche quelle più innovative e resilienti – ha spiegato Laura D’Aprile, capo dipartimento al Ministero della Transizione ecologica – l’obiettivo è quello di sostenere il comparto”. Al quale andranno 150 dei 600 milioni appostati sulla linea d’intervento dedicata ai cosiddetti ‘progetti faro’ di economia circolare. Da utilizzare, secondo Unirima, più per il revamping degli impianti esistenti che per la costruzione di nuove strutture. “La mappatura degli impianti ci dimostra che nel nostro settore non c’è mai stata carenza impiantistica – dice Sicilia – ed è questo che ci ha consentito di raggiungere gli obiettivi europei di riciclo con oltre quindici anni di anticipo. Bisogna efficientare quello che c’è, prima di pensare a costruire nuovi impianti”.

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