Centrali a carbone? Meglio a CSS, “ma serve una rivoluzione culturale”

Il combustibile da rifiuto di alta qualità può generare fino al 90% del potere calorico del carbon fossile utilizzato per produrre energia elettrica. Le imprese sono già pronte a sostituirne un milione di tonnellate. Ma il mercato è fermo, e il CSS prodotto in Italia oggi lo vendiamo ai cementifici esteri. Che risparmiano e fanno concorrenza alle nostre imprese

In un’Italia che non è mai apparsa tanto povera di risorse energetiche, né tanto in affanno nel tentativo di tenere a bada l’instabilità degli approvvigionamenti, c’è un giacimento che se sfruttato meglio potrebbe dare un piccolo ma significativo contributo ad allentare il cappio russo stretto attorno al collo del nostro sistema energetico. È il CSS, il combustibile prodotto dal trattamento delle frazioni residue dei rifiuti urbani, che ai sensi della legge italiana oltre a essere avviato agli impianti di incenerimento può essere utilizzato in co-combustione, ovvero in parziale sostituzione del carbon fossile nelle centrali termoelettriche o del petcoke nei cementifici, a patto che in entrambi i casi gli impianti siano opportunamente autorizzati. “Carbone e petcoke vengono sostituiti con un prodotto a matrice essenzialmente plastica – spiega Giuseppe Dalena, presidente di AIREC – che per contenuto energetico e di carbonio si avvicina molto alla composizione del combustibile tradizionale”. Tanto che con il proprio potere calorico una tonnellata di CSS di elevata qualità, come il CSS-C o ‘end of waste’, disciplinato dal 2013 da un apposito decreto ministeriale, (il dm 22/2013, meglio conosciuto come ‘decreto Clini’) “riesce oggi a sostituire al 90% una tonnellata di carbone”. A un costo di gran lunga inferiore rispetto ai 400 euro che oggi servono per importala dall’estero. “Considerando la capacità produttiva già autorizzata delle nostre imprese – dice Dalena – potremmo sostituire almeno un milione di tonnellate di carbone con CSS di alta qualità”. Il problema, spiega però, è che “per sostituirlo bisogna produrlo”. E per produrlo occorre che ci sia una domanda di mercato. Che invece in Italia manca quasi del tutto. E così anche se “oggi le imprese italiane sono prime in Europa per tecnologie e competenze – dice Dalena – il nostro Paese resta fanalino di coda per recupero energetico del CSS in sostituzione di combustibili fossili”.

I numeri confermano che il mercato del CSS in co-combustione stenta a decollare. A poco è valso il decreto ‘end of waste’ approvato nel 2013 per agevolare l’utilizzo del combustibile da rifiuti nella sua versione più nobile, quella di CSS-C. Secondo Ispra, nel 2020 sono state prodotte 1,4 milioni di tonnellate di CSS, ma “moltissimo viene avviato a termovalorizzazione piuttosto che alla sostituzione energetica” spiega Dalena. Vista la scarsa domanda di CSS di elevata qualità, quasi tutto il CSS prodotto in Italia si colloca infatti nelle fasce meno raffinate, che hanno come destinazione quasi esclusiva gli impianti di incenerimento. Tanto che solo 265mila tonnellate sono state utilizzate in coincenerimento al posto di combustibili tradizionali e quasi esclusivamente nei cementifici. Sul fronte della produzione di energia, negli ultimi anni solo la centrale elettrica di Fusina, a Venezia, ha utilizzato CSS al posto del carbone. “Una bella esperienza – dice il presidente di AIREC – resa possibile anche grazie alla lungimiranza di Enel e della Regione Veneto”. Peccato che sia terminata proprio nel 2020 con l’avvio dei lavori di riconversione a metano dei cinque gruppi dell’impianto. Da allora nessuna centrale termoelettrica ha più utilizzato CSS al posto del carbone. La domanda nazionale di combustibile di qualità da avviare a coincenerimento resta talmente bassa che le imprese che lo producono sono costrette a guardare al mercato europeo. Nel 2020 oltre 116mila tonnellate sono finite dalla Germania a Cipro, dal Portogallo all’Austria, passando per Ungheria, Slovenia, Bosnia, Slovacchia e Bulgaria. Molti i cementifici, soprattutto nei Paesi di confine, che si alimentano del ‘buon’ CSS italiano acquistato a prezzi estremamente competitivi. “Produciamo CSS che inviamo ai gruppi cementieri esteri – spiega Dalena – che poi producono cemento in regime di concorrenza con le imprese italiane”. Praticando prezzi più vantaggiosi anche grazie ai risparmi garantiti dalle minori quantità di petcoke acquistate. “È paradossale”, commenta il presidente di AIREC.

Al CSS esportato andrebbero sommate le oltre 180mila tonnellate di scarti generati dal trattamento meccanico dei rifiuti urbani spediti a caro prezzo all’estero proprio per essere trasformati in combustibile o inceneriti. Ma al bacino di rifiuti potenzialmente convertibili in CSS vanno aggiunti anche i circa 6 milioni di tonnellate, pari al 20% del totale degli urbani prodotti, che nel 2020 sono finiti in discarica da Nord a Sud della Penisola. Rilanciare la domanda nazionale di CSS aumentando la sostituzione in cementifici e centrali elettriche significherebbe quindi non solo ridurre il ricorso a costose spedizioni all’estero, ma anche sottrarre rifiuti alla discarica, in linea con l’obiettivo del 10% massimo fissato dall’Ue al 2035. E, quel che più conta, senza costruire nuovi inceneritori. Insomma, da un lato meno esportazioni di rifiuti e meno smaltimento in discarica (con annesso taglio della CO2 in atmosfera). Dall’altro meno importazioni di combustibili fossili e quindi minore dipendenza dalle forniture estere. Sembra una soluzione chiavi in mano a molti dei problemi che tormentano il Paese. Ma allora perché l’utilizzo del CSS in co-combustione procede da anni col freno tirato? “Non c’è nessun ostacolo tecnologico – sostiene il presidente di AIREC – piuttosto un’emergenza culturale. Poi ci metta la burocrazia, i populismi, un po’ di sale, qualche goccia di demagogia, mischi tutto e vede cosa succede. Se si vuole aumentare il livello di sostituzione energetica del CSS bisogna in primo luogo aumentare il livello della discussione su basi scientifiche”.

Oggi che i morsi della crisi energetica, resi ancor più devastanti dal tragico conflitto che si sta consumando nel cuore dell’Europa, stanno costringendo l’Italia a rivedere le proprie strategie di produzione e consumo, riaprire il dibattito sul CSS potrebbe essere indispensabile. Tanto più se, nel tentativo di far fronte alla volatilità delle forniture di gas naturale dalla Russia, il governo dovesse scegliere, come ipotizzato nei giorni scorsi dal premier Mario Draghi, di spostare temporaneamente una quota del nostro mix energetico dal gas al carbone. Dei 6 milioni di tonnellate di carbone da vapore importati nel 2021 per alimentare le sette centrali attive sul territorio nazionale, infatti, 5 li abbiamo acquistati proprio dalla Russia. Ciò significa che per liberarsi dal ricatto delle forniture di Mosca, il governo sarà costretto a sondare altri canali di approvvigionamento. Oltre a bussare alla porta dei grandi paesi esportatori come Stati Uniti, Colombia o Australia, faremmo bene a scavare meglio anche nelle ‘miniere urbane’ dei nostri cassonetti. Perché con il loro CSS le imprese sono pronte a sostituire un milione di tonnellate di carbone e anche perché, burocrazia e ‘nimby’ permettendo, passare al coincenerimento nelle centrali termoelettriche potrebbe non richiedere tempi troppo lunghi. “Il CSS di alta qualità – spiega Dalena – è molto simile anche sul piano fisico-chimico al polverino di carbon fossile che viene insufflato nelle centrali. O al polverino di petcoke utilizzato nelle cementerie. Quindi in entrambi i casi un eventuale adeguamento tecnologico richiederebbe davvero poco tempo”. Possibili candidati? “Di gruppi cementieri ne abbiamo diversi e già strutturati. Sul fronte termoelettrico, da quello che mi risulta – aggiunge – in Italia ci sono almeno tre centrali che potrebbero partire a breve, due sul continente e una in una delle regioni insulari. Basta solo avere il coraggio di fare qualcosa di buono per la nostra economia”.

E se il coincenerimento nella produzione di energia elettrica resta un terreno relativamente inesplorato, più incoraggianti appaiono le prospettive nel settore del cemento, che nel 2020 ha sostituito al petcoke utilizzato nel ciclo di produzione del clinker circa 256mila tonnellate di CSS, sia rifiuto che ‘end of waste’, mentre quote residuali sono state sostituite da fanghi da depurazione, plastiche e pneumatici. L’obiettivo, dichiara Federbeton, è passare dall’attuale tasso di sostituzione del 20%, molto al di sotto della media europea del 50%, al 47% entro il 2030 e all’80% entro la metà del secolo. Con un risparmio in termini di CO2 emessa stimato in 2,4 milioni di tonnellate. Da sommare ai benefici economici legati alle minori importazioni di petcoke, che pure viene tutto dall’estero: poco meno di un milione le tonnellate acquistate nel 2021 dall’Italia, soprattutto dagli Stati Uniti. Senza dimenticare che in quanto derivato del petrolio anche il petcoke è soggetto ai forti rialzi di questi mesi, con il prezzo di mercato cresciuto di oltre il 300% rispetto al 2020 e oggi intorno ai 200 euro la tonnellata.

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