Economia circolare e recupero dei rifiuti, i grandi assenti alla COP26

Raddoppiando il tasso di utilizzo di materiali da riciclo nelle nuove produzioni si potrebbero tagliare di 23 miliardi di tonnellate le emissioni di CO2 in atmosfera, ma la COP26 sembra dimenticarsene. L’economia circolare è la grande assente al vertice di Glasgow

Due milioni di tonnellate in meno allungando di un anno la vita di ogni smartphone in Europa. Un taglio del 38% producendo acciaio da rottame di ferro invece che da minerale e carbone. Fino al 90% in meno sostituendo biometano al diesel in autotrazione. L’economia circolare e il recupero dei rifiuti possono contribuire in maniera determinante al taglio delle emissioni di CO2 in atmosfera, ma in un dibattito quasi interamente catalizzato dal tema della decarbonizzazione dei sistemi energetici, sono loro i grandi assenti alla COP26 di Glasgow. Nessuna menzione nel ‘patto sul clima’ sottoscritto da 197 Paesi al termine del vertice, solo una serie di sparuti riferimenti, per lo più indiretti, in alcuni degli accordi siglati nell’arco delle due settimane. Come nel ‘Global Methane Pledge’, il patto lanciato da USA e Unione europea sul taglio delle emissioni di metano, uno dei gas con il maggior potere climalterante, che impegna i 103 Paesi sottoscrittori a una riduzione di almeno il 30% entro il 2030 con l’obiettivo di garantire il contenimento del riscaldamento globale di 0,2 gradi al 2050. Obiettivo che passa anche per una migliore gestione dei rifiuti, visto che tra le fonti principali di metano, si legge nell’accordo, oltre ai settori oil and gas, a quello del carbone e all’agricoltura ci sono proprio le discariche e le emissioni generate dalla decomposizione di frazioni organiche che invece, se opportunamente raccolte e recuperate, possono essere trasformate in fertilizzante e biometano. Combustibile, quest’ultimo, che utilizzato in autotrazione al posto del diesel garantisce fino al 90% di emissioni di CO2 in meno.

Il riferimento contenuto nel ‘Global Methane Pledge’, per quanto prezioso, non basta da solo a rendere giustizia al contributo dell’economia circolare (che non è solo corretta gestione dei rifiuti) alla lotta alle emissioni in atmosfera. Contributo che il vertice di Glasgow sembra ignorare, a differenza di quanto accaduto sole poche settimane fa al G20 quando, anche grazie al lavoro di mediazione condotto dalla presidenza italiana, nel documento finale siglato a Roma i leader mondiali si erano impegnati a rafforzare gli sforzi “verso il raggiungimento di modelli di consumo e produzione sostenibili e la gestione e la riduzione delle emissioni, anche adottando approcci di economia circolare”. Che la strada verso la neutralità climatica passi anche attraverso modelli di ‘circular economy’ lo sa bene invece la Commissione europea, che nel 2020 ha lanciato il nuovo Piano d’azione sull’economia circolare come parte integrante del Green Deal, la road-map verso il target zero emissioni nette di CO2 in atmosfera al 2050. “La metà delle emissioni climalteranti generate in Ue – spiegava la Commissione – viene dall’estrazione e dal riprocessamento delle risorse naturali. Sarà impossibile raggiungere il target ‘net zero’ al 2050 senza una piena transizione verso l’economia circolare”.

Del resto, non si contano le ricerche che sottolineano quanto una gestione più efficiente delle risorse, accompagnata dalla progettazione ecosostenibile di beni e servizi e dal recupero di materia dai rifiuti possa contribuire alla riduzione della CO2 in atmosfera. Secondo l’UNEP, agenzia ambientale delle Nazioni Unite, la produzione di acciaio con il riciclo del rottame di ferro consente ad esempio fino al 38% di riduzione delle emissioni di gas serra rispetto alla produzione di acciaio primario ottenuto con minerale di ferro e carbone. L’italiana ENEA invece ha stimato che il riciclo dell’alluminio riduca le emissioni di gas serra fino all’80% rispetto alla produzione con l’uso di materie prime vergini. E anche il riciclo della plastica, a differenza della produzione primaria a partire da derivati di petrolio, garantisce fino al 90% di emissioni climalteranti in meno.

Senza dimenticare che applicare il paradigma dell’economia circolare ai nostri modelli di produzione e consumo significa non solo riciclare di più ma anche progettare meglio, puntando da un lato a ridurre il consumo di risorse naturali e dall’altro ad allungare la vita utile dei prodotti. Secondo la Commissione europea, ad esempio, l’aumento di un anno della vita utile degli smartphone circolanti nell’Ue permetterebbe di risparmiare 2,1 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. L’Agenzia Europea per l’Ambiente, invece, facendo riferimento al settore delle costruzioni stima una possibile riduzione delle emissioni di CO2 degli edifici fino al 61% entro il 2050 attraverso l’estensione della vita dell’edificio, l’utilizzo di tipologie di cemento innovative, la demolizione selettiva e il recupero dei rifiuti. Quanto alla riduzione dello sfruttamento di risorse naturali, complessivamente, secondo l’ultimo Circularity Gap Report, raddoppiare l’attuale tasso globale di circolarità, ovvero la percentuale di risorse materiali provenienti dal riciclo sul totale delle risorse utilizzate, dall’8,6% al 17% significherebbe ridurre i consumi di materiali dalle attuali 100 Gigatonnellate a 79, tagliando le emissioni globali di gas serra del 39%, cioè di 22,8 GtCO2eq. all’anno. Un contributo decisivo, dice il Report, per mantenere il pianeta sulla traiettoria di aumento medio della temperatura al di sotto di 2°C. Toccherà aspettare la COP27, si spera, perché il dossier sull’economia circolare finisca finalmente sul tavolo del dibattito globale sulla lotta ai cambiamenti climatici.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *