Carta, Unirima: “Sistema italiano non autosufficiente”


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Eccessiva assimilazione dei rifiuti speciali ai rifiuti urbani, necessità di trovare nuovi sbocchi di mercato dopo la stretta della Cina all’importazione di carta da macero, difficoltà di smaltimento degli scarti di lavorazione. Questi alcune delle criticità emerse nel corso dell’audizione in Commissione ambiente alla Camera di Giuliano Tarallo, presidente di Unirima (Unione nazionale imprese recupero e riciclo maceri), nell’ambito dell’indagine conoscitiva sui rapporti convenzionali tra il Consorzio nazionale imballaggi (Conai) e l’Anci. Un rapporto che, secondo Unirima, dev’essere improntato al principio della sussidiarietà, come accade proprio nel caso della carta.

“A causa della crisi mondiale dell’economia a cui stiamo assistendo i valori del macero sono molto bassi per cui è uno di quei momenti in cui il consorzio di filiera è più presente in modo sussidiario” – ha spiegato Tarallo, secondo cui “il sistema sta amministrando una grossa percentuale di materiali raccolti dai comuni, o comunque riconducibili ai rifiuti urbani o assimilabili, che rappresenta circa in questo momento il 30%”. Meno di un terzo cioè del mercato complessivo. “Ovviamente il nostro interesse è che il consorzio di filiera sia effettivamente sussidiario”, ovvero che “i comuni possano accedere al mercato e quindi trovare sul mercato le risorse per sostenere le raccolte differenziate; l’assimilazione sia il minimo indispensabile per cui i produttori di rifiuti speciali accedano al mercato e trovino nel mercato le risorse per gestire le loro tipologie di materiale”.

Proprio l’assimilazione, secondo Tarallo, è uno dei fenomeni che pesano di più sulla vita delle imprese di filiera. “Dal 1984 in Italia esiste una circolare interministeriale che ha creato il concetto di rifiuto speciale assimilabile agli urbani – ha detto Tarallo – e a fasi alterne abbiamo assistito a momenti in cui i soggetti pubblici hanno spinto per far assimilare i rifiuti speciali rifiuti urbani e dei momenti in cui questa spinta si è un po’ arginata”. Secondo il presidente di Unirima, oggi l’eccessiva assimilazione si traduce in “costi di cui si deve fare carico la collettività” ma soprattutto nella fuoriuscita di materiali dal mercato. “Per noi questo è un problema perché non abbiamo più accesso a una parte di questi materiali e quindi si riduce il perimetro della nostra della nostra attività”, ha detto Tarallo, ricordando poi come l’accordo Anci-Conai, nella parte tecnica relativa alla carta, preveda proprio dei meccanismi capaci di limitare l’assimilazione.

Altro capitolo, quello della collocazione sul mercato del macero che una volta veniva spedito in Cina e che, dopo la stretta di Pechino sull’import di scarti in vigore dal 2018, fatica a trovare collocazione. Ogni anno in media infatti, su 7 milioni di tonnellate di rifiuti in carta e cartone raccolti e lavorati per essere trasformati in maceri da riciclare, solo 5 trovano collocazione sul mercato nazionale mentre 2 devono essere piazzati su mercati esteri. E se per anni la Cina ha rappresentato la principale valvola di sfogo per questo tipo di materiali, dallo scorso anno i severi limiti imposti sulla qualità hanno reso quasi impossibile accedere al mercato del Dragone. “Parliamo di un sistema che dal punto di vista dell’economia circolare non è autosufficiente – ha dichiarato Tarallo – noi siamo produttori di fibre in eccesso rispetto a quelle che il nostro sistema industriale riesce effettivamente riutilizzare. Abbiamo bisogno di accedere a dei mercati stranieri dove esistono sistemi industriali che sono in grado di utilizzare queste fibre”.

Le difficoltà di collocazione non riguardano però solo i materiali ririclabili, ma anche gli scarti di processo. Secondo Tarallo, “bisognerebbe cercare in qualche modo di agevolare e di semplificare lo smaltimento di questi scarti da parte del nostro ciclo, quello della carta”. La generalizzata crisi dello smaltimento in Italia, con il progressivo esaurimento di spazi in discariche e inceneritori, mette infatti a dura prova anche le filiere del riciclo. Compresa quella della carta, che da anni chiede di agevolare l’avvio a recupero energetico dei propri scarti. “Dal nostro punto di vista – ha detto – gli scarti di produzione del nostro ciclo devono essere considerati in un modo diverso”. Questo perchè, ha spiegato, la carta riciclata “sequestra” anidride carbonica dall’atmosfera, contribuendo alla riduzione delle emissioni di Co2. Un meccanismo profondamente diverso, per esempio, da quello per la produzione della plastica, basato invece sull’estrazione di carbonio dalle riserve fossili. Come diversi sono gli effetti che derivano dall’avvio a recupero energetico degli scarti delle due filiere. “Se brucio una tonnellata di plastica sto mettendo nell’ambiente una tonnellata di carbonio che prima non c’era, e che è stato tirato fuori da qualche giacimento fossile – ha detto – se invece brucio una tonnellata di carta che non è più utilizzabile sto rimettendo nell’ambiente l’anidride carbonica precedentemente sequestrata”.

 

 

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