Sblocca Italia: quanto è fondata l’opposizione delle Regioni?


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Almeno il 65% entro il 31 dicembre 2012. Era questo il target fissato oltre 10 anni fa dal Testo Unico Ambientale, la famosa legge 152 del 2006, per la raccolta differenziata nei singoli comuni. Un obiettivo ancora solo parzialmente raggiunto dalle amministrazioni locali, ancora meno su scala regionale; ma non è per agire su questi ritardi che all’inizio del mese la Presidenza del Consiglio ha individuato la mappatura per riequilibrare le capacità di incenerimento dei rifiuti sul territorio nazionale.

Il discusso decreto attuativo dello Sblocca Italia – legge a sua volta approvata, vale la pena ricordarlo, ben due anni fa dal Parlamento, mentre le misure sono passate fino allo scorso febbraio attraverso la trafila della conferenza Stato-Regioni – è un combinato di natura programmatica, e lascia alle amministrazioni locali il compito di pianificarne l’adozione (e quindi anche la localizzazione degli impianti) tramite il Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti. Senza contare che le stesse Regioni hanno l’opportunità, al 30 giugno di ogni anno, di sottoporre al Ministero una revisione del fabbisogno calcolato.

Ne consegue che rispetto alla pianificazione del Ministero restano due opzioni: o recepirla, o confutarla. Ed è qui che sembra cascare la maggior parte delle opposizioni. Dal Lazio all’Abruzzo fino alla Campania, quasi nessuna delle Regioni su cui insisterà la realizzazione di uno o più degli 8 nuovi termovalorizzatori pare disposta a cedere. Proprio la Campania sembra essere tra le oppositrici più feroci, e lo ha dimostrato sin dai tavoli della Stato-Regioni, ma poggia la propria opposizione al combinato governativo sull’ostentazione dei miglioramenti ottenuti in termini di raccolta differenziata negli ultimi anni [ad oggi è salita al 49,13%, la più virtuosa del Mezzogiorno] e che puntano al 65% entro il 2020. Cioè otto anni dopo quanto disposto dal Testo Unico Ambientale.

Il decreto, invece, giacché non si configura come intervento emergenziale, ma strutturale, parte dal presupposto che la legge venga rispettata e quindi, come si legge dalla Gazzetta Ufficiale, individua il «fabbisogno di incenerimento nazionale dei rifiuti urbani e assimilati, sull’ipotesi di raggiungimento dell’obiettivo minimo di raccolta differenziata […] pari al 65 per cento in tutte le regioni».

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E in più tiene conto del fatto che «l’individuazione di un fabbisogno basato su percentuali di raccolta differenziata minori rispetto al 65 per cento e senza tener conto degli obiettivi di ulteriore riduzione di rifiuti urbani e assimilati, determinerebbe una capacita’ impiantistica sovradimensionata rispetto alle esigenze nazionali».

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In altre parole – come ribadito in più di un’occasione dal Ministero – la pianificazione tiene già conto di una differenziata al 65% e nelle sue premesse considera anche l’impatto delle politiche di riduzione rifiuti che tutte le amministrazioni dovrebbero avere quanto meno in agenda onde evitare una capacità sovradimenzionata rispetto al fabbisogno. A questo punto l’opposizione delle Regioni può basarsi soltanto su una contestazione dei numeri messa nero su bianco sul PRGR ed in grado di convincere i tecnici di via Cristoforo Colombo.

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