Mining Waste: la direttiva Ue sui rifiuti minerari non funziona?


terre e rocce da scavo

I rifiuti da attività mineraria (sia estrattiva che di lavorazione) valgono poco meno di un terzo della produzione di rifiuti complessiva su scala europea (29% per la precisione, di cui un 2% circa pericolosi) collocandosi appena dietro il principale flusso di scarti del Vecchio Continente (Costruzione e Demolizione, 22%). Sull’adozione di una direttiva comunitaria che regolamentasse la gestione dei “rifiuti minerari” pesa anche una storia italiana, il disastro della Val di Stava del 1985, ma per avere un testo si è dovuto aspettare il 2006: entro il maggio 2008 tutti i Paesi Membri avrebbero dovuto implementare la direttiva nel rispettivo quadro normativo, ma i risultati ottenuti fino ad oggi sembrerebbero testimoniare uno dei più larghi insuccessi legislativi dell’Unione.

Il dato emerge da un rapporto compilato dalla Commissione Ambiente dell’Europarlamento, che ne ha presentato la redazione lo scorso gennaio, sulla verifica dello stato di implementazione, appunto, della direttiva 2006/21/EC, meglio nota come “Mining Waste Directive”. Quasi per tutti i Paesi, tale implementazione è arrivata tardi sia sul fronte qualitativo che su quello della tempistica. Ben 25 Stati Membri su 27 (Italia compresa) hanno sforato la deadline del 2008, riuscendo però a recuperare il ritardo e ad adeguarsi prima di incorrere in una multa vera e propria (gli ultimi si sono allineati nel 2011), ma ben 18 di essi (anche qui, Italia compresa) sono passati attraverso l’apertura di una procedura di infrazione per una “non conformità” formale al dettato comunitario. Ad oggi (o meglio al novembre 2016, quando il rapporto registra l’ultimo aggiornamento dei procedimenti) la Commissione Europea registra ancora un recepimento non conforme da parte di Bulgaria, Danimarca, Francia e Regno Unito, mentre Spagna e Romania vedono aperta addirittura un’infrazione per “cattiva applicazione”.

Le difficoltà di una corretta applicazione si sono rivelate, insomma, trasversali e ancora adesso si limitano ad una valutazione sulla qualità della normativa. In altre parole: anche se oggi la maggioranza è in regola, che si riesca a far rispettare la legge è tutto un’altro paio di maniche, e le difficoltà di recepimento sono una sorta di campanello d’allarme. Su questo fronte il problema si fa lapalissiano: l’art.18 della stessa direttiva prevede una reportistica triennale sui principali dati riferiti a produzione, impiantistica e trattamento, ma a seguito dei ritardi di cui sopra tali statistiche sono state pubblicate per la prima volta soltanto lo scorso settembre, risultando compilate con dati incompleti, mancanti o comunque insufficienti – da soli – per dare «un’immagine abbastanza chiara, dettagliata ed affidabile dell’implementazione pratica della direttiva», come si legge nello stesso stato dell’arte.

I problemi sono di varia natura. Ad esempio i vari Stati Membri hanno diverse interpretazioni dei requisiti alla base delle ispezioni da condurre negli impianti, sui permessi da rilasciare o addirittura per la loro distinzione: basti pensare che alcuni Paesi hanno dichiarato di non avere siti riconducibili alla “Categoria A”, ma incrociando le informazioni con altre fonti risulta che in quegli stessi Paesi di attività estrattive ce ne sono. Insomma: la Commissione ha dovuto concludere che lo spirito, o più banalmente lo scopo della direttiva non è stato compreso né applicato uniformemente da parte degli Stati Membri, e nel frattempo tra gli stessi restano differenze sostanziali che impediscono di garantire efficacia alle disposizioni.

Tra le cause individuate dalla stessa Commissione c’è la mancanza di linee guida di rango europeo che regolino le ispezioni (intese come elemento chiave per far rispettare la direttiva stessa) e la necessità di migliorare i questionari alla base della reportistica. Per sintetizzare in due concetti servono: efficacia dell’attività legislativa e certezza dei dati. Aggiornare e rafforzare l’implementazione dei regolamenti si traduce anche in un’armonizzazione con il più ampio pacchetto di misure per l’Economia Circolare, che sul fronte dei rifiuti da attività estrattiva prevede due azioni mirate: includere anche per questo comparto delle guide alle best practices in termini di gestione dei rifiuti ed efficienza delle risorse, e prendere una serie di iniziative per incoraggiare il recupero di materia.

A proposito di incoraggiamenti, tra gli allegati a questo approfondito “stato dell’arte” spunta fuori il riferimento ad un programma di cofinanziamento legato al progetto “Horizon 2020″, uno strumento denominato ERA-NET. Quello delle materie prime da attività estrattive viene definito come settore che necessita di rafforzare le proprie performance e competitività attraverso ricerca e innovazione. Peccato che nessuno dei 239 progetti richiedenti – il bando scadeva lo scorso 8 marzo - abbia partecipato per la categoria “raw materials”. Forse è per questo che è stato lanciato un nuovo programma denominato ERA-MIN 2, con l’obiettivo di rafforzare il coordinamento tra programmi nazionali e regionali e pubblicherà tre bandi per progetti collaborativi transnazionali di ricerca e innovazione.

Per l’Italia l’ente di riferimento è il Miur – il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e oltre al comparto dell’industria mineraria si rivolge a metalli e costruzioni, e per i progetti si parte da 140mila euro stanziabili a fondo perduto. Il bando chiude il prossimo 5 maggio.

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