Concorrenza, il testo va in aula con le misure sui rifiuti proposte dal governo

Il disegno di legge sulla concorrenza approderà lunedì in aula alla Camera. Sui rifiuti il testo resta quello proposto dal governo ma resta l’incognita sulla riforma del servizio pubblico

Il disegno di legge sulla concorrenza non resterà sotto le macerie dell’oramai dimissionario governo guidato da Mario Draghi. Secondo l’Ansa, nel corso della conferenza dei capigruppo della Camera convocata questa mattina le forze dell’ex maggioranza parlamentare hanno assunto l’impegno di non presentare emendamenti in aula al testo, che dovrebbe approdare nell’emiciclo di Montecitorio il prossimo lunedì per la discussione generale. È il tentativo disperato di salvare in extremis una delle riforme chiave del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che dovrebbe entrare in vigore entro la fine dell’anno insieme ai provvedimenti attuativi ma che rischia di decadere al pari degli altri disegni di legge non approvati al termine della legislatura. Con conseguenze rilevanti anche per il mercato dei servizi di gestione dei rifiuti. Oltre a delegare al governo l’adozione di una riforma di settore, da approvare entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge come parte integrante di una più ampia revisione delle discipline in materia di servizi pubblici locali, il ddl riserva infatti al mondo del waste management i tre commi dell’articolo 14.

La mancata approvazione del disegno di legge farebbe ad esempio saltare la riduzione della durata del contratto da cinque a due anni per le utenze non domestiche che scelgano di affidare i propri rifiuti urbani al di fuori del servizio pubblico. La disciplina introdotta dal decreto legislativo 116 del 2020, infatti, ha ridefinito i confini tra rifiuti urbani e rifiuti speciali, facendo rientrare tra i primi anche un lungo elenco di rifiuti prodotti dalle attività economiche e chiarendo che le stesse possono affidarne la gestione al di fuori del servizio pubblico, ottenendo riduzioni della parte variabile della tariffa rapportate alle quantità avviate a recupero. A patto però di sottoscrivere un contratto con operatori privati per non meno di cinque anni. Un obbligo che le imprese hanno da sempre considerato come lesivo della concorrenza e contro il quale era scesa in campo anche l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, chiedendone la cancellazione. Il governo aveva optato per una più morbida riduzione da cinque a due anni, mediando tra le posizioni delle imprese private e quelle dei Comuni, che dal canto loro considerano il vincolo dei cinque anni come indispensabile per pianificare la gestione alla luce dei minori introiti Tari determinati dalla fuoriuscita delle utenze non domestiche dal servizio pubblico.

In caso di decadenza del ddl concorrenza salterebbe anche la misura che attribuisce all’autorità di regolazione Arera il compito di definire standard tecnici e qualitativi per lo svolgimento dell’attività di smaltimento e di recupero e di verificare i livelli minimi e la copertura dei costi efficienti da parte degli operatori. Misura più “simbolica” che altro, secondo l’antitrust, che da tempo sostiene che le attività di recupero e smaltimento, sebbene disponibili in regime di mercato, vengano spesso fatte rientrare all’interno del perimetro della privativa comunale e affidate a gestori integrati “senza verificare l’effettiva sussistenza di un rischio di fallimento del mercato”. Ovvero senza verificare se lo stesso servizio può essere svolto da un operatore non integrato ma a condizioni migliori. Per l’AGCM la misura proposta dal governo Draghi avrebbe dovuto essere rafforzata subordinando l’affidamento stesso del servizio al rispetto di parametri definiti ex ante dal regolatore. Per finire, il fallimento del ddl farebbe venire meno l’esclusione delle piattaforme di selezione dalle negoziazioni per la definizione degli accordi di programma tra enti locali e consorzi per il riciclo dei rifiuti, un altro degli interventi auspicati dall’AGCM.

Nel corso del lungo passaggio nelle commissioni del Senato, accanto al ben più noto e divisivo nodo delle misure su balneari e taxi (queste ultime dovrebbero essere stralciate dal testo in approvazione alla Camera), i tre commi dell’articolo 12 erano stati oggetto di una fittissima pioggia di emendamenti, che aveva fatto emergere l‘ampio fronte parlamentare a favore di una maggiore competizione tra imprese sul mercato dei rifiuti e di una ridefinizione del perimetro dell’affidamento del servizio pubblico di igiene urbana. Poi a fine maggio l’intervento dell’esecutivo, che allora aveva ancora nelle mani le redini della maggioranza parlamentare, aveva invitato i partiti di governo al passo indietro sui rispettivi tentativi di modifica, a partire da quello portato avanti da Lega e Movimento 5 Stelle per ‘spacchettare’ l’affidamento, separando le attività di raccolta da quelle di recupero o smaltimento. Il testo a quel punto era stato licenziato da Palazzo Madama nella versione originale, giudicata come “un compromesso” dall’antitrust. E anche se la settimana prossima la Camera dovesse riuscire a dare il via libera al disegno di legge (che tornerebbe al Senato per una terza lettura, puramente formale), resterebbe in sospeso il destino della riforma di settore delegata al governo, per la quale toccherà in ogni caso aspettare il nuovo inquilino di Palazzo Chigi. Difficile però che possa essere rispettato il termine di sei mesi fissato dal ddl concorrenza, né tanto meno quello della fine dell’anno previsto dal PNRR.

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