Rifiuti radioattivi

Deposito Nazionale, Isin: “Avvio dei lavori non prima di 5 anni”

“Dalla pubblicazione della Cnapi fino alla fine del procedimento saranno 5 anni esatti. Se tutto fila liscio e senza problemi” ha dichiarato Maurizio Pernice, direttore dell’Isin. A meno di autocandidature, che almeno per il momento però restano fuori discussione

“Se tutto va bene arriviamo a 5 anni“. L’avvio dei lavori per la costruzione del Deposito Nazionale delle scorie radioattive non avverrà prima del 2026. Ne è convinto Maurizio Pernice, direttore dell’Isin, l’Istituto nazionale per la sicurezza nucleare, che ascoltato dalla Commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti ha scandito il cronoprogramma della procedura che ha preso il via a gennaio con la pubblicazione della Cnapi, la Carta delle aree potenzialmente idonee. “Considerando i 240 giorni per la predisposizione del seminario nazionale, e considerando poi i 60 giorni previsti per lo svolgimento, secondo le mie valutazioni dalla pubblicazione della Cnapi fino alla fine del procedimento passeranno esattamente 5 anni. Se tutto fila liscio e senza problemi”.

Tutto questo, ha spiegato Pernice, a meno di autocandidature. “Laddove ci dovesse essere una proposta immediata e rapida – ha detto – i tempi sarebbero sicuramente abbreviati, a vantaggio di molti”. Una eventualità che almeno per il momento appare decisamente remota, visto che secondo quanto dichiarato nelle scorse settimane dall’ad di Sogin Emanuele Fontani, audito dalla Commissione, nell’ambito della consultazione pubblica sulla Cnapi sono già pervenute 88 richieste di informazioni e 113 osservazioni, riguardanti queste ultime soprattutto questioni di idoneità delle aree. Per non parlare dei tre ricorsi al Tar e delle altrettante richieste di accesso agli atti. Insomma, di autocandidature, almeno per il momento, non se ne parla.

Ad ogni modo, l’entrata in funzione dell’infrastruttura non dovrebbe arrivare prima del 2030, mentre già dal 2025 è previsto il rientro in Italia dei circa 100 metri cubi di scorie ad alta attività stoccate al momento in Francia e Inghilterra. “O si raggiungono degli accordi – ha detto Pernice – in virtù dei quali questi Paesi continuano a tenersi le scorie (ma a quali costi e per quanto tempo?) oppure la soluzione la dobbiamo trovare. Tra l’altro sul territorio nazionale abbiamo ancora 13 tonnellate di combustibile irraggiato, stoccate presso l’impianto Avogadro, che non viene avviato a trattamento perché la Francia ci ha detto ‘o prima vi riprendete le scorie oppure noi questo materiale non lo prendiamo’. La situazione è delicata“. Insomma, nella partita per la realizzazione del Deposito l’Italia rischia di giocarsi una bella fetta di credibilità internazionale.

Prima di salvare la faccia, però, c’è da mettere in sicurezza il sistema nazionale di gestione delle scorie. Perché sebbene per i materiali ad alta attività sia previsto solo lo ‘stoccaggio temporaneo di lunga durata’ in una apposita sezione del futuro Deposito, “è evidente che saranno in una condizione di sicurezza maggiore rispetto a quella in cui si trovano adesso le 13 tonnellate stoccate al deposito Avogadro”. Che nel 2000 rischiò di essere sommerso dalla Dora Baltea in piena e che stando all’ultima relazione annuale di Isin “non risulta idoneo a proseguire a lungo il proprio esercizio”.

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