Illeciti e monopoli: il ciclo dei rifiuti nei lavori della “Ecomafie”


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«Il mercato del riciclo è un’attività assolutamente virtuosa, ma è anche un business, un guadagno, mentre prima era un costo. Quando c’è un business, allora si sviluppa anche un interesse della criminalità, non necessariamente di stampo mafioso». Con queste parole Alessandro Bratti, presidente della Commissione bicamerale d’Inchiesta sul ciclo dei rifiuti, ha voluto sintetizzare la comprensione e il ruolo che l’organo da lui presieduto hanno raggiunto del settore in questi anni, richiamando l’attenzione sulla necessità di vigilare e controllare sulle imprese del trattamento e del riciclo dei rifiuti, specie alla luce dei sempre più frequenti casi di incendio negli impianti sulla cui matrice resta da fare chiarezza. Una “nota a margine” che acquisisce tanto più valore dal contesto in cui è stata espressa, e cioè la relazione conclusasi nelle scorse ore presso la Sala della Regina, a Montecitorio, e dedicata all’attività svolta dalla Commissione tra il 9 settembre 2014 (poco più di 3 anni fa) e il 30 giugno 2017: un vero e proprio rendiconto del lavoro di una legislatura che di qui a pochi mesi volgerà al termine, anche se è la stessa relazione a specificare che fino ad allora c’è ancora del lavoro da fare dato che «sono ancora in corso di svolgimento numerose e significative inchieste, quali ad esempio quelle sul traffico transfrontaliero dei rifiuti o sui lavori di bonifica nei siti di interesse nazionale, che costituiranno oggetto di altrettante relazioni».

Ben 229 audizioni, 284 ore di seduta, 35 missioni con audizioni, 12 missioni per sopralluoghi, 7 missioni di studio all’estero, oltre ad acquisire 4.371 unità documentali e 15 convegni: numeri che dimostrano l’impegno a coniugare lavoro sul campo e sforzo di comunicazione, tutto nero su bianco in un documento di 84 pagine che illustra l’attività svolta aggiungendo la lista delle audizioni effettuate, dei sopralluoghi, delle relazioni tematiche e a carattere territoriale, delle iniziative intraprese, degli effetti delle inchieste su specifiche vicende. Ovviamente non è stato soltanto il ciclo dei rifiuti al centro delle indagini sugli illeciti ambientali da parte della Commissione: dal documento emerge come i principali filoni di inchiesta siano stati lo stato di avanzamento delle bonifiche nei Siti di interesse nazionale, il quadrilatero della chimica del Nord, il traffico transfrontaliero dei rifiuti, il decomissioning delle centrali e la gestione dei rifiuti radioattivi, il mercato del riciclo, lo stato di attuazione della legge sugli ecoreati, l’analisi territoriale del ciclo dei rifiuti (Sicilia, Liguria, Veneto, Lazio, Campania e Toscana). Tra gli esempi di effetti delle inchieste su alcune specifiche vicende, invece, la relazione ricorda, tra gli altri, la bonifica del Sito di interesse nazionale di Casale Monferrato e la rimozione dei rifiuti radioattivi dal deposito Cemerad di Statte.

«Credo che sulle questioni del ciclo dei rifiuti ci siano problemi soprattutto per quanto riguarda la gestione illecita dei rifiuti o quella apparentemente lecita. Il sistema di gestione attuale ha un’enorme situazione di criticità dovuta al sistematico mancato rispetto delle regole in materia di trasparenza, di Codice degli appalti, dovute dell’esistenza di monopoli di fatto». A puntare il dito sulla governance è stato il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, che ha specificato le proporzioni nazionali del problema della scarsa concorrenza nel settore: «il dato non riguarda solo una parte del Paese – ha precisato – il sistema dei rifiuti provoca criticità enormi, dalla Sicilia alla Lombardia».

 

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