Riciclo: dall’economia circolare 200mila nuovi posti di lavoro


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«Dentro un ring o fuori, non c’è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra». È parafrasando la leggenda del pugilato da poco scomparsa, Mohammed Alì, che il direttore generale di Legambiente Stefano Ciafani ha aperto oggi il terzo Forum nazionale sui rifiuti, la tre giorni ospitata dalla Casa del Cinema a Roma e promossa dalla prima associazione ambientalista italiana in collaborazione con La Nuova Ecologia e Kyoto Club ed in partnerariato con il Coou, il Consorzio obbligatorio degli oli usati. Citando il campione della boxe, Ciafani ha ricordato come, sul fronte dei rifiuti, l’Italia si sia ormai lasciata alle spalle la stagione delle emergenze e si sia rialzata, entrando di diritto nel novero dei Paesi comunitari più virtuosi per aver messo in campo tutte le proprie eccellenze e dato nuova linfa all’economia circolare. Protagoniste del cambiamento le imprese, sempre più capaci di investire sull’uso efficiente delle risorse e di mettere a profitto le proprie attività tanto sotto il profilo economico ed occupazionale quanto sotto quello ambientale.

È Rossella Muroni, presidente di Legambiente, a snocciolare le cifre di questo successo. «Secondo una stima prudenziale – dice – sarebbero 199mila i posti di lavoro creati in Italia grazie al superamento del modello produttivo precedente l’economia circolare». Ma nel Bel Paese c’è ancora tanto da fare. Specie per il settore agricolo, che conta 9 milioni di tonnellate annue di rifiuti all’attivo, e 20 milioni di tonnellate di residui agricoli che potrebbero nutrire la filiera del compostaggio, della bioraffinazione e della digestione anaerobica. Senza dimenticare che se l’attuale legislazione sui rifiuti fosse scrupolosamente applicata, in tutta Europa si potrebbe assistere ad un incremento entro il 2030 di 400mila posti di lavoro, mentre per l’ong britannica Wrap sarebbero addirittura 3milioni tra diretti e indotti. Oggi, le imprese del manifatturiero destinano circa il 40% dei loro investimenti all’acquisizione di materia prima, rispetto al 20% che invece spendono per forza lavoro. Se si riuscisse ad aumentare fino al 30% la produttività delle risorse, l’intera Europa che produce risparmierebbe fino a 600 miliardi di euro l’anno grazie a prevenzione, rigenerazione, riparazione e riciclaggio dei rifiuti.

Una posizione di risalto, nel panorama nostrano della corretta gestione dei rifiuti, è senza dubbio quella occupata dai consorzi. Come Conai, Cobat ed Ecopneus, che hanno singolarmente illustrato l’importante lavoro svolto nelle rispettive filiere, per aumentare le percentuali di recupero e contribuire a rendere circolare l’economia italiana. «Più di altre nazioni al mondo l‘Italia merita l’appellativo di leader in economia circolare grazie ai numeri che produciamo, i consorzi giocano un ruolo fondamentale in tal senso, facendo rete tra tutte le imprese di filiera e assicurando la raccolta e messa a dimora presso le aziende preposte al recupero, di materiali altamente inquinanti che rischierebbero di disperdersi con grave danno economico e ambientale» – spiega Giancarlo Morandi, presidente del Cobat. «La funzione universalistica e sussidiaria di Conai, ci ha permesso di raggiungere risultati più che lusinghieri nel 2015 – spiega Roberto De Santis, presidente Conai – il nostro Consorzio interviene laddove il mercato non è in grado di funzionare e colma un gap che ci impedirebbe di raggiungere standard d’eccellenza nell’ambito dell’economia circolare».

Nel corso delle prime sessioni del Forum, anche la presentazione di un progetto innovativo, “Think green”, iniziativa finalizzata a ridurre l’impatto ambientale. Una rete di imprese con sede a Bruxelles nata dalla volontà dell’imprenditore fiorentino Furio Fabri, presidente di Gorent spa, che ha collaborato con Eco Energia srl ed Eco Partecipazioni srl. «In Italia già 20 realtà industriali hanno aderito al progetto – spiega Fabri – che intendono promuovere una sinergia che favorisca lo scambio di competenze ed esperienze senza per questo perdere indipendenza economica e giuridica». Infine, la firma del protocollo d’intesa. Un patto per la legalità ambientale e fiscale nelle filiere dei pneumatici fuori uso. «Un’alleanza civile per l’economia circolare» secondo il ministro per l’Ambiente Gianluca Galletti, che ha visto Ecopneus, Associazione italiana ricostruttori pneumatici, Confartigianato imprese, Fedepneus e Legambiente sottoscrivere l’accordo. «Un osservatorio volontaristico per collaborare con le istituzioni e far si che le imprese che lavorano legalmente allo smaltimento e recupero degli pneumatici non siano sole in un processo produttivo così importante» come spiega Renzo Servadei, segretario generale di Federpneus. Un’iniziativa tesa ad arginare il fenomeno dello smaltimento illegale degli pneumatici che purtroppo danneggia tutte quelle imprese di filiera che invece insieme riescono a recuperare 250mila tonnellate l’anno e che sono stanche di pagare per chi invece smaltisce illegalmente arrecando grave danno all’erario e all’ambiente.

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