Fortini alla Ecomafie: «A Roma non esiste un ciclo dei rifiuti»


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«Primo: il ciclo integrato dei rifiuti urbani di Roma Capitale non c’è, non esiste. Secondo: Ama ha attraversato turbolenze gravi, ha tentato di rialzarsi ma è claudicante e con forti rischi di “inquinamento” esterno. Terzo: questa amministrazione comunale è esposta a forti rischi di condizionamento da parte di soggetti terzi». Così Daniele Fortini, dimissionario ad di Ama, apre la sua audizione fiume in Commissione bicamerale ecomafie sul caos spazzatura a Roma. Da Palazzo San Macuto, nel corso di un colloquio durato quattro ore, il manager toscano scocca le ultime frecce prima dell’addio definitivo alla municipalizzata capitolina dei rifiuti che ha guidato, quasi sempre nella tempesta, negli ultimi due anni.

Tante le frecce, solo tre i bersagli: il ciclo rifiuti, Ama, il Campidoglio. Nella figura dell’assessore all’Ambiente Paola Muraro. Parte dal nodo impianti, Fortini, da quei Tmb diventati pomo della discordia nello scontro al veleno con l’assessore Muraro e sui quali sta indagando la Procura di Roma. «La presenza dei Tmb condiziona il ciclo regionale perché quegli impianti producono rifiuti da smaltire e non sottoprodotti o materie prime seconde. Questo obbliga la Regione a dotarsi di discariche ed inceneritori. Come quello di Colleferro, un rottame, vecchio e gestito addirittura da due società, una per ogni linea di incenerimento». L’alternativa per Fortini è «sostituire i Tmb con impianti per valorizzare i rifiuti differenziati e con apparecchiature moderne capaci di recuperare materie reimpiegabili dall’indifferenziato. Per costruire un impianto da 100mila tonnellate annue di rifiuti indifferenziati con tecniche moderne occorrono 35 milioni di euro. Incenerirli costerebbe 3 volte di più», ha detto Fortini che è poi tornato a difendere il progetto dell’ecodistretto di Rocca Cencia, che prevedeva l’apertura nell’area dell’attuale Tmb di linee di lavorazione dei materiali differenziati e la costruzione di un impianto di trattamento dell’organico da 50mila tonnellate annue. Il progetto, al momento, è fermo ed è probabile che muoia con l’addio di Fortini ad Ama.

Quanto all’azienda municipale, Fortini – che ne ha prese le redini pochi mesi prima dello scoppio del bubbone Mafia Capitale – ha denunciato «pericoli di inquinamento e condizionamento. Quando affermiamo che l’azienda può essere infiltrata da fenomeni criminali – ha detto – non è propaganda» e ha citato il caso di un’azienda, la Pmr, che sulla base di un affidamento diretto ha operato dal 2010 al 2015 alla movimentazione dei rifiuti nelle vasche di raccolta del Tmb di Rocca Cencia, fino a quando un’indagine della Procura non ne ha portato a galla i legami con un potente clan di ‘ndrangheta. Quaranta gli arrestati, ma nel frattempo, ha spiegato Fortini, all’impresa erano andati 900mila euro all’anno. Ma sull’emergenza in corso Fortini non ha dubbi: «non è ascrivibile ad Ama – ha detto – ma a chi doveva prendere le decisioni e realizzare gli impianti».

E sul rapporto con Manlio Cerroni, monopolista dei rifiuti, “re” della discarica di Malagrotta e proprietario di due dei quattro Tmb al servizio della Capitale chiarisce: «dire che incautamente Ama ha favorito l’ascesa di Manlio Cerroni non è corretto. Cerroni non ce l’ha fatto diventare Ama il re indiscusso dei rifiuti, non questa Ama che io ho gestito». Tant’è vero che c’è proprio il “niet” di Fortini dietro l’interruzione dei conferimenti di rifiuto indifferenziato al tritovagliatore di Rocca Cencia di proprietà del “Supremo”. Lo stesso impianto al quale adesso l’assessore Muraro e la sindaca Virginia Raggi guardano nella speranza di poter tirare via dalle strade di Roma un po’ di sacchetti maleodoranti. «Il tritovagliatore di Rocca Cencia è stato un imbroglio e io nel settembre del 2014 ho comunicato a Colari “io questi soldi non ve li do”» ha detto Fortini, riferendosi alle tariffe di conferimento che venivano fissate direttamente dall’azienda di Cerroni senza gara. «Quell’impianto è un impianto che non doveva stare lì – ha spiegato – l’ordinanza della Polverini diceva a Cerroni di attivare i tritovagliatori dentro Malagrotta. Ma con artifici il tritovagliatore è stato costruito a Rocca Cencia, perchè se fosse stato fatto a Malagrotta avrebbe dovuto accettare la tariffa imposta dalla Regione».

Ad ogni modo, dall’Ama, giovedì, Daniele Fortini si dimetterà – «inderogabilmente» ha specificato – lasciando l’azienda e Roma sul baratro di quella che si annuncia come una delle peggiori emergenze rifiuti nella storia recente della città eterna. Propiziata dalle debolezze di un ciclo che non è un ciclo, basato com’è su pochi inefficienti impianti di trattamento intermedio e vulnerabile al punto da poter indurre chiunque a «determinare una crisi con una pala meccanica o manomettendo un quadro elettrico». Ma declina ogni responsabilità, Fortini. Perché il rischio che le cose potessero prendere una brutta piega lui l’aveva già denunciato. Più volte. Quattordici volte, per la precisione, con quattordici dossier finiti tutti nelle mani dei magistrati della Procura di Roma. E non invano, perché è anche sulla base di quelle denunce che il Pm Alberto Galanti, esperto in reati ambientali, ha aperto la maxi inchiesta sulle presunte irregolarità nella gestione degli impianti di trattamento meccanico-biologico. Inchiesta che, dopo Mafia Capitale e Parentopoli, potrebbe tornare a scuotere dalle fondamenta i palazzi del potere romano. Travolgendo Ama, certo, ma anche il Campidoglio. Perché si fanno sempre più insistenti le voci di una imminente iscrizione nel registro degli indagati dell’assessore all’Ambiente Paola Muraro. Voci che Fortini non smentisce, aggiungendo anzi nuovi, inquietanti elementi.

«La dottoressa Muraro aveva un ruolo centrale nell’azienda, è stata influente. Per dodici anni è stata responsabile della validazione della qualità dei rifiuti in ingresso e in uscita dai Tmb, non una semplice consulente incaricata di verificare le Aia». A questo punto Fortini cita un episodio del 2010 – al vertice di Ama c’era Franco Panzironi – relativo alla procedura di assunzione diretta di cinque capi impianto, lasciando intendere che dietro una delle assunzioni, a favore di un soggetto indagato per traffico di rifiuti, truffa ai danni dello Stato e falso ideologico, ci sarebbero state proprio pressioni della Muraro. Soggetto che, secondo Fortini, la Muraro avrebbe conosciuto all’epoca della sua consulenza per Impregilo relativa alla costruzione degli impianti di tritovagliatura in Campania, ed al quale sarebbe «legata da consolidata amicizia». L’ultima freccia, prima dell’addio.

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