PNRR e riciclo, l’allarme di Unirima: “A rischio i fondi per le imprese private”

L’associazione dei produttori di macero scrive al governo chiedendo la proroga dei termini per la presentazione delle domande d’accesso ai fondi del PNRR per le imprese private del riciclo. “Senza un chiarimento sull’applicazione del regolamento europeo sugli aiuti di Stato – dice il direttore generale di Unirima Francesco Sicilia – è a rischio l’erogabilità dei finanziamenti”

Un’interpretazione troppo restrittiva delle regole europee sugli aiuti di Stato rischia di precludere l’accesso delle imprese private del riciclo ai finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Lo dichiara l’associazione nazionale dei produttori di carta da macero, Unirima, che ha scritto al Ministero della Transizione Ecologica e al presidente del Consiglio Mario Draghi chiedendo una proroga dei termini per la presentazione delle domande, che scadranno tra il 14 e il 21 febbraio e, contestualmente, un chiarimento sull’applicazione del regolamento GBER. “Dalle faq pubblicate sul sito del Ministero – spiega il direttore generale di Unirima Francesco Sicilia – ma anche da quanto dichiarato recentemente in una serie di webinar, emerge un’interpretazione troppo restrittiva di uno dei passaggi fondamentali per l’ammissibilità dei progetti, ovvero l’articolo 47 del regolamento sugli aiuti di Stato“, che consentirebbe di finanziare solo le proposte progettuali che superino il ‘tradizionale processo di riciclo’ dei rifiuti e che siano espressione di ‘innovazione tecnologica’, mentre sembrerebbero esclusi i progetti che puntino a migliorare l’efficienza produttiva dei processi tradizionali. Quindi quasi tutti i progetti di revamping degli impianti già esistenti.

Tutto ruota attorno a due commi del regolamento sugli aiuti di Stato, i 6 e 7 dell’articolo 47. Una questione solo in apparenza cavillosa, ma dalla quale in realtà potrebbero dipendere le sorti dell’intera operazione PNRR. Almeno nella parte dedicata alle imprese private. Per capire perché dobbiamo partire dal testo originale. “I due commi – spiega Sicilia – parlano genericamente di progetti che devono andare ‘al di là dello stato dell’arte’ del ‘processo tradizionale’. Nei bandi del MiTE però non c’è una definizione precisa delle due espressioni. Già questo rappresenta un problema in fase di stesura del progetto, visto che il contributo massimo ammissibile a finanziamento è il 35% calcolato sulla differenza di costo tra il processo tradizionale e il processo oggetto della proposta da presentare”. L’assenza di parametri specifici, dice insomma Unirima, non permette di individuare con precisione né cosa sia un processo tradizionale né tantomeno le condizioni in presenza delle quali si possa ritenere superato.

Ma il vero problema è che a fronte della genericità dei due commi del GBER, dalle faq e dai webinar organizzati per conto del MiTE sembrerebbe invece emergere una lettura estremamente restrittiva che stabilisce come condizione di ammissibilità al finanziamento il superamento del tradizionale processo di riciclo per il tramite di proposte progettuali che siano espressione di innovazione tecnologica. Una sorta di ‘gold plating’ che escluderebbe di fatto gli interventi che puntino a migliorare l’efficienza delle lavorazioni pur restando nella cornice del processo tradizionale. “Le imprese non fanno ricerca industriale -dice Sicilia – ma vanno sul mercato e comprano le migliori macchine esistenti per incrementare l’efficienza produttiva. E, a nostro avviso, il miglioramento dell’efficienza produttiva non è in contrasto con l’articolo 47 del GBER, mentre l’interpretazione che sta emergendo, con il riferimento all’innovazione tecnologica e al superamento del processo tradizionale rischia di vanificare l’erogabilità dei fondi“.

Con potenziali ripercussioni anche sul fronte della competitività sul mercato europeo, visto che Paesi come Francia e Inghilterra non sembrano essere stati così rigidi nella lettura dei due commi dell’articolo 47. “Nelle loro traduzioni si parla dell’innovazione come di un’attività che consenta un’attività di riciclo ‘migliore o più efficiente’ – sottolinea Sicilia – quindi i colleghi francesi e inglesi possono accedere ai finanziamenti pubblici presentando progetti che puntino non al superamento ma al miglioramento dell’efficienza del processo stesso. Che del resto – aggiunge – è esattamente quello che abbiamo letto nei bandi inizialmente pubblicati dal MiTE, nei quali si parla di ‘tecnologia che sia coerente con quella già adottata e consolidata nel settore di riferimento’, ma anche di ‘elevata produzione’, di ‘incremento di utilizzo della materia prima seconda’. Tutti obiettivi che un’impresa può raggiungere intervenendo sul processo tradizionale rendendolo più efficiente”.

L’interpretazione del Ministero, insomma, potrebbe aver posizionato l’asticella talmente in alto da rendere di fatto impossibile per le imprese saltarla. Sembrano confermarlo i numeri rivelati nei giorni scorsi da Ricicla.tv, stando ai quali delle 548 domande per l’accesso ai fondi del PNRR fin qui elaborate da Invitalia, 426 riguardano la linea d’investimento da 1,5 miliardi di euro dedicata a comuni, enti d’ambito e gestori del servizio pubblico mentre sono solo 122 quelle presentate per l’accesso alla linea d’investimento da 600 milioni di euro destinata agli operatori privati delle cosiddette ‘filiere flagship’ dell’economia circolare. Nello specifico, sarebbero solo 22 i progetti presentati nell’ambito della linea d’intervento dedicata a carta e cartone.

Numeri che, dice Sicilia, “confermano quelli rilevati dal nostro osservatorio”, oltre a rimarcare “la differenza sostanziale tra la linea d’investimento dedicata ai comuni e quella destinata alle imprese”. E se è vero, come ribadito dal Ministero della Transizione Ecologica, che il numero contenuto potrebbe derivare dal fatto “che si tratta di progetti caratterizzati da un discreto grado di complessità e innovazione industriale“, è altrettanto vero che proprio in un webinar il direttore generale per gli investimenti verdi del MiTE Laura D’Aprile aveva rivelato come molte imprese fossero tuttora in attesa di chiarimenti “rispetto alle soglie finanziabili in rapporto alla regolazione comunitaria sugli aiuti di Stato“. Ecco perché Unirima chiede di posticipare il termine ultimo per la presentazione delle domande. “Usciamo da un periodo difficile, segnato dalla diffusione della variante omicron – dice Sicilia – un differimento dei termini servirebbe non solo a chiarire l’applicazione dell’articolo 47 ma anche a concedere un po’ di tempo in più alle imprese che in questa fase hanno avuto maggiori difficoltà con la presentazione dei progetti”.

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