Marine litter

Marine litter, l’insostenibile peso dei rifiuti spiaggiati

SOS Mare Nostrum, i nostri oceani sono in pericolo. A minacciare gli ecosistemi marini non solo la plastica, ma anche le drammatiche conseguenze del climate change

L’hanno chiamata Enea ed è solo una delle tante tartarughe messa in salvo dai volontari di Greenpeace e curata presso il Centro di recupero dell’Area marina protetta di Torre Guaceto, in Puglia. Tutto è bene quel che finisce bene, penserete, ma casi di salvataggio come questo sono purtroppo una rarità. Ancora troppi, infatti, gli esemplari marini costretti a combattere ogni giorno tra la vita e la morte per aver ingerito rifiuti, nella maggior parte dei casi in plastica, che scambiano per cibo. Inutile dirlo, SOS Mare Nostrum, perché quella che sta interessando i nostri mari e oceani è una vera e propria emergenza ambientale. Gli ecosistemi marini sono in affanno, soffocati giorno dopo giorno da tonnellate di rifiuti spiaggiati o che addirittura si inabissano nel profondo dei fondali. E anche Legambiente lancia l’allarme: “Se gli attuali trend d’inquinamento non verranno modificati, nel 2050 il peso della plastica presente nelle nostre acque supererà quello dei pesci”.

E così, anche bottiglie, contenitori, tappi, mozziconi di sigarette, mascherine chirurgiche e guanti in lattice trovano sulla spiaggia e in mare il proprio habitat naturale. E neanche il Mar Mediterraneo è al sicuro, bacino di scarti che generosamente, si fa per dire, restituisce poi alle coste. Ben 630 sacchi di rifiuti, circa 10 tonnellate in totale:  questi i numeri registrati da Legambiente nell’ambito della 28esima edizione di Clean Up The Med, iniziativa di volontariato del Mar Mediterraneo che ha coinvolto oltre 1500 volontari nelle attività di pulizia di 34 spiagge situate in prossimità dei centri urbani, più di 80 organizzazioni provenienti da 16 Paesi diversi. Più del 90% degli scarti rinvenuti è costituito da plastica: primi fra tutti, bottiglie, tappi e bicchieri. In oltre il 60% delle spiagge ripulite sono stati ritrovati guanti, mascherine, ma anche reti da pesca, cicche di sigarette, legno e vetro.

Al monitoraggio della campagna Clean Up the Med si aggiungono i dati di beach litter rilevati sulle spiagge mediterranee “da sogno”: Isole Baleari, Creta, Istria, Salento, Cirenaica, le mete più gettonate, soprattutto nel periodo estivo, che oltre a offrire paesaggi mozzafiato, riservano ai turisti ben 335 rifiuti ogni 100 metri di spiaggia, dei quali l’87% costituito da plastica.

A minacciare i nostri mari, purtroppo, non sono solo plastiche e rifiuti. Lo confermano le recenti indagini dei volontari di Goletta Verde effettuate lungo le coste della Campania. Su 29 campioni raccolti, 17 sono risultati fortemente inquinati, mentre solo 12 dei punti campionati rientrano nei parametri di legge. Le criticità riguardano soprattutto le foci dei fiumi, sono infatti 10 a risultare fortemente inquinate. Problemi dovuti in particolare a una scarsa o addirittura assente depurazione dei reflui in specifici punti, come foci, canali e corsi d’acqua.

Senza dimenticare che in questo gran calderone di fattori che giorno dopo giorno mettono a repentaglio i delicati equilibri degli ecosistemi marini si inseriscono le inevitabili conseguenze dei cambiamenti climatici. Lo confermano le analisi condotte dai ricercatori dell’Università di Genova nelle aree marine protette di Capo Carbonara Villasimius in Sardegna e di Torre Guaceto in Puglia, due delle stazioni di studio del progetto “Mare caldo” di Greenpeace. Anomalie termiche da cui derivano tra i fenomeni principali lo sbiancamento delle alghe corallinacee, soprattutto ai livelli più superficiali, e gravi impatti sulle colonie di gorgonie, soprattutto tra i 20 e 30 metri di profondità, dove in alcuni siti si è riscontrata la morte del 90% delle colonie di gorgonie gialle. C’è da dire, però, che un segnale positivo è arrivato dal G20 Ambiente di Napoli, che ha posto particolare attenzione a politiche di contrasto all’inquinamento marino. Non è un impegno vincolante, ma è pur sempre un segnale della presa di coscienza di una grave emergenza: non c’è più tempo da perdere per salvare i nostri mari.

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